Dal Nido al NIBA!

24 gennaio 2011

Come potete notare, da oggi qui a destra nella mia sidebar campeggia un nuovo logo, disegnato da Daniele Mantellato: quello del NIBA | Network Italiano dei Blog di Architettura.

Si tratta in sostanza di un gruppo di Facebook da me creato con questa descrizione:

Cari amici blogger di architettura, lettori di blog di architettura o appassionati,
sicuramente molti di voi si saranno resi conto che i blog e Facebook sono strumenti molto diversi, per pregi e difetti.
Amiamo i blog per la libertà che ci lasciano nel dar loro la nostra forma preferita.
Amiamo Facebook per la facilità con la quale ci tiene in contatto e ci permette di condividere contenuti.
Abbiamo creato questo gruppo con l’intenzione di farne un connettore di blog, per aiutare i blogger di architettura italiani (e non) a tenersi meglio aggiornati sulle loro attività. Non chiediamo altro che di dargli visibilità e di condividere contenuti: in particolare, sono bene accette note e link ai vostri post.

La mia idea, dunque, era quella di creare un semplice «network nel network», come lo ha acutamente definito Alessandro Rocca (Low Cost Low Tech). Ma, come speravo, in breve la stanza si è riempita di volti e di parole, e a una settimana dall’inizio di tutto siamo già 97.

Forse la blogosfera italiana non è poi così deserta come sembra, visto che sono già nate, nel gruppo, discussioni anche molto accese. Chiunque sia interessato è invitato ad iscriversi e partecipare!

Eccoci (spero) tutti:

A Come Architettura
Abitare Mag
Laura Aquili di DES-ART-CHITECTURE
Antonio Marco Alcaro, Giulio Paolo Calcaprina e Giulio Pascali di Amate l’architettura
Francesco Alois di Spirito Architettonico Libero
ArchitectureFeed Architecture Aggregator
Guido Aragona di Bizblog
Andrea Balestrero
Carlo Beltracchi di Beyond the Light Bulb
Claudio Bosio
Marco Brizzi di arch’it
Antonella Bruzzese
Marco Calvani
Silvio Carta di Beyond Icons 2.0
Diego Casartelli
Channelbeta Architectural Review, Gianluigi D’Angelo e Matteo Falcone
Simo Capecchi di In viaggio col taccuino
Maurizio Caudullo di Archinlab
Chvl Associati
Domenico Cogliandro
Comitato Sarzana Che Botta
Luca Coppola
Salvatore D’Agostino di Wilfing Architettura
Gianluigi D’Angelo
Davide Del Giudice
Maurizio Degni di Frustrazioni architettoniche
Roberta Patrizia Di Benigno
Luca Diffuse di Luca Diffuse e Diffuse Outtakes
Domenico Di Siena di Urbanohumano
Davide Di Virgilio
Edilizia E Territorio e Giorgio Santilli
Massimiliano Ercolani di Dokc Lab
Alessio Erioli di Co-de-it
Barbara Falcone di Cibo Architettura
Cristian Farinella e Lorena Greco di Gluemarket
Elena Fedi di Archiportale
Marco Ferrari
Fabio Fornasari di Luoghi sensibili
Annalisa Gentile
Mario Gerosa di Virtual Architectural Heritage
Andrea Graziano di digitag&
Joseph Grima di Domusweb
Luca Guido di Luca Guido
Alberto Iacovoni di ma0 News
Impianti Idrici
Guido Incerti
Jakob Knulp di One to the third
Diego Lama
Matteo Lecis Cocco-Ortu
Enrica Longo
Matteo Lo Prete
Robert Maddalena
Zaira Magliozzi di TheNewArchinTown
Marco Mantellato
Daniele Mantellato
Simona Mazzeo
Ettore Maria Mazzola
Giovanni Mendola di [Identità e Città]
Luca Molinari
Zoè Chantall Monterubbiano
Renato Nicolini
Edmondo Occhipinti di | edmondo occhipinti architect |
Giorgio Opla e Marco Opla di Opla+
Emanuele Papa de Il blog della cosa
Claudia Pasquero di ecoLogic
Francesco Pecoraro
Emanuele Piccardo di Architettura radicale e archphoto
Paola Pierotti
Emmanuele Jonathan Pilia di PEJA TransArchitecture research
Press/Tfactory e Luigi Prestinenza Puglisi
Paolo Priolo di klat magazine
Pask Rienzo
Alessandro Ranellucci di ArchiBlog
Alessandro Rocca di Low Cost Low Tech
Ugo Rosa di Fiordizucca
Fabrizio Russo
Serena Russo di Petra Dura, architettura e contorni
Antonino Saggio
Giorgio Santilli
Sardarch Architettura
Carmelo Cesare Schillagi
Matteo Seraceni di = Architettura = Ingegneria = Arte =
Luca Silenzi di Spacelab
Diego Terna di l’architettura immaginata
Viviana Terzoli
Traccia Menti
Paolo Valente
Marco Verde di Performative design processes for architecture
Angelo Verderosa
Davide Vizzini

