Ispirazioni

11 luglio 2012

«Per la loro passionalità io ammiro molto più i tedeschi che i francesi, sempre razