L’architettura difficile del professor Emery

29 ottobre 2008

Come primo post ufficiale, mi sembra doverosa una recensione del libro che, almeno in parte, ha contribuito all’ispirazione del titolo di questo blog.
L’architettura difficile – Filosofia del costruire è l’ultimo libro di Nicola Emery, titolare della cattedra di filosofia ed estetica presso l’Accademia di architettura di Mendrisio, nella Svizzera italiana.
Si tratta di un saggio la cui missione è ben chiara già nella terza di copertina, il cui contenuto riportiamo, per poterne criticare gli intenti e i risultati:

«Oggi l’architettura riscuote un grande successo: più essa si spettacolarizza e più essa viene spettacolarizzata. Ma proprio questo successo potrebbe essere l’indice di una crisi di senso. E una crisi di senso si apre quando una disciplina smarrisce le cause essenziali per cui essa esiste e per cui dovrebbe agire, progettare e costruire.
Guardando una parte certo non minoritaria dell’architettura contemporanea, quella più gettonata sulle riviste di ogni genere, si ha l’impressione che l’architettura si esaurisca in un gioco di forme, rese sempre più insolite e quasi impenetrabili. Se non che tutte queste forme, proprio come quelle della moda, vanno presto incontro a una certa stanchezza e inflazionandosi si svalutano rapidamente. In questa situazione sembra più che opportuna una riflessione filosofica sugli scopi e sull’essenza del costruire. Una riflessione, come quella sviluppata in questo libro, che si confronta in modo serio e rigoroso con il significato attribuito all’architettura in primo luogo da Platone e poi da molli altri pensatori – fra cui Martin Heidegger, Georges Bataille e Jeremy Rifkin – architetti, Bruno Taut, e artisti, in particolare Mondrian, i Situazionisti e Joseph Beuys. Ne risulta una sorta di mappa filosofica, necessaria oltre che per capire e criticare I’attualità, anche per cercare risposte progettuali migliori, provviste di senso e valore non effimero. L’anziano Platone, per chi smarriva lo scopo di preservare la salute dell’intero territorio e rincorreva esclusivamente l’interesse disciplinare privato, invocava il controllo e la censura e talvolta finanche “le bastonate” … Probabilmente esagerava, ma oggi bisognerebbe cominciare a far riscoprire in primo luogo le virtù dell’autocontrollo creativo, in vista di una decolonizzazione dello spazio.
La libera ricerca estetica dovrebbe insomma andare di pari passo con la cura tesa a risolvere in maniera socialmente ed ecologicamente sostenibile l’organizzazione dello spazio inteso come fondamentale bene comune

