Le parole e le case

22 aprile 2010


Nel 1986 Manfredo Tafuri rilasciò a Richard Ingersoll un’intervista, pubblicata nella primavera dello stesso anno su Design Book Review, che costituisce oggi un documento interessantissimo per la comprensione del periodo a cui fa capo. In risposta a domande decisamente piane sul ruolo della critica nello sviluppo dell’architettura, lo storico romano forniva una caustica e decisa distinzione tra la figura del critico e quella dello storico dell’architettura, attribuendo solo al secondo valide doti ermeneutiche e ritenendo il primo schiavo di un meccanismo ossessivo di ricerca del nuovo previa una conseguente, necessaria e continua immolazione di qualcosa da definirsi, di volta in volta, vecchio.
Liquidando poi con giudizio severo lo storicismo postmoderno di Jencks e Portoghesi, Tafuri laconicamente tacciava i suoi contemporanei di un utilizzo della memoria nostalgico anziché chiarificatore: è dunque in questa precisa direzione che l’intervista con Ingersoll va interpretata. Tuttavia, un passaggio di essa va forse letto con maggiore attenzione e merita ulteriori riflessioni. Vi si dice:

The study of history has indirect ways of influencing action. If an architect needs to read to understand where he is, he is without a doubt a bad architect! I frankly don’t see the importance of pushing theory into practice; instead, to me, it is the conflict of things that is important, that is productive. […] This is why I insist on the later work of Le Corbusier, which had no longer any message to impose on humanity. And as I have been trying to make clear in talking about historical context: no one can determine the future.[1]

Prescindendo dal tono lievemente iperbolico che pervade il passaggio, a chi scrive sembra quantomeno il caso di chiedersi  se questa posizione sia ancora difendibile a quasi venticinque anni dalla prima pubblicazione dell’intervista. A che punto è il dibattito critico sull’architettura?
Tentiamo di delineare un profilo analitico della questione.

Il quadro di riferimento

Non è un segreto che i grandi maestri non scrivono più. Si può dire con una certa sicurezza che dopo Delirious New York, testo che ha ormai trentadue anni suonati, nessun trattato o manifesto epocale ha più visto la luce sulla scena internazionale. Prova ne è, se non trionfale celebrazione, il curioso aborto teorico partorito dalla Biennale di Aaron Betsky del 2008, di cui si è detto molto, ma forse non tutto.
Partendo da intenzioni probabilmente corrette e da un approccio quantomeno interessante (benché vecchio di ben otto anni, perché ricalcato per intero su quanto detto dallo stesso curatore nel suo Architecture Must Burn, del 2000), Betsky è riuscito a generare un fallimento quasi completo e soprattutto a rendere lampante tale risultato col tentativo sbilenco di costringere ognuno degli studi presenti alla mostra a produrre un manifesto su commissione. Evidentemente, una produzione così feconda di dichiarazioni di intenti, a cui era palesemente richiesto un carattere di spinta sperimentalità, non poteva che risultare in un guazzabuglio verbale di qualità mediocre, con punte di notevole pretenziosità in alcuni casi; in tutti, con praticamente nessun esito registrabile.
Tra le varie possibili osservazioni che è dato fare a margine del fenomeno, la più diretta porta a concludere che molti grandi studi di architettura hanno perso l’abitudine a progettare sulla base di visioni interpretative della realtà del proprio tempo. La sostanziale incapacità di produrre materiali teorici di qualche utilità non può che denotare, infatti, una carenza netta nell’esercizio definitorio delle specificità necessarie all’architettura contemporanea proprio per il suo essere contemporanea. A cosa è dovuta questa deficienza?
Una necessaria parentesi, di cui dovrà perdonarsi la didascalicità: presso gli storici, coesistono due metodi di studio. Sostanzialmente, uno considera la storia come il susseguirsi di eventi puntuali che la fanno progredire per salti, mentre l’altro ritiene continuo e fluido il dispiegarsi degli avvenimenti e tende a valutare meno nitido il nesso causale tra di essi. Se il secondo è senz’altro più complesso e spesso più intelligente e meglio sfaccettato, le schematizzazioni del primo consentono a volte la costruzione di scenari esegetici più interessanti. È ad uno di questi quadri interpretativi che si deve l’opposizione tra avanguardia e manierismo, che è senza dubbio brutale, ma di cui ci serviremo per un attimo. Possiamo allora chiederci se ci troviamo in una fase o nell’altra, ma la risposta è quantomai difficile all’inizio degli anni ’10, sui quali incombe ancora vivissima l’ombra del decostruttivismo, a sua volta altra faccia della complessa medaglia postmoderna. Benché, infatti, si possano conservare dei legittimi dubbi sulla congerie filosofica montata intorno alla definizione di postmoderno in sé, è invece indiscutibile che effettivamente uno spettro si sia aggirato per l’America e l’Europa tra il ’67 e l’’88 (gli anni, cioè, tra le due mostre del MoMA intitolate rispettivamente Five Architects e Deconstructivist Architecture), e che non abbia portato questioni definibili d’avanguardia. In questo senso si intuisce il fastidio di Tafuri nella constatazione dell’abitudine degli architetti di quella schiatta di giustificare i pastiche storicistici con l’impegno teorico, ed il suo conseguente consiglio indirizzato loro di abbandonare gli studi. Nell’articolo già citato, risulta illuminante anche l’osservazione dello storico secondo il quale gli architetti a lui contemporanei, eredi dello sforzo di liberazione del moderno, avrebbero preferito che questo sforzo non fosse stato ancora compiuto per potersene impadronire di persona.
In sostanza, dunque, un legame edipico con la modernità di cui non ci si riusciva a liberare. Ma lo ha fatto, invece, il decostruttivismo? In una certa misura probabilmente sì, e cioè in quella per la quale non potremmo immaginare Derrida seduto allo stesso tavolo di Wright come è invece successo con Eisenman o Tschumi; nella stessa misura in cui, appunto, Koolhaas ha potuto scrivere il suo testo cardine e Madelon Vriesendorp ha potuto illustrarlo in Flagrant Délit (or Dream of Liberty).
Ma, come dicevamo, si tratta di esperienze lontane almeno un quarto di secolo, le cui tracce si perdono – e anche in questo caso non c’è da temere smentite – nelle pratiche di vetrina che sfociano con crescente frequenza in esercizi di formalismo che non solo non possono dirsi avanguardisti, ma rischiano di non potersi dire nemmeno manieristi perché privi di qualsiasi afflato dichiarativo, anche il più incerto.
È dunque questo il circolo vizioso: in un panorama formalista è scarso l’interesse per la ricerca teorica; un contesto carente in approfondimento speculativo non produce avanguardie e ricade nel formalismo.

