Il cattivo docente

30 dicembre 2010


Ogni realtà urbana ha quello che si merita, è quello che viene da dire quando un articolo del genere compare su su Il Giornale dell’Architettura (cercare per credere: a pagina 21 del numero 90, dicembre 2010-gennaio 2011). E se quindi le mirabolanti ambizioni di Bari possono arrivare all’assurdo di richiedere la candidatura a Capitale europea della Cultura per il 2019 (per gli scettici: qui, con tanto di foto patinate) pur non possedendo, ad oggi, nemmeno un museo presentabile a livello internazionale, allora non possiamo stupirci nemmeno del fatto che Nicola Signorile – noto nonché solo giornalista di architettura (sic) della città -, o chi per lui, abbia avuto la sfavillante idea di far comparire questa preziosa gemma sulla rivista nazionale.
Ora: che l’intento dell’articolo sia sarcastico, è chiaro come il sole. Ciò che mi lascia gravemente perplessa, tuttavia, è il fatto stesso che un articolo così fatto esista.
In altre parole, quello della nuova Facoltà di Architettura è uno scandalo alla luce del sole. In esso non solo è evidentissimo l’ossimoro tra la prefabbricazione massiccia e i tempi di costruzione assolutamente inaccettabili (pari a quelli della costruzione del Maxxi), ma c’è da mettere in discussione il progetto nel suo complesso, laddove le forme neoclassico-nauseabonde sono solo la punta di un iceberg di imbarazzante mancanza di qualità. Le due pachidermiche carcasse, che si aggirano ognuna intorno ai 50×50 m in pianta per una superficie complessiva che, a un calcolo sulle dita, supererà i 15.000 metri quadrati, non contengono infatti che aule rachitiche, mentre gli spazi espositivi sono ricavati da corridoi residuali, sconnessi e privi di identità. Il tutto per una clamorosa mancanza di respiro architettonico, proprio laddove avviene (dovrebbe avvenire) la formazione artistica e percettiva degli studenti. Studenti i quali, naturalmente, non possono che recepire la novità con blanda soddisfazione, abituati all’unica alternativa possibile a questo scempio: il nulla. E ciò anche quando, sin dal primo momento, è evidente che la struttura è rifinita a dir poco modestamente – naturale: qualsiasi disponibilità finanziaria si smaterializza dopo un decennio di cantierizzazione! – e manca anche delle più banali attrezzature atte a renderla utilizzabile dagli studenti: a partire dalle prese elettriche per i computer portatili.
Per questi motivi, la sottile ironia di Signorile in questo caso non vale poi molto più di una sottomissione completa al regime di Claudio D’Amato, il cui nome non dovrebbe mai comparire su una rubrica intitolata “Professione & formazione”, poiché il personaggio ha ormai ben poco da spartire con una e con l’altra cosa, essendo fondamentalmente incapace di redigere un progetto che non superi di 5 volte i budget disponibili, o anche solo che rispetti uno dei canoni cultural-estetici coi quali costantemente si ostina a limitare l’immaginario dei suoi malcapitati allievi.
Allora, quando i reportage della situazione barese tingono di toni pastello una tragedia sventolata con leggerezza – e un certo compiacimento per la propria acuta sagacia – di fronte alla nazione come se si trattasse dell’angolo del sedicente “esperto” cinico nel giornaletto di quartiere, abbiamo il dovere di scandalizzarci e di non accettare nessuna posizione che non sia un grido di rabbia o, se non altro, la dignità di un più intelligente silenzio.

Luci tra la nebbia

16 dicembre 2010

Ho sentito dire che qualcuno, al sapere in anticipo l’argomento da me scelto, ha mostrato una certa perplessità: come se, da parte mia, questa fosse una scelta, diciamo, curiosa. Invece, a me sembra evidente che nessun argomento, oggi, interessa, come questo, da vicino, ogni scrittore. A meno che non si vogliano confondere gli scrittori coi letterati: per i quali, come si sa, il solo argomento importante è, e sempre è stata, la letteratura; ma allora devo avvertirvi subito che nel mio vocabolario abituale, lo scrittore (che vuol dire prima di tutto, fra l’altro, poeta), è il contrario del letterato. Anzi, una delle possibili definizioni giuste di scrittore, per me sarebbe addirittura la seguente: un uomo a cui sia a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura.
[…]
Però, nello stesso tempo, per merito della fortuna, io mi onoro di appartenere alla specie degli scrittori. Da quando, si può dire, ho incominciato a parlare, mi sono appassionata disperatamente a quest’arte, o meglio, in generale, all’arte E spero di non essere troppo presuntuosa se credo di avere imparato, attraverso la mia lunga esperienza e il mio lungo lavoro, almeno una cosa: una ovvia, elementare definizione dell’arte (o poesia, che per me vanno intese come sinonimi).

