Come primo post ufficiale, mi sembra doverosa una recensione del libro che, almeno in parte, ha contribuito all’ispirazione del titolo di questo blog.
L’architettura difficile – Filosofia del costruire è l’ultimo libro di Nicola Emery, titolare della cattedra di filosofia ed estetica presso l’Accademia di architettura di Mendrisio, nella Svizzera italiana.
Si tratta di un saggio la cui missione è ben chiara già nella terza di copertina, il cui contenuto riportiamo, per poterne criticare gli intenti e i risultati:

«Oggi l’architettura riscuote un grande successo: più essa si spettacolarizza e più essa viene spettacolarizzata. Ma proprio questo successo potrebbe essere l’indice di una crisi di senso. E una crisi di senso si apre quando una disciplina smarrisce le cause essenziali per cui essa esiste e per cui dovrebbe agire, progettare e costruire.
Guardando una parte certo non minoritaria dell’architettura contemporanea, quella più gettonata sulle riviste di ogni genere, si ha l’impressione che l’architettura si esaurisca in un gioco di forme, rese sempre più insolite e quasi impenetrabili. Se non che tutte queste forme, proprio come quelle della moda, vanno presto incontro a una certa stanchezza e inflazionandosi si svalutano rapidamente. In questa situazione sembra più che opportuna una riflessione filosofica sugli scopi e sull’essenza del costruire. Una riflessione, come quella sviluppata in questo libro, che si confronta in modo serio e rigoroso con il significato attribuito all’architettura in primo luogo da Platone e poi da molli altri pensatori – fra cui Martin Heidegger, Georges Bataille e Jeremy Rifkin – architetti, Bruno Taut, e artisti, in particolare Mondrian, i Situazionisti e Joseph Beuys. Ne risulta una sorta di mappa filosofica, necessaria oltre che per capire e criticare I’attualità, anche per cercare risposte progettuali migliori, provviste di senso e valore non effimero. L’anziano Platone, per chi smarriva lo scopo di preservare la salute dell’intero territorio e rincorreva esclusivamente l’interesse disciplinare privato, invocava il controllo e la censura e talvolta finanche “le bastonate” … Probabilmente esagerava, ma oggi bisognerebbe cominciare a far riscoprire in primo luogo le virtù dell’autocontrollo creativo, in vista di una decolonizzazione dello spazio.
La libera ricerca estetica dovrebbe insomma andare di pari passo con la cura tesa a risolvere in maniera socialmente ed ecologicamente sostenibile l’organizzazione dello spazio inteso come fondamentale bene comune