Come vedete, i nomi sono tanti ma i link sono pochi. Questo è perché non conosco ancora molti di voi, oppure non ho trovato l’indirizzo del vostro blog, oppure ancora vi ho involontariamente saltati. Ho intenzionalmente evitato i siti degli studi, quelli puramente di portfolio, perché credo che lo spirito di NIBA sia chiaramente un altro da quello della semplice dimostrazione del proprio lavoro. Se ho dimenticato qualcuno o sbagliato qualcosa, oppure se non vi sembra che il criterio di selezione dei link sia valido, commentate e rettificherò immediatamente.
Ora: cosa ci aspettiamo da questo NIBA? Per la verità, non ne ho la minima idea. Ciò fa tuttavia parte del gioco, perché mi aspetto sorprese.
Stiamo a vedere.


Ieri mi è capitata la piacevole esperienza di assistere a una conferenza a Londra in diretta in streaming.
Si trattava del dibattito Critical Futures, organizzato da Domus e trasmesso su Domusweb, sito/blog che stupisce per la sua freschezza oltre che per la qualità dei suoi contenuti, essendo il corrispettivo online della seconda rivista italiana di architettura per antonomasia, che quest’anno compie ben 83 anni di esistenza.
Qui potete leggere tutti i dettagli dell’evento. Riporto i relatori:

Shumi Bose – scrittore [così sulla pagina di Domus; tuttavia, all’appello uno scrittore è di troppo e manca invece una ragazza asiatica presente alla discussione, che sta svolgendo una tesi di ricerca proprio sui temi della mutazione della stampa di architettura all’epoca dei blog. Inoltre trovo, sul sito dell’AA School, che Shumi Bose è Teaching Assistant in History & Theory Studies]
Charles Holland – autore di Fantastic Journal
Peter Kelly – direttore di Blueprint
Kieran Long – critico di architettura dell’Evening Standard
Geoff Manaugh – autore di BLDGBLOG
Beatrice Galilee – autrice e curatrice, domusweb, The Gopher Hole

Moderatore: Joseph Grima, Domus.

La conversazione è stata molto piacevole e informale, con begli interventi dal pubblico. Non mi sarà possibile fornire un resoconto puntuale di tutto ciò che è stato detto, anche perché le difficoltà di ascoltare una conferenza in streaming sono molte (per esempio, la comprensione delle parole di Geoff Manaugh, che era in collegamento da Los Angeles, è stata molto difficoltosa perché, oltre ad una parlantina particolarmente rapida – tanto da colpire persino il pubblico londinese -, una serie di problemi di feedback audio e di  volume altalenante ne hanno compromesso la fruibilità). Copierò quindi brutalmente i miei appunti in proposito, spero di ricordare bene.

Peter Kelly: pensa ai dibattiti che prima si scambiavano a forza di editoriali tra riviste, come per esempio tra Mendini, che scriveva su Domus, e Maldonado, che rispondeva da Casabella. Oggi non ha alcun senso che questo avvenga, se non online. Cosa cambierà?