Un progetto senz’altro ambizioso, ma estremamente affascinante ed assai affine al nostro campo di indagine.
Tuttavia, la lettura del saggio ha lasciato in me una serie di perplessità.
Il più grave difetto del libro sta, a mio parere, nella struttura assai frammentaria dell’argomentazione. Il volume è infatti diviso in quattro sezioni apparentemente ed effettivamente del tutto scollegate tra di loro.
Nella prima, intitolata L’architettura della legge: Platone, si ricostruisce un percorso di idee di urbanistica ed architettura all’interno dei libri delle Leggi dell’ateniese; un percorso molto interessante, argomentato magistralmente e non privo di spunti attuali anche a dispetto della sua collocazione storica, intrapreso il quale il lettore si aspetta e trova, a valle delle considerazioni estratte dall’analisi del testo, una disamina organica di certe conclusioni alla luce dell’intento complessivo dell’opera.
Apprese tali conclusioni parziali alla fine della prima parte, ci si tuffa subito nella seconda, alla ricerca di nuove, preziose sfumature del medesimo discorso, magari ricercate in un contesto storico diverso. Ci si trova allora alle prese con la sezione Astrazione e Metropoli: Mondrian, il cui lapidario incipit è: «L’identità di Mondrian è nell’itinerario.». Lapidario nonché alquanto enigmatico per il lettore disorientato che un momento fa era alle prese con Platone, e che non sa che lo aspetta una dissertazione – benché di per sé interessantissima – sulla sola figura del pittore olandese, lunga più di un terzo dell’intero libro. Per quanto la personalità dell’artista sia assolutamente magnetica ed il discorso sulla sua abnegazione calvinista per la ricerca dell’espressione del vero non lasci spazio alla noia, ben pochi sono i riferimenti all’architettura (qualche accenno al De stijl e all’opinione miope che ne aveva Le Corbusier) e ancor più incomprensibili sembrano le motivazioni per le quali una così lunga sezione sia stata dedicata al personaggio all’interno di questo saggio.
Dopo lunghe pagine si passa quindi alla terza parte del libro, dal titolo La decolonizzazione dello spazio. Finalmente Emery coglie nel segno, e la trattazione è veramente utile al lettore. Davvero stuzzicante il primo capitolo, che critica la posizione popperiana del “piecemeal tinkering”, ovvero del processo incrementale, a piccolissimi passi, secondo il quale la città contemporanea sarebbe destinata a svilupparsi per il pensatore austriaco. La necessità di visioni urbane complessive si scontra con l’effettività delle evoluzioni urbane complesse. È ancora lecito pensare il piano come progetto d’insieme, o è un anacronismo preindustriale?
Il resto della sezione è ugualmente pregno di punti di vista di grande interesse. Vengono a galla le questioni dello sviluppo sostenibile viste da Heidegger, Rifkin, Bataille, Beuys, Debord, proprio come annuncia la terza di copertina e proprio come il lettore affamato si aspetta. È un vero peccato che solo sessanta pagine siano state dedicate in totale a questa argomentazione, che da sola avrebbe potuto (dovuto?) costituire il baricentro di tutta la costruzione dell’opera.
Infine, l’ultima breve sezione riprende alcune posizioni platoniche, ma assai più volatili, e conclude il saggio con una affascinante “postilla” su Bruno Taut che aggiunge al progetto visionarietà, ma forse non nuovo significato.
Nel complesso, come ho detto, l’opera è interessante anche solo per l’anelito ambizioso che si era proposta inizialmente; come però spesso accade, si tratta probabilmente di un collage a posteriori di studi personali del professor Emery, il quale possiede senz’altro una visione complessa e ricca delle problematiche che presenta, oltre ad un’ottima penna, ma che in questo caso manca forse di volontà nel rendere più chiare le relazioni, a lui palesi, tra le interessanti ricerche svolte in così distanti ambiti del sapere.
Questa recensione amarognola non offenda il professore, la cui opera, come ho detto, ha molto ispirato la sottoscritta nell’apertura di questo blog, e che anzi, è senz’altro invitato ad un confronto sull’argomento in questa sede. Sarebbe un dibattito apprezzatissimo: spero davvero che l’invito venga colto. Senza rancore!

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5 Risposte to “L’architettura difficile del professor Emery”


  1. Parto dicendo che non ho letto il libro che citi, ma dall’abstract che inserisci mi viene subito qualche dubbio…
    Il rischio è di ripetere l’imbarazzante esperienza di La Cecla, i quali, non avendo i mezzi per poter descrivere il fenomeno architettonico contemporaneo, che di fatto è tra i più delicati e confusi, non può far altro che porre una sorta di genealogia. Questo è purtroppo, ahimè, banalizzante, e non può approfondire il fenomeno, ma solo mostrare una via, tra l’altro errata visti i riferimenti culturali che pone, tramite cui si è arrivati allo stato dell’arte. Non posso continuare parlando del libro, perchè non lo ho letto, ma questa esondazione di conservatorismo nella nostra disciplina (dall’antropologia, dalla comunicazione, dalla politica, ed ora dall’estetica) inizia a diventare preoccupante. Interessante poi che viene citato Martin Heidegger, proprio lui, che tanta importanza metteva nel “non scrivere un libro contro”…

  2. rossellaferorelli Says:

    Personalmente non ritengo che il libro di Emery si possa definire un libro contro. Non ho letto “Contro l’architettura” di Franco La Cecla, che credo sia il testo cui ti riferisci citandone l’autore, ma leggendone online la descrizione del contenuto arguisco che quella sì, è una sorta di critica generalizzata all’intera materia. Il libro di Emery non appartiene, a mio avviso, alla stessa stregua, anche se forse la descrizione della quarta di copertina potrebbe suggerire il contrario, soprattutto nelle prime righe.
    Certamente mi rendo conto che il tuo commento vuole avere valenza generale alla luce, appunto, del fatto che non hai letto il libro in questione, ma mi interesserebbe se approfondissi la critica ai riferimenti culturali del testo, che tu un po’ sbrigativamente etichetti come “errati”. Potrei dirti cosa condivido di questa scelta e cosa no, ma prima ritengo sarebbe interessante capire su quale piano intendi l’opposizione che hai mosso nel commento. Così, per manterere l’onestà intellettuale e la chiarezza che mi sono prescritta dall’apertura del blog.

  3. PEJA Says:

    Bene, accolgo volentieri la tua richiesta. Giustamente tu mi chiedi di motivare meglio la mia critica, e mi accingo a farlo.
    Diciamo che vorrei partire da due spunti offerti da Mario Perniola in altrettanti libri, di cui non posso far altro che proporre una parafrasi forse un pò sghemba. Il primo spunto è deriva dall’incipit del testo “L’arte e la sua ombra”, in cui lui descrive, usando le sue parole, “due tipi di ingenuità”. Per Perniola l’arte contemporanea, e a cascata anche l’architettura, sta subendo un attacco generalizzato da parte dei vari media. Questo comporta una azione ed una reazione, che sono le due ingenuità. Infatti, se da una parte i media svuotano completamente di contenuto ogni gesto artistico o architettonico di fatto ormai è diventato l’ogetto di uno scandalo o di un acclamazione. L’architettura viene sostituito dal chiacchericcio che vi si sta attorno, ed addirittura si parla ormai di “occasione di riqualificazione”, per sfruttare l’onda che potrebbe derivare da un evento mediatico. Non è molto importante quale progetto si farà in queste occasioni per gli organizzatori: l’importante è che sia molto costoso e di un architetto famoso. Mi interessa quì sottolineare che questi progetti sono promossi dagli organizzazione dell’evento mediatico prima descritto, non da effettivi bisogni. Di questo ti rinvio adue miei post in cui sfioro questi temi:
    http://piliaemmanuele.wordpress.com/2008/11/07/xi-mostra-internazionale-di-architettura_/
    http://piliaemmanuele.wordpress.com/2008/10/19/hadid-rappresentazione-vs-realizzazione_/
    La seconda ingenuità è l’opposta, ossia restare avvulsi da questo contesto e proporre una retorica malinconia edilizia, oppure il pretendere di applicare un metodo proveniente da altre discipline, solo per “applicare un metodo proveniente da altre discipline”. Vedi, i vari progetti a pianta kandiskijana o mondriana, oppure i progetti strutturati secondo un passo di un testo, o altro. Di cui non ho bisogno di proporre ulteriori spunti.
    Questo per quanto riguarda L’arte e la sua ombra.
    Altro tema che mi interessa avvicinare ora è invece quello proposto ne “Contro la comunicazione”, (antecedente dei vari “contro”, a cui dalla 4° di copertina, mi spiace dirlo, L’architettura difficile non fugge)
    dove sostanzialmente Perniola mette in guardia dalle incursioni di “falsi profeti” nelle discipline estetiche. Ovviamente per falsi profeti si intendono comunicatori o antropologi culturali vari, cui proprio il paragone tra il libro che proponi e quello di La Cecla mi fa dubitare del primo.
    Ma ripeto, io no ho letto il libro, e non dico che mai lo leggerò. Ma da ciò che presenti, è perinente per lo meno affiancarli.
    Ora passo al testo della copertina:

    “Oggi l’architettura riscuote un grande successo: più essa si spettacolarizza e più essa viene spettacolarizzata. Ma proprio questo successo potrebbe essere l’indice di una crisi di senso.”
    In questo primo passaggio sono parzialmente daccordo. È vero infatti che l’architettura più si spettacolarizza, più viene spettacolarizzata. Ma questo è un fenomeno per lo meno esterno alla disciplina nella sua purezza. Anche se può apparire ingenuo da parte mia credere nella purezza della disciplina, mi difendo costatanto che circa lo 0,4% delle opere realizzate nel mondo occidentale da architetti finisce nelle riviste. Quindi la critica portata avanti dal libro non è verso l’architettura degli architetti, ma verso gli architetti di successo, o i cosidetti maestri. Mi sembra però ingenuo altresì dichiarare una perdita di senso generale dell’architettura. Questo è sbrigativo infatti. Non avendo i mezzi per poter decifrare la situazione contemporanea, ne si dichiara l’inconsistenza. Però, c’è anche da dire che la contemporaneità non ha solo prodotto edifici spettacolari, ma anche molta teoria. Soprattutto, c’è da ricordare che la nostra contemporaneità architettonica, così come si presenta, non è del tutto dissimile dal Rinascimento architettonico. È questo in molti punti. Ora, io non credo che questo sia sintomo di vuotezza di senso. Andare ad approfondire questo tema in questa sede mi sembra un pò esagerato, dato che sono due settimane che sto cercando di riassumerlo in 30,000 battute dove principalmente parlo solo di questo. 🙂 Quindi passo avanti.

    “E una crisi di senso si apre quando una disciplina smarrisce le cause essenziali per cui essa esiste e per cui dovrebbe agire, progettare e costruire.”

    Di quì si intuisce che le cause essenziali di cui si parla sia la triade vitruviana. Questo però nasconde una seconda ingenuità: quellodi prendere per buono il fatto che i vari concetti di Firmitas, Venustas, Utilitas, siano immutabili, o che non ci sia una Utilitas in immagini, una Venustas in rappresentazioni, ed Firmitas in elaborati.