Una proposta

A livello generale, ma soprattutto nel nostro paese, bisogna osservare che quella che si è andata perdendo negli ultimi decenni è la memoria della figura dell’architetto come intellettuale completo. La frammentazione settoriale è spinta dalla creazione di corsi di laurea sempre più (futilmente) variegati intorno ad una questione che invece andrebbe ricompattata per risanare le condizioni di costante sospetto con le quali si guardano i pianeti dell’architettura, dell’ingegneria e dell’urbanistica. La stessa formazione universitaria tende a scoraggiare l’approfondimento critico in fase progettuale per relegarlo in ambito storico. Errore di ciclopica gravità.
Ed ecco perché, nonostante nel periodo che ci separa da Delirious New York una delle innovazioni più radicali della storia dell’umanità (internet) sia venuta alla luce, si verifica che, nelle riviste e nei canali del settore, la mastodontica rivoluzione culturale che ciò ha portato trova ancora spazi ridottissimi e rari dibattiti in ogni caso viziati da un equivoco di fondo. Un equivoco che si basa sulla pigrizia filosofica degli architetti, che occorre si convincano che il loro compito è quello di distinguere le suggestioni intellettuali dalle suggestioni formali e basare il proprio lavoro sulle prime, utilizzando, al più, le seconde come complemento.
Non solo: anche per il verso formale, è indispensabile una progettazione di carattere decisamente antianalogico, sostenuta da una profonda preparazione multidisciplinare del designer, senza la quale progettare non è solo sbagliato (eticamente), ma è impossibile (storicamente), perché troppe e di troppo rilievo sono le questioni emerse negli ultimi anni.
Il possesso di un apparato culturale sufficiente a delineare interpretazioni ad ampio spettro della contemporaneità deve diventare (o tornare ad essere) la base essenziale della progettazione, nella consapevolezza che la produzione di oggetti necessita propedeuticamente delle competenze che permettono la produzione di concetti.
In conclusione, per evitare che il dibattito teorico – soprattutto in Italia – si incancrenisca intorno a testi di scarso profilo, votati ossessivamente all’attacco di uno star system per il resto in alcun modo combattuto dalla categoria, dobbiamo sperare che le università spingano verso l’obiettivo di creare progettisti dotati di grandi talenti compositivi e insieme grandi capacità speculative e riassuntive. In quest’ottica, si potrebbe ad esempio cominciare con il recupero di un autore che, senza dubbio almeno per il secondo dei due aspetti, costituisce un perfetto esempio di sintesi tra filosofia e mestiere: John Johansen.
Chiudiamo con una sua citazione:

I believe that no architect can produce buildings which are valid unless he is sensitive to the prevailing conditions and experiences of his time, and all but a few today, regardless of their talent, are out of touch.[2]


[1] Da There is no criticism, only history, in Design Book Review, primavera 1986. Anche in Casabella n. 619/620, gennaio/febbraio 1995.

[2] Da AA.VV., John Johansen – A Life in the Continuum of Modern Architecture, L’Arca Edizioni, Bergamo, 1995.

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12 Risposte to “Le parole e le case”

  1. antonio Says:

    Case di Parole (ovvero Mi hai taggato e io me te magno… )

    Conservatore come sono non ho ancora dimestichezza con la lettura di testi on-line, proverò comunque disordinatamente a rispondere ad alcuni quesiti che implicitamente poni, in maniera sincopata così come li ho letti.
    Vorrei contestare sin da subito la tua scelta di far iniziare le tue argomentazioni con l’intervista di Ingersoll. Credo che per occuparsi del ruolo di Tafuri rispetto al dibattito architettonico contemporaneo (se è di questo che stiamo discettando) non si possa non far ascendere la genesi della questione ad un altro testo fondamentale edito su una “strana” rivista come Contropiano. Il nostro“mètre à penser” pubblica con il titolo “Per una critica dell’ideologia architettonica” un testo che ha mio parere va letto anche come estremo tentativo di rifondare la disciplina architettonica, in continuità con l’operazione che negli stessi anni Tafuri attua attraverso il rinnovamento dell’istituto di storia dell’architettura di Venezia, fondato a suo tempo da Zevi, e che da allora in poi avrà per finalità la critica all’ideologia del progetto, proponendo di fatto ogni evento storico entro un transfert fenomenologico declinato entro la triade storia-teoria e progetto.
    Risposte
    “Non è un segreto che i grandi maestri non scrivono più…” o forse non ci sono più grandi maestri? (n.d.r.)
    “curioso aborto teorico partorito dalla Biennale di Aaron Betsky del 2008, di cui si è detto molto, ma forse non tutto” .. pur non essendoci molto da dire. (n.d.r.)
    “bisogna osservare che quella che si è andata perdendo negli ultimi decenni è la memoria della figura dell’architetto come intellettuale completo.”… in Italia non si fa più architettura quindi gli architetti non servono… (n.d.r.)
    “La frammentazione settoriale è spinta dalla creazione di corsi di laurea sempre più (futilmente) variegati intorno ad una questione che invece andrebbe ricompattata per risanare le condizioni di costante sospetto con le quali si guardano i pianeti dell’architettura, dell’ingegneria e dell’urbanistica”… il problema dell’università in Italiana potrebbe sintetizzare: chi impara cosa da chi? (n.d.r.)