Kieran Long: [alquanto istrionico, N.d.R.] non si può tuttavia parlare di vera e propria tradizione giornalistico-critica per l’architettura [credo in Inghilterra, N.d.R], perché non c’è stata volontà di crearne una da parte della passata generazione. L’età media dei redattori delle riviste è molto alta e nessuno ha interesse ad abbassarla.
Nei blog c’è in generale anche più libertà di espressione, che invece è legata nell’editoria ufficiale a causa di problemi connessi con la proprietà delle testate e in generale a questioni di interesse economico.

Joseph Grima: tuttavia, nell’universo dei blog non esiste «stroncatura» [lo dice in italiano non riuscendo a trovare l’adatto corrispettivo inglese, nonostante lo parli praticamente come prima lingua, N.d.R.].

Charles Holland: il suo lavoro sul blog affronta temi che sono anche solo tangenzialmente connessi con la propria professione di architetto, quindi non c’è sempre diretta connessione con l’universo professionale.

Shumi Bose (?): ma non si può paragonare del tutto vecchia editoria e blogosfera o giornalismo online. Riflessione sul retroterra culturale. L’effetto principale dell’attività online è la “despecializzazione”, ovvero la perdita di specialismo sia in entrata (scrittura) che in uscita (lettura). Causa ed effetto di ciò è che per la maggior parte, coloro che scrivono online lo fanno gratuitamente. Nei loro confronti c’è diffidenza, ci si chiede chi siano queste persone che non hanno mai pubblicato, se non online.

Joseph Grima: c’è un’etica della scrittura di architettura online?

Beatrice Galilee: forse no, ma bisogna osservare come lo stream continuo di immagini patinate sui blog di architettura sia pornografico. Molti blog raggiungono flussi massicci di traffico proprio per questo motivo. Qual è l’effetto di questo fenomeno sulla cultura architettonica contemporanea? Potrebbe danneggiarla?

Shumi Bose (?): però si tratta di un atto fortemente politico. Si pensi a quale importanza sociale possono avere i molti blog di architettura di lingua spagnola, che fanno particolarmente leva sull’uso delle immagini, sull’ambiente culturale dell’America Latina.

Beatrice Galilee: questo può diventare davvero un territorio di concorrenza per le riviste cartacee. Perché dovrei comprarne una, se trovo online le immagini che cerco?

Kieran Long: il problema è che non ci sono abbastanza intellettuali e teorici di architettura!

Joseph Grima: in Italia il problema è l’opposto! [accenna sarcasmo e il pubblico ride, N.d.R.]

Geoff Manaugh: si stupisce di come molti suoi post che lui considera tematicamente e geograficamente marginali vengano condivisi online da un altissimo numero di persone.

Commento dal pubblico: nei blog c’è molta più passione, è possibile schierarsi con più facilità e prendere posizioni nette. Per questo motivo è probabile che nel prossimo futuro siano più i blog e i contenuti diffusi online a spostare e orientare il dibattito, piuttosto che le riviste, che sono sempre su posizioni pressoché neutrali, schiave della ricerca dell’obiettività indotta dal professionalismo.

[Non ricordo più chi]: l’importanza sociale tipicamente attribuita all’architettura negli anni ’60 e ’70 si è perso con l’emergere dello starsystem. È quello spirito che oggi muove i blogger.

Ovvero: usare i blog come pretesto per indagare l’avanguardia

Vi invito a leggere sul blog De Architectura questo post a valle del quale si è generata una piccola discussione alla quale anche io ho partecipato.
Sostanzialmente, il post commenta una trovata natalizia per la quale le vetrate del Duomo di Milano sono state illuminate dall’interno. In tal modo, si è creato un effetto inedito per la città, dato che la norma vuole che la luce attraversi quei vetri da fuori a dentro, e che solo chi è dentro possa percepirne l’effetto. Qui è possibile vedere le foto dell’intervento.
Nel citato blog, particolarmente attraverso i commenti, vengono – è il caso di dirlo – alla luce varie posizioni, ma in summa il giudizio è complessivamente negativo per tre ordini di motivi, che così possiamo riassumere:
economico-commerciale: l’intervento è finanziato/patrocinato dall’azienda di illuminazioni locale (l’AEM), dunque c’è sotto una ragione di interesse;
profano-consumistico: la curia si abbandona a stratagemmi di marketing poco spirutuali; «La luce artificiale che brilla nella notte meneghina dentro il duomo e lo fa risplendere come una grande luminaria natalizia visibile solo restando fuori nel profano, permette l’esperienza spirituale di elevazione della mente a Dio?» (commento di Paolo Gobbini);
filologico: le finestre sono fatte per essere viste dall’interno e dal basso, mentre dall’esterno l’immagine è speculare; si genera «la forzatura di voler “leggere” un’opera d’arte in condizioni differenti da quelle per cui è stata concepita e creata» (commento di Enrico Delfini).