    “Guardando una parte certo non minoritaria dell’architettura contemporanea, quella più gettonata sulle riviste di ogni genere, si ha l’impressione che l’architettura si esaurisca in un gioco di forme, rese sempre più insolite e quasi impenetrabili. Se non che tutte queste forme, proprio come quelle della moda, vanno presto incontro a una certa stanchezza e inflazionandosi si svalutano rapidamente.”

    Io credo invece che, come il manierismo preparò al barocco, oggi si stia manifestando un sentimento disinibito atto alla sperimentazione che non può che essere salutare. Il rococò era una moda, il tardo barocco un gusto, il neoclassicismo un revival?

    “In questa situazione sembra più che opportuna una riflessione filosofica sugli scopi e sull’essenza del costruire. Una riflessione, come quella sviluppata in questo libro, che si confronta in modo serio e rigoroso con il significato attribuito all’architettura in primo luogo da Platone e poi da molli altri pensatori – fra cui Martin Heidegger, Georges Bataille e Jeremy Rifkin – architetti, Bruno Taut, e artisti, in particolare Mondrian, i Situazionisti e Joseph Beuys. Ne risulta una sorta di mappa filosofica, necessaria oltre che per capire e criticare I’attualità, anche per cercare risposte progettuali migliori, provviste di senso e valore non effimero. L’anziano Platone, per chi smarriva lo scopo di preservare la salute dell’intero territorio e rincorreva esclusivamente l’interesse disciplinare privato, invocava il controllo e la censura e talvolta finanche “le bastonate” … Probabilmente esagerava, ma oggi bisognerebbe cominciare a far riscoprire in primo luogo le virtù dell’autocontrollo creativo, in vista di una decolonizzazione dello spazio.
    La libera ricerca estetica dovrebbe insomma andare di pari passo con la cura tesa a risolvere in maniera socialmente ed ecologicamente sostenibile l’organizzazione dello spazio inteso come fondamentale bene comune.”

    Io credo che anche questo passo riveli una certa ingenuità. Tentare di conciliare intenzioni così antiche, con altre così moderne non può che portare a sintetizzare in maniera facilorosa il discorso. Anche perchè, proprio Beuys sarebbe più che mai entusiasta di un situazionalismo architettonico di una architettura che non ha bisogno nemmeno di essere costruita per creare emozioni, di un processo partecipativo, senza che i partecipanti sappiano di essere attori.

    So che non sono stato esaustivo, ma, vuoi l’ora, vuoi che questo è un tema assai delicato, impossibile da riassumere in un commento di un blog, vuoi la risposta veloce, non mi hanno permessodi fare di meglio! 🙂
    Ci sentiamo, ciao

  4. rossellaferorelli Says:

    Un po’ tardivamente rispondo ancora a questo tuo accorato benché, come mi dici, frettoloso intervento.
    Dunque, in sostanza devo dirti che mi spiace averti costretto ad utilizzare il tuo tempo nel commento puntuale di una ventina di righe che riassumono assai malamente un testo che non hai letto. Quando infatti ti avevo chiesto di circostanziare adeguatamente la tua obiezione riguardo la scelta per te “errata” dei riferimenti culturali, mi riferivo piuttosto al fatto che mi interessava in particolare che tu criticassi questi ultimi.
    Non ti avrei mai chiesto un’analisi riga-per-riga di quella quarta di copertina che, come ho detto io stessa nel post, non rende alcuna giustizia agli argomenti trattati nel testo. Tant’è vero che a stento ricordo, per dirne una, di aver letto forse appena una volta l’abusatissimo termine archistar all’interno del testo. È quindi fuorviante, a mio modo di vedere, considerare questo libro un attacco indiscriminato all’architettura contemporanea in quanto tale, o a qualsiasi altra cosa. Tutto al contrario, si tratta piuttosto di un progetto, forse troppo ambizioso, polarizzato alla ricerca di una serie di antecedenti filosofici ed artistici al significato dell’architettura tutta, che potesse essere utile in qualche maniera alla contemporaneità.
    Come ho detto, riducendo comunque all’osso una serie di considerazioni di contenuto che si sarebbero potute fare, questa volta davvero, sulla questione dei cardini artistici e culturali su cui il testo è basato, quest’ambizione forse complessivamente fallisce per la frammentarietà della trattazione e per la sostanziale perdita di vista dello scopo della medesima.
    Mi interessa, quindi, in particolare sapere se qualcosa non ti convince anche in qualcuno dei suddetti cardini, incarnati dal ricorso all’apporto delle voci di Heidegger, Bataille, Rifkin, Bruno Taut, i Situazionisti o Beuys.

  5. PEJA Says:

    Sto andando a letto, in due parole: non mi convince il loro accostamento. È inclusivista.


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