Le direzioni della storia

9 gennaio 2011

Ovvero: usare i blog come pretesto per indagare l’avanguardia

Vi invito a leggere sul blog De Architectura questo post a valle del quale si è generata una piccola discussione alla quale anche io ho partecipato.
Sostanzialmente, il post commenta una trovata natalizia per la quale le vetrate del Duomo di Milano sono state illuminate dall’interno. In tal modo, si è creato un effetto inedito per la città, dato che la norma vuole che la luce attraversi quei vetri da fuori a dentro, e che solo chi è dentro possa percepirne l’effetto. Qui è possibile vedere le foto dell’intervento.
Nel citato blog, particolarmente attraverso i commenti, vengono – è il caso di dirlo – alla luce varie posizioni, ma in summa il giudizio è complessivamente negativo per tre ordini di motivi, che così possiamo riassumere:
economico-commerciale: l’intervento è finanziato/patrocinato dall’azienda di illuminazioni locale (l’AEM), dunque c’è sotto una ragione di interesse;
profano-consumistico: la curia si abbandona a stratagemmi di marketing poco spirutuali; «La luce artificiale che brilla nella notte meneghina dentro il duomo e lo fa risplendere come una grande luminaria natalizia visibile solo restando fuori nel profano, permette l’esperienza spirituale di elevazione della mente a Dio?» (commento di Paolo Gobbini);
filologico: le finestre sono fatte per essere viste dall’interno e dal basso, mentre dall’esterno l’immagine è speculare; si genera «la forzatura di voler “leggere” un’opera d’arte in condizioni differenti da quelle per cui è stata concepita e creata» (commento di Enrico Delfini).

Accettando come plausibile motivo di dissenso solo il primo dei tre ordini di argomenti, intendo confutare gli altri due e proporre una differente lettura dell’operazione.
Per brevità, riporto la parte centrale del mio commento alla questione:

Personalmente, infatti, ritengo che la reinterpretazione (purché non invasiva, e questa di certo non lo è) degli oggetti di architettura anche antica sia non solo diritto dei contemporanei, ma persino un loro dovere. Se l’architettura è, infatti, per eccellenza arte civile – e quindi sociale – essa è nata per essere utilizzata e per evolversi assieme agli usi stessi, che non sono fissi nel tempo.
Allora, un’operazione così “delicata” (nel senso della reversibilità) non deve essere condannata solo perché non filologica, perché la filologia, a ben guardare, ha ben poco a che spartire con l’arte.
E, per dirla tutta, a me l’operazione piace. Avrò una spiritualità poco filologica anch’io, probabilmente, ma se fossi più convintamente cattolica, direi che guardare le vetrate illuminate dalla piazza mi farebbe venire in mente, per prima cosa, che non occorre entrare in una chiesa per essere in una chiesa.

Il che è poi il massimo traguardo di un’operazione di architettura, non credete?

Ora, espandiamo un poco l’argomento e cerchiamo di capire perché può essere interessante per noi.

Dunque, studiare Zevi o Benevolo acquisendone il metodo significa, in primo luogo, dare alla storia dell’architettura (e in particolare a quella dell’architettura moderna) una lettura orientata, ovvero una sorta di teleologia, o più propriamente piuttosto di fenomenologia ermeneutica. Significa, in altre parole, interpretarla come il tentativo degli uomini di emanciparsi in una direzione. Per i due giganti della storiografia, si trattava di liberarsi dai gioghi dello storicismo e quel che viene dopo è storia nota – si potrebbe dire con un bisticcio di parole.
A mio avviso, un simile approccio può essere ancora utilizzato, se consideriamo che alle mutazioni continue del nostro modo di comprendere lo spazio dovrebbero corrispondere altrettante evoluzioni del nostro modo di progettarlo, occuparlo e manipolarlo.
Come ho avuto modo di dichiarare più volte anche solo all’interno di questo blog, è mia opinione che il ruolo del teorico dell’architettura sia per questo motivo inscindibile da quello del progettista e che l’obiettivo di questo Giano bifronte sia appunto quello di indicare come e perché si deve progettare. E quindi oggi la direzione che la storia sta seguendo è quella verso lo sdoganamento di una serie di concetti spaziali caratterizzati da gerarchie logiche e geometriche del tutto superate dai tempi.

Tra queste, mi pare chiarissimo che rientri anche l’antinomia dentro/fuori. Concavità e convessità sono oggi concetti del tutto ambigui grazie alla topologia e all’emergere di tipologie di soggetti progettuali “a volume zero” che trascendono la dimensione architettonica tradizionale.
Allora, un intervento come quello milanese, che – forse inconsapevolmente – permette la riflessione sulle potenzialità del fuori di possedere caratteristiche del dentro, non può che generare grandissimo interesse, spingendo anche il passante dotato di spirito critico a domandarsi: cosa effettivamente separa le navate del Duomo dal sagrato, dalla piazza?
Poco respiro, invece, hanno le vecchie critiche sulla coerenza con delle condizioni iniziali in genere solo grossolanamente supposte.
E tutto questo a prescindere, naturalmente, da un’idea di comunità ecclesiastica tanto più francamente indifendibile quanto più si arrocca persino su considerazioni di ordine geometrico, selezionando i suoi alleati tra le retroguardie di ogni settore. Ma questa è tutta un’altra questione.

