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19 ottobre 2010

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti. È stata un’estate alquanto movimentata.
In primis, il testo Le parole e le case, che trovate nel post qui sotto, è andato in gara alla terza edizione Concorso Giovani Critici, indetto da presS/Tfactory_Associazione Italiana di Architettura e Critica, ed il 27 agosto ha ricevuto a Venezia il secondo premio (qui qualche dettaglio) in un evento collaterale della XII Biennale di Architettura.

Alla premiazione, su richiesta della giuria, è stato portato anche un breve video che, per il notevole impegno apportato a me (voce, testo e disegni) e ai pazientissimi Massimo Lastrucci (fotografia) e Daniele Mantellato (montaggio e aiuto concept), desidero pubblicare qui come testimonianza.
Vi prego in anticipo di perdonare l’insostenibile antipatia del mio timbro vocale, ma non disponevamo di nulla di meglio al momento! Per il resto, naturalmente si tratta di un tentativo di sdrammatizzare un testo teorico non leggerissimo – a cominciare dal calembour foucaultiano del titolo, che è molto piaciuto al professor Prestinenza Puglisi – che altrimenti sarebbe stato difficile riassumere in un video di soli due minuti.

Poi, dobbiamo segnalare ancora due episodi di collaborazione con Salvatore D’Agostino (Wilfing Architettura).
Nel primo, ho avuto occasione di rivolgere una domanda a Luca Molinari, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia di quest’anno. Riporto il botta e risposta:

Rossella Ferorelli: In occasione di una visita al Politecnico di Bari di Boris Podrecca di qualche tempo fa, ricordo di aver riesumato una intervista dell’architetto per Repubblica del maggio 2006 il cui epilogo mi aveva raggelato: «Rispetto ai giovani italiani che vengono nel mio atelier, i coetanei olandesi o svizzeri hanno più verve, ironia e immaginazione. Da voi ci sono tanti professorini, con pochi progetti realizzati ma molte chiacchiere e presenze alle mostre; vivono l’architettura attraverso le riviste, non ne conoscono a fondo le problematiche». Questa l’opinione dell’architetto austriaco, che individuava l’origine del problema «nel fatto d’aver perso due generazioni, dopo il ’68. Avete scritto libri, e sapete tutto sul Palladio o Giulio Romano, ma non come si mette una finestra».
Vorrei dunque proporle una riflessione sull’ambito teorico dell’architettura in generale, ed in particolare in Italia. Come è possibile, infatti, che il problema della generale depressione del settore sia quello individuato da Podrecca, se nemmeno nel campo della ricerca teorica (distinguendo nettamente questo dall’ambito storico) alcunché di memorabile viene effettivamente prodotto nel nostro paese da anni?
Personalmente le propongo, perché la possa mettere in discussione, una lettura del problema che individui un bagliore risolutivo nella necessità di un riaggancio tra vera teoria (cioè teoria “hardware”, delle basi filosofiche, scientifiche e politiche che stanno dietro alla funzione sociale dell’architetto), e progettazione, e vorrei a questo proposito chiederle che funzione possa ancora avere un’istituzione come la Biennale di Venezia nella spinta alla soluzione delle tare architetturali del pianeta Italia. In particolare, come studentessa, le chiedo inoltre di sbilanciarsi in una riflessione sull’ambito accademico e sui rapporti attuali e possibili tra questo e la Biennale nell’ottica di una più continua e costante tensione alla ricerca sul futuro, che non rincorra solo le vetrine dei vari festival che sono in preoccupante via di moltiplicazione.

Luca Molinari: Il problema della produzione teorica nell’ambito dell’architettura contemporanea è serio ma forse dovremmo cambiare prospettiva. Forse non è più tempo di grandi narrazioni teoriche, dei volumi decisivi che spostavano i baricentri tematici, forse il sistema carsico e frammentario dei blogger contemporanei sta modificando il nostro modo di produrre e scambiare teoria in architettura. Insieme credo che la cultura architettonica debba fare uno sforzo diverso, cercare in un mondo che sta cambiando radicalmente e drammaticamente le parole, gli stimoli e le risorse per ridefinire confini disciplinari e elementi per rielaborazioni teoriche. Per quanto riguarda l’università non ho alcun problema a dire che la maggior parte del sistema universitario italiano è inadatto ad affrontare la situazione attuale e soprattutto a portare al suo interno quegli elementi vitali, virali e critici di cui ci sarebbe molto bisogno per combattere un irrigidimento culturale e una sindrome d’accerchiamento che l’università deve abbandonare per non morire.

Per leggere tutte le domande rivolte a Molinari sul blog di Salvatore, cliccate qui.

La seconda collaborazione è stata costituita dalla redazione da parte mia di un breve testo introduttivo all’indagine [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] cui partecipai nell’agosto 2009. Potete trovare qui il testo.

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