    Una contro-proposta
    La lezione di Tafuri va letta, a mio modesto parere, nella capacità di proporre un progetto della crisi, di rintracciare nella contraddizione un’opzione percorribile, così come proposta ossessivamente nei titoli dei suoi libri (Utopia e Progetto, La sfera e il labirinto, Teoria e Storie, Armonie e conflitti). Anche in questo caso andrebbe riconsiderata la massima di Norberto Bobbio (che già fu galeotta) secondo cui il ruolo dell’intellettuale non è quello di fornire certezze ma quello di sollevare il dubbio… Forse allora bisognerà tornare a prendere in considerazione le straordinaria provocazione che Tafuri proponeva nel testo apparso su Contropiano, nel quale si consigliava agli architetti di riporre i propri progetti nel cassetto e fare altro, almeno per un po’…

    Con affetto
    Antonio


  2. Allora, per riportare qui il contenuto della conversazione di ieri, comincerei con l’eliminare l’equivoco iniziale. Con questo articolo non era assolutamente mia intenzione “discettare sul ruolo di Tafuri rispetto al dibattito contemporaneo”, perché non ho di certo l’ardire di pensare di avere le competenze per una simile trattazione.
    Il mio intento, come speravo fosse chiaro già nel titolo (che, sì, è un gioco di parole foucaultiano, possa il filosofo perdonarmi) era semplicemente quello di riflettere sulla similitudine dei ruoli del produttore di concetti/parole (il filosofo) e del produttore di oggetti/case (l’architetto). Poiché ritengo i due intellettuali similmente responsabili della forma (logica e sensibile) del futuro dell’uomo, volevo ribadire quella certa assonanza delle formazioni che essi devono per necessità avere, acciocché la realtà possa essere descritta e costruita tramite visioni ad essa correttamente aderenti.
    Nessun intento di critica al personaggio Tafuri o alla sua lezione, quindi. Può essere, senz’altro, oggetto di discussione la scelta dell’intervista con Ingersoll come pretesto iniziale, ma la tentazione di utilizzare quell’affermazione così iperbolica e tagliente per impostare una riflessione radicale sul rapporto tra teoria e pratica era troppo forte per non cedervi. Errore metodologico? Forse, ma dal momento che è esplicitamente evitato ogni riferimento alla vita e all’opera dello storico, non credo possano esserci equivoci di sorta.
    Ad ogni modo, trovo interessantissimo il tuo suggerimento di leggere l’articolo su Contropiano. Aspetto indicazioni a riguardo!

    Per passare, quindi, alle affermazioni che fai, in particolare mi soffermerei sulla prima. Ci sono ancora grandi (o medi, o piccoli) maestri? Dal che si pone la domanda: chi è un maestro?
    Così su due piedi mi verrebbe da dire che maestro è chiunque possa insegnare qualcosa, il che, per esteso, conferisce dignità di “maestro” a chi imposti il proprio lavoro intorno ad un metodo trasmissibile.
    Tuttavia, non so se questa definizione mi piace, perché tende ad accordare l’onorifico titolo a professionisti che hanno la tendenza naturale a generare epigoni. Il che non è propriamente cosa da desiderarsi in sé e per sé, soprattutto se si parla di questioni formali. Ma, appunto, forse si parla di questioni più ampiamente metodologiche, e quindi forse la definizione è accettabile. Tu cosa intendevi con esattezza? Quando è finita, se lo è, l’epoca dei maestri (e quindi: chi è stato l’ultimo?)?