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4 Risposte to “Le direzioni della storia”


  1. Prima di tutto i miei complimenti per la qualità grafica del blog. Sul contenuto mi è difficile dire molto perché l’ho visto ora per la prima volta ma, a occhio e croce, non è che siamo proprio d’accordo.
    Non c’è problema, basta non volersi convincere l’un l’altro per forza.
    Rispondo al tuo ultimo commento sul post di enrico delfini: non bisogna essere credenti per comprendere che la Chiesa, e intendo quella cattolica, non può essere che portatrice di un valore assoluto. E’ vero che la Chiesa, intesa come gerarchia, è fatta da uomini, e quindi suscettibili di cambiare nel tempo, ma il principio primo che dà senso alla sua esistenza è trascendente e fuori dal tempo e se mettesse in dubbio questo la Chiesa sarebbe altro da sé e si annullerebbe del tutto. Certo, vi possono essere opinioni diverse, come ve ne sono, ma c’è un limite invalicabile oltre il quale si è fuori dalla Chiesa.
    D’altra parte sarebbe anche ridicolo, oltre che improprio, che non credenti volessero cambiare le regole di un gioco che non è il loro: alla Chiesa non si aderisce per obbligo, come ad esempio allo Stato, ma per scelta, quindi se uno non è d’accordo è bene si tenga fuori.
    Paradossalmente accade invece l’opposto e cioè che accade sempre più spesso che siano i “laici” a dover ricordare alla Chiesa i propri compiti “istituzionali”, e cioè proprio quei valori assoluti che vengono minati dal relativismo presente talvolta nella Chiesa stessa.
    Ad esempio, nel campo dell’architettura sacra è assolutamente prevalsa la tendenza relativista a seguire la moda architettonica, la ricerca individuale, la libertà assoluta nelle forme.
    Come dice invece il prof. Introvigne, studioso cattolico, la Chiesa non ha a che vedere con la “democrazia” ma con la gerarchia e le decisioni non si prendono a maggioranza, tanto meno a discrezione degli architetti ma in base alla dottrina.
    E la dottrina non prevede di seguire il corso della storia e di adattarsi alle mode, dato che lì si lavora per l’assoluto e l’eterno e non per il giorno dopo.
    Verrò a trovarti e a leggermi qualche post, dato che ho visto dai tag che di carne al fuoco ne hai tanta.
    Pietro


  2. Grazie per la visita e i complimenti, nonché per l’apertura mentale che dimostri nell’affermazione successiva: non c’è nulla di più piacevole che instaurare un confronto di opinioni nel reciproco rispetto!
    Ora, la discussione sul culto trascende decisamente il nostro ambito di interesse, dunque dirò solo poche cose.
    Certamente non intendo che coloro che non si sentono parte della comunità debbano avere voce in capitolo nella interpretazione delle regole, ma temo – e ciò mi viene da numerosi dialoghi con gente più addentro di me nella questione – che molti credenti e praticanti avvertono come distanti dal proprio modo di vedere le cose le impostazioni della Chiesa centrale.
    D’altra parte, se volessimo dire che tutta la dottrina deriva originalmente dai Vangeli, questo sarebbe clamorosamente falso. E di qui una serie di possibili discorsi che sono già propri del Protestantesimo nelle sue varie declinazioni.

    In altre parole, ciò che non credo mi convincerà mai sono proprio le posizioni basate su affermazioni come quella del prof. Introvigine, perché fra tutte le componenti sulle quali è possibile fondare una Chiesa, egli predilige la dottrina, che è propriamente quella edificata dagli uomini, quindi soggetta ai tempi!
    Il paradosso è evidente.


  3. Territorio scabroso e difficile anche per me. Però è chiaro che la Chiesa si fonda su dogmi il cui depositario è il Papa che è sì un uomo, ma cui, per fede, si deve riconoscere il potere di essere l’interprete della dottrina.
    D’altra parte una chiesa che si comportasse come un partito di massa non servirebbe proprio a nessuno, nemmeno a chi non crede.
    La forza dell’Islam e la sua capacità di attrazione sta proprio nell’aver mantenuto il senso dell’assoluto, la sua debolezza sta nella mancanza di una sola Chiesa e nell’integralismo.
    Ma forse è meglio lasciare queste incursioni a chi è più preparato certamente di me che giudico dall’esterno.
    Ciao
    Pietro

  4. Emmanuele Says:

    Ciao,
    Se dobbiamo leggere l’edificazione di una chiesa come diretta emanazione della volontà papale o ecclesiale, non credo che alcuna interpretazione regga, dato che da molto tempo ormai la chiesa non ha una direttiva unitaria ed uniforme. Se consideriamo il micronucleo della Chiesa Cattolica Romana, essa sta sempre più concentrandosi nel suo stato, ed in termini di politica estera (principalmente verso l’Italia), sta concentrando il proprio “rigidismo” verso tematiche di bioetica et co., mentre lascia sempre più libero spazio alla concezione dei luoghi di culto. Tanto è vero che i quaderni tipologici moderni sul tema scritti da uomini di chiesa sono assai vaghi, così come sono variegate le esperienze tipologiche (non parlo di stile, ma di tipologia) sul tema. Il che, credo, rispecchia l’assoluta incapacità della Madre Chiesa di orientarsi in maniera coerente e razionale con il tempo in cui si innestano le decisioni che prende…
    Tornando sull’oggetto del discorso, non credo che la scarsa qualità dell’intervento sia da cercare nel fatto che si accendino le luci o meno dentro la chiesa di notte per mettere in evidenza la vetrata, ma proprio nell’effetto pastiche che si crea… Non lo trovo esaltante, e forse di cattivo gusto, ma questa è una mia personalissima opinione…


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