Un progetto senz’altro ambizioso, ma estremamente affascinante ed assai affine al nostro campo di indagine.
Tuttavia, la lettura del saggio ha lasciato in me una serie di perplessità.
Il più grave difetto del libro sta, a mio parere, nella struttura assai frammentaria dell’argomentazione. Il volume è infatti diviso in quattro sezioni apparentemente ed effettivamente del tutto scollegate tra di loro.
Nella prima, intitolata L’architettura della legge: Platone, si ricostruisce un percorso di idee di urbanistica ed architettura all’interno dei libri delle Leggi dell’ateniese; un percorso molto interessante, argomentato magistralmente e non privo di spunti attuali anche a dispetto della sua collocazione storica, intrapreso il quale il lettore si aspetta e trova, a valle delle considerazioni estratte dall’analisi del testo, una disamina organica di certe conclusioni alla luce dell’intento complessivo dell’opera.
Apprese tali conclusioni parziali alla fine della prima parte, ci si tuffa subito nella seconda, alla ricerca di nuove, preziose sfumature del medesimo discorso, magari ricercate in un contesto storico diverso. Ci si trova allora alle prese con la sezione Astrazione e Metropoli: Mondrian, il cui lapidario incipit è: «L’identità di Mondrian è nell’itinerario.». Lapidario nonché alquanto enigmatico per il lettore disorientato che un momento fa era alle prese con Platone, e che non sa che lo aspetta una dissertazione – benché di per sé interessantissima – sulla sola figura del pittore olandese, lunga più di un terzo dell’intero libro. Per quanto la personalità dell’artista sia assolutamente magnetica ed il discorso sulla sua abnegazione calvinista per la ricerca dell’espressione del vero non lasci spazio alla noia, ben pochi sono i riferimenti all’architettura (qualche accenno al De stijl e all’opinione miope che ne aveva Le Corbusier) e ancor più incomprensibili sembrano le motivazioni per le quali una così lunga sezione sia stata dedicata al personaggio all’interno di questo saggio.
Dopo lunghe pagine si passa quindi alla terza parte del libro, dal titolo La decolonizzazione dello spazio. Finalmente Emery coglie nel segno, e la trattazione è veramente utile al lettore. Davvero stuzzicante il primo capitolo, che critica la posizione popperiana del “piecemeal tinkering”, ovvero del processo incrementale, a piccolissimi passi, secondo il quale la città contemporanea sarebbe destinata a svilupparsi per il pensatore austriaco. La necessità di visioni urbane complessive si scontra con l’effettività delle evoluzioni urbane complesse. È ancora lecito pensare il piano come progetto d’insieme, o è un anacronismo preindustriale?
Il resto della sezione è ugualmente pregno di punti di vista di grande interesse. Vengono a galla le questioni dello sviluppo sostenibile viste da Heidegger, Rifkin, Bataille, Beuys, Debord, proprio come annuncia la terza di copertina e proprio come il lettore affamato si aspetta. È un vero peccato che solo sessanta pagine siano state dedicate in totale a questa argomentazione, che da sola avrebbe potuto (dovuto?) costituire il baricentro di tutta la costruzione dell’opera.
Infine, l’ultima breve sezione riprende alcune posizioni platoniche, ma assai più volatili, e conclude il saggio con una affascinante “postilla” su Bruno Taut che aggiunge al progetto visionarietà, ma forse non nuovo significato.
Nel complesso, come ho detto, l’opera è interessante anche solo per l’anelito ambizioso che si era proposta inizialmente; come però spesso accade, si tratta probabilmente di un collage a posteriori di studi personali del professor Emery, il quale possiede senz’altro una visione complessa e ricca delle problematiche che presenta, oltre ad un’ottima penna, ma che in questo caso manca forse di volontà nel rendere più chiare le relazioni, a lui palesi, tra le interessanti ricerche svolte in così distanti ambiti del sapere.
Questa recensione amarognola non offenda il professore, la cui opera, come ho detto, ha molto ispirato la sottoscritta nell’apertura di questo blog, e che anzi, è senz’altro invitato ad un confronto sull’argomento in questa sede. Sarebbe un dibattito apprezzatissimo: spero davvero che l’invito venga colto. Senza rancore!

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Un nido di nodi

20 ottobre 2008

Benvenuti.

Questo sul quale vi trovate, che ci siate finiti di proposito o meno, è un nuovo sito messo in piedi col preciso proposito di creare una rete di conoscenza e dibattito sull’architettura, i cui nodi si tenterà di sciogliere e cui destini si tenterà di prefigurare sulla base di indagini sul contemporaneo e su una quantità di altri argomenti. Per sapere di più sugli intenti di questa complessa impresa, date uno sguardo alla sezione Di che si tratta: per quanto sufficientemente confusa per potersi dire attuale, potrà darvi un’idea di cosa potete aspettarvi da questo web journal.

Ora, qualche piccolo chiarimento sulla struttura. Come potete vedere, nonostante questo post sia introduttivo, alcuni altri articoli sono stati già postati: si tratta di alcuni scritti trasferiti qui dal mio blog personale, sul quale ho scritto anche di architettura (ma in modo generico) fino ad oggi. Per così dire, dunque, la reale attività de Il nido e la tela di ragno inizia solo adesso.

Infine, potete consultare anche una versione di questo sito in lingua inglese.

Spero che gli argomenti che verranno trattati siano di vostro interesse e stimolino dibattiti interessanti e un reciproco scambio di contributi. Costruire una rete stretta come una tela di ragno non è un compito semplice, ma confido nell’apporto di tanti.

Buon viaggio, e teniamoci in contatto!

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