Eccola: l’arte è il contrario della disintegrazione. E perché? Ma semplicemente perché la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, il solo suo motivo di presenza e sopravvivenza, o, se si preferisce, la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà (ma attenzione ai truffatori, che presentano, sotto questa marca di realtà, delle falsificazioni artificiali e deperibili). La realtà è perennemente viva, accesa, attuale. Non si può avariare, né distruggere, e non decade. Nella realtà, la morte non è che un altro movimento della vita. Integra, la realtà è l’integrità stessa: nel suo movimento multiforme e cangiante, inesauribile – che non si potrà mai finire di esplorarla – la realtà è una, sempre una.
Dunque, se l’arte è un ritratto della realtà, chiamare col titolo di arte, una qualche specie, o prodotto, di disintegrazione (disintegrante o disintegrato), sarebbe per lo meno una contraddizione nei termini. Si capisce, quel titolo non è brevettato dalla legge, e nemmeno sacro e inviolabile. Ognuno è padrone di mettere quel titolo di arte dove gli pare; ma anch’io sarò padrona, quando mi pare, di denominare costui per lo meno un pazzariello. Come sarei padrona di chiamare pazzariello – diciamo in via di esempio ipotetico – un signore che msistesse per forza a offrirmi nel nome di sedia un rampino appeso al soffitto.
Ma allora, bisognerà porsi una domanda: poi che l’arte non ha ragione se non per l’integrità, quale ufficio potrebbe assumersi dentro il sistema della disintegrazione? Nessuno. E se il mondo, nella enormità della sua massa, corresse alla disintegrazione come al proprio bene supremo, che cosa resterebbe da fare a un artista (ma da questo momento in poi, se permettete, come riferimento particolare che vale per ogni artista in generale, considererò lo scrittore) – il quale, se è tale veramente, tende all’integrità (alla realtà) come all’unica condizione liberatoria, festosa, della sua coscienza? Non gli resterebbe che scegliere. O si convince di essere lui nell’errore, e nel torto. E che quella figura assoluta della realtà, l’integrità segreta e unica delle cose (l’arte), non era che un fantasma prodotto dalla sua propria natura – un trucco di Eros, diciamo, per far durare l’imbroglio, In questo caso, sentirà scadere irrimediabilmente la sua funzione, la quale anzi gli risulterà peggio che vana, disgustosa, come il delirio di un drogato. E in conseguenza, cesserà dallo scrivere.
Oppure, lo scrittore si convince che l’errore non è dalla sua parte. Che non lui stesso, ma i suoi contemporanei, nella loro enorme massa, sono nell’equivoco. Che insomma non è, diciamo, Eros, ma Thanatos, invece, l’illusionista, che fabbrica le sue visioni mostruose per atterrire le coscienze e imbrogliarle, snaturandole dalla loro sola contentezza e deviandole dalla spiegazione reale. Così che, ridotti alla elementare paura dell’esistenza, nella evasione da se stessi e quindi dalla realtà, loro, come chi ricorre alla droga, si assuefanno all’irrealtà, che è la degradazione più squallida, tale che in tutta la loro storia gli uomini non hanno conosciuto mai l’uguale. Alienati, poi, anche nel senso della negazione definitiva; poiché per la via della irrealtà non si arriva al Nirvana dei sapienti, ma proprio al suo contrario, il Caos, che è la regressione infima e la più angosciosa.
[…]
Il sistema della disintegrazione, logicamente, ha i suoi funzionari, segretari, parassiti, cortigiani, ecc. E tutti costoro, nel proprio (malinteso) interesse, o perché ingannati (diciamo così) in buona fede, dal loro stesso errore, cercheranno di infiacchire le resistenze dello scrittore con mezzi diversi. Tenteranno per esempio di accattivarlo o di assimilarlo nel sistema attraverso la corruzione, la popolarità scandalistica, i successi volgari, promuovendolo a un divo o a un play boy. Oppure, al contrario, si adopreranno a fargli apparire la sua differenza dal sistema come un tradimento, o una colpa, o una immoralità, o un moralismo, o una insufficienza. Andranno dicendo, per esempio, che non è moderno. Per forza! difatti nel loro concetto, essere moderni significa essere disintegrati, o in via di disintegrarsi. Andranno dicendo magari che non si occupa di cose serie, né della realtà; e si capisce! giacché il sintomo principale della disintegrazione, di cui loro sono succubi o malati, consiste nell’assumere come realtà il suo contrario.
Come si è detto, dentro il sistema non possono esistere scrittori, nel senso vero del termine; però c’è una quantità di persone che scrivono, e stampano libri, e si potranno distinguere chiamandoli genericamente scriventi. Alcuni di loro sono semplici strumenti del sistema: strumenti, però, di importanza assai secondaria al confronto di altri, quali gli scienziati della bomba. Le stanze, gli uffici di questi scriventi si possono considerare delle minime succursali degli stabilimenti nucleari veri e propri.
[…]
E tentavo di spiegare che cosa sia la realtà; ma purtroppo dubito di esserci riuscita, giacché questa è una cosa che si capisce solo quando la si prova, e quando la si prova, non si ha bisogno di spiegazioni. Una volta un novizio chiese a un vecchio sapiente orientale: «Che cos’è il Bodhidharma?» (che significherebbe approssimativamente l’Assoluto, o simile). E il sapiente, pronto, gli rispose: «Il cespuglio in fondo al giardino». «E uno che capisse questa verità,» domandò ancora, dubbioso, il ragazzo «che cosa sarebbe, lui?». «Sarebbe» rispose il vecchio dandogli una botta in testa «un leone con la pelliccia d’oro».

Da Elsa Morante, Pro o contro la bomba atomica, in Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Adelphi, Milano, 1987.
Corsivo originale, grassetto mio.

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