Accettando come plausibile motivo di dissenso solo il primo dei tre ordini di argomenti, intendo confutare gli altri due e proporre una differente lettura dell’operazione.
Per brevità, riporto la parte centrale del mio commento alla questione:

Personalmente, infatti, ritengo che la reinterpretazione (purché non invasiva, e questa di certo non lo è) degli oggetti di architettura anche antica sia non solo diritto dei contemporanei, ma persino un loro dovere. Se l’architettura è, infatti, per eccellenza arte civile – e quindi sociale – essa è nata per essere utilizzata e per evolversi assieme agli usi stessi, che non sono fissi nel tempo.
Allora, un’operazione così “delicata” (nel senso della reversibilità) non deve essere condannata solo perché non filologica, perché la filologia, a ben guardare, ha ben poco a che spartire con l’arte.
E, per dirla tutta, a me l’operazione piace. Avrò una spiritualità poco filologica anch’io, probabilmente, ma se fossi più convintamente cattolica, direi che guardare le vetrate illuminate dalla piazza mi farebbe venire in mente, per prima cosa, che non occorre entrare in una chiesa per essere in una chiesa.

Il che è poi il massimo traguardo di un’operazione di architettura, non credete?

Ora, espandiamo un poco l’argomento e cerchiamo di capire perché può essere interessante per noi.

Dunque, studiare Zevi o Benevolo acquisendone il metodo significa, in primo luogo, dare alla storia dell’architettura (e in particolare a quella dell’architettura moderna) una lettura orientata, ovvero una sorta di teleologia, o più propriamente piuttosto di fenomenologia ermeneutica. Significa, in altre parole, interpretarla come il tentativo degli uomini di emanciparsi in una direzione. Per i due giganti della storiografia, si trattava di liberarsi dai gioghi dello storicismo e quel che viene dopo è storia nota – si potrebbe dire con un bisticcio di parole.
A mio avviso, un simile approccio può essere ancora utilizzato, se consideriamo che alle mutazioni continue del nostro modo di comprendere lo spazio dovrebbero corrispondere altrettante evoluzioni del nostro modo di progettarlo, occuparlo e manipolarlo.
Come ho avuto modo di dichiarare più volte anche solo all’interno di questo blog, è mia opinione che il ruolo del teorico dell’architettura sia per questo motivo inscindibile da quello del progettista e che l’obiettivo di questo Giano bifronte sia appunto quello di indicare come e perché si deve progettare. E quindi oggi la direzione che la storia sta seguendo è quella verso lo sdoganamento di una serie di concetti spaziali caratterizzati da gerarchie logiche e geometriche del tutto superate dai tempi.

Tra queste, mi pare chiarissimo che rientri anche l’antinomia dentro/fuori. Concavità e convessità sono oggi concetti del tutto ambigui grazie alla topologia e all’emergere di tipologie di soggetti progettuali “a volume zero” che trascendono la dimensione architettonica tradizionale.
Allora, un intervento come quello milanese, che – forse inconsapevolmente – permette la riflessione sulle potenzialità del fuori di possedere caratteristiche del dentro, non può che generare grandissimo interesse, spingendo anche il passante dotato di spirito critico a domandarsi: cosa effettivamente separa le navate del Duomo dal sagrato, dalla piazza?
Poco respiro, invece, hanno le vecchie critiche sulla coerenza con delle condizioni iniziali in genere solo grossolanamente supposte.
E tutto questo a prescindere, naturalmente, da un’idea di comunità ecclesiastica tanto più francamente indifendibile quanto più si arrocca persino su considerazioni di ordine geometrico, selezionando i suoi alleati tra le retroguardie di ogni settore. Ma questa è tutta un’altra questione.

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