  3. Silvia Says:

    Scusate se mi intrometto nella discussione, ma alla definizione data da Rossella di “maestro” mi è sorto spontaneo (e forse errato) un quesito: allora Carlo Scarpa, giusto per fare un esempio, non può definirsi un maestro, in quanto non ha generato un metodo concretamente trasmissibile a dei seguaci, o qualcosa che somigli a una scuola formale? Allora io direi che maestro è colui il quale merita di essere studiato e approfondito, e per la sua opera, ma soprattutto per il metodo e l’apparato teorico (le “capacità speculative e riassuntive”) che la genera, che sia seguìta da successori, o (forse ancora di più) che rappresenti uno di quei momenti puntuali della storia definiti dal secondo metodo citato nell’articolo (bellissimo, Rossellina ♥ ).


  4. Credo che la tua obiezione sia sacrosanta, tant’è che io stessa ponevo in forma problematica la questione “magistrale”. Tra l’altro, il mio goffo tentativo di trovare un criterio definitorio preciso veniva soltanto dall’affermazione di Antonio sulla sparizione dei maestri. Possiamo forse dire, infatti, che non esistono più architetti degni di essere studiati? Non credo sia vero.
    Piuttosto, vorrei sapere da lui quale fosse il punto della sua affermazione, che è troppo manichea per poter essere sostenuta senza un adeguato inquadramento.

  5. antonio Says:

    Non posso esimermi da argomentare ancora una volta cercando di essere il meno manicheo possibile, anche perch… Mostra tuttoé quella che sta venendo fuori mi sembra una questione estremamente interessante.
    Premesso che rifuggo le definizioni, almeno quanto Berlusconi i tribunali, non riesco ad accettare quella troppo ecumenica della Ferorelli da dizionario Devoto Oli (maestro=chiunque insegni qualcosa… ) Credo che quella dei Maestri sia una fattispecie interessante e, purtroppo, a proposito non riesco che a ribadire la mia granitica posizione. Tuttavia se avrete la pazienza di andare avanti nella lettura cercherò di ponderare meglio la mia convinzione. Mi è capitato tempo fa di dover tenere a proposito una comunicazione. Per l’occasione mi è sembrato corretto presentare la posizione di uno dei pochi cui riconosco il ruolo di “Maestro”. Titolai la mia comunicazione Sintagmi viventi e i poeti morti come un saggio di P.P.Pasolini apparso su Rinascita nel 1967 e poi ripubblicato, su Empirismo eretico, con la significativa sostituzione del sostantivo “Sintagmi” con quello di “segni”. E’ un saggio in cui Pasolini ritorna sul concetto di linguaggio aggiungendo però un’interessante considerazione secondo cui ogni uomo, nel atto stesso di vivere, compierebbe “un’azione morale il cui senso (sarebbe) sospeso”. Solo la morte definirebbe la distanza critica ideale per giudicare (“se fossimo immortali saremmo immorali”). Se ne deduce, perdonerete la rapidità e la semplificazione estrema dei passaggi legata all’economicità del testo, che la lezione di un “Maestro” per essere definita tale o rivelarsi nel la sua validità deve superare la prova del tempo fino a rimanere valida come teorema post mortem: “ammettete che Stalin vivesse ancora: il marxismo, che aveva fatto della sua figura un esempio pubblico pressoché assoluto, non resterebbe ancora sospeso e ambiguo in una menzogna che solo con la fine di Stalin è stata smascherata?”
    Ora se volete la mia definizione da bacio perugina: un Maestro è qualcuno prima del quale lo stato dell’arte ti sembra raggiungere un certo grado di compiutezza, dopo il quale tutto quello che sembrava consolidato e conforme ti appare diverso e superato. Si pensi per capirci al ruolo dirompente di alcune figure della modernità come Nietzsche, Duchamp, Picasso, Le Corbusier, Mies e poi Pasolini ma anche John McEnroe, Philip Glass, Dino Campana. In definitiva farei per concludere, un’altra sottile distinzione (giusto per rimanere inviso anche alla Sivo), credo che la capacità di riuscire a “fare scuola” sia una condizione non necessaria e nemmeno sufficiente per poter aiutarci nel discrimine in oggetto. L’esempio che tu giustamente citavi fa riferimento ad uno dei più grandi poeti del novecento che pur apprezzando, in maniera forse anche esagerata, non credo di poter annettere al rango dei Maestri, proprio per quanto dicevo sopra (che tra l’altro ha avuto, un po’ come Rossi, altro poeta morto, solo maldestri epigoni.) Del resto a conferma di quanto dicevo a proposito della tua condizioni a contorno, non troppo lontano da noi abbiamo una scuola di stereotomia comparata e, Dio non me ne voglia, non vedo “Maestri”


  6. Tornando ora al discorso sui maestri.
    Dunque, la definizione che tu dai qui potrebbe convincermi, ma non mi convince e adesso ti spiego per quale motivo.
    Potrebbe convincermi, perché il modo in cui la poni corrisponde sostanzialmente alla definizione che una notte mi diedi di “opera d’arte” e di “capolavoro”. Sostenevo quella volta che un’opera d’arte si riconosce da un’altra opera dell’uomo per il fatto che essa, per una sua particolare caratteristica, produce un disvelamento di un aspetto centrale del proprio tempo. L’artista comprende lo Zeitgeist, lo rappresenta e lo rende più chiaro agli altri.
    Il capolavoro, invece, è quella particolare opera d’arte che non solo, per esser tale, rappresenta lo Zeitgeist, bensì ne comprende anzitempo l’evoluzione, e preconizza il futuro.
    Se quindi l’artista è per antonomasia l’uomo del proprio tempo, il genio è uomo del tempo che sarà; dal che sembra quasi che non si possa dare genio che non sia incompreso.
    Ma si comprende bene che sono discorsi nati in una notte con la complicità di qualche bicchiere di troppo e un po’ di goliardia.
    E qui vengo al punto che non mi convince.
    In che modo potremmo noi oggi riconoscere i maestri che stanno nascendo? Come possiamo comprendere quale portata assumeranno tra breve opere ed eventi di oggi, se noi stessi apparteniamo all’oggi? E quindi (e questo è il punto): come possiamo dire che oggi non esistono (più) maestri, o come possiamo farlo con la nonchalance con la quale hai lasciato lì quell’affermazione, direi, capitale?

    Insomma, capisco bene quante e di quale peso siano le semplificazioni cui questo modo di comunicare ti (e mi) costringe, ma desidero, se non ti è di peso, tentare di andar dentro (e sopra, e a lato, e sotto) la questione.


  7. Rossella,
    grazie per avermi fatto riprendere il bel numero di Casabella dedicato a Manfredo Tafuri.

    Riprendendo la tua chiosa in Italia ci siamo dimenticati di leggere il ‘contesto storico’ (troppo scomodo come ci raccontano i recenti fatti di cronaca) e i critici (non da ultimo Luca Molinari per il prossimo padiglione italiano alla biennale) cercano solo dei maestri che rappresentino ‘l’identità italiana’.
    L’introduzione di Marco Biraghi al libro ‘Parole dell’architettura’ – un’antologia recente che raccoglie scritti teorici tra il 1945-2000 – inizia esattamente con la tua stesa critica: «Né valgono a rianimare dallo stato pressoché comatoso in cui versa la teoria architettonica impacciati tentativi di “respirazione artificiale” quali ad esempio quelli praticati in occasione della Biennale di Architettura di Venezia del 2008».

    Come leggere ‘lo stato delle parole/case italiano’?

    Contrapponendo due lezioni:

    la prima, ci proviene da Mario Perniola che in chiave ‘apocalittica’ ci spiega come la comunicazione abbia preso il sopravvento sull’azione, spiegandoci, senza infingimenti, l’inazione del nostro tempo;

    la seconda, ‘dall’integrato’ Chris Anderson che c’invita ad abbandonare l’apparato critico del passato per cominciare a capire come leggere il paradigma del nostro tempo ovvero l’abbondanza. In qualche modo dobbiamo imparare a saper ‘sprecare’.

    Aiutandoci con due paradossi:

    il primo, la trilogia di Umberto Eco che ci spiega il bello e il brutto (le contrapposizioni critiche degli anni passati) con l’aggiunta dell’eccetera, cioè la vertigine della lista (o l’equilibrio dell’infinito);

    il secondo, l’horror pleni/vacui di Gillo Dorfles ovvero come sopravvivere senza specchiarsi nel passato.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino


  8. Il libro di Luca Molinari ce l’ho anch’io: ti pareva che con quel titolo potesse non attirarmi morbosamente? Però è ancora lì da mesi ad aspettare che lo scarti e ad esercitare su di me la stessa attrazione morbosa. Prima o poi ci sarà l’incontro fatale.

    Per quanto riguarda Perniola, Anderson e Dorfles, ho già avuto un rendez-vous fugace con ognuno di loro, e non vedo l’ora di approfondire.
    Grazie per il costante stimolo!

  9. 3,14159265359 (approx) Says:

    Come al solito, comincio elaborando un idea che so il tempo non mi concederà di rendere a parole. Di quello che volevo scrivere conserverò giusto l’incipit:

    Cosa ci fa credere che il futuro sia davvero in grado di comprendere il nostro operato, meglio di quanto noi stessi possiamo comprendere?
    Cosa ci fa credere che il futuro sia in grado di meglio giudicare il nostro operato meglio di quanto noi stessi possiamo giudicare?
    Non è forse per queste buone speranze, che gli architetti tendono a lasciare in eredità più “parole” che “case”?
    Non è forse per queste buone speranze che l’arte ha abbandonato le sue pretese (come ha osato) estetiche e tecniche, trasformandosi in puri esercizi di pensiero?

  10. 3,14159265359 (approx) Says:

    Aggiungo una piccola curiosità: il caso ha voluto che mi trovassi, quest’oggi, a parlare con mio padre del restauro del Teatro Fenice di Venezia. Saltando la ampia discussione sul tema, da questo si è giunti rapidamente ad una più ampia discussione sui grandi “codici” della architettura, del come si fa architettura e del linguaggio della architettura.
    Conscio della vicinanza di questo tema, agli argomenti trattati in questo post, ero tentato di chiedere una sua opinione a riguardo. Ma incredibilmente è stato invece lui, prima che potessi dire nulla, ad esclamare rammaricato, quanto l’architettura di oggi difetti di maestri in grado di dare vita ad un linguaggio, ad un codice, ad un movimento. Di maestri in grado di davvero insegnare e di essere dei modelli riconosciuti, intellettuali e non solo artisti (nella accezione più letterale).

    Per me è stata una rivelazione, sapere che anche al di fuori degli ambienti accademici, la morte intellettuale della architettura non è vissuta con indifferenza.

    Da qui una ennesima piccola (e neanche tanto originale) provocazione:
    Ma non sarà forse che proprio questo individualismo, questo egocentrismo senza ambizione dei nostri tempi, ad essere a tutti gli effetti, la più onesta e veritiera manifestazione del nostro zeitgeist?, che poi conduce inevitabilmente alla domanda: può lo zeitgeist manifestasi attraverso la sua assenza?


  11. […] un’estate alquanto movimentata. In primis, il testo Le parole e le case, che trovate nel post qui sotto, è andato in gara alla terza edizione Concorso Giovani Critici, indetto da […]


  12. […] finalista del concorso Giovani Critici 2010 indetto da PresS/Tfactory e professione architetto con “Le parole e le case”; il sottotitolo del blog è “architettura difficile” ed appuunto su questo assunto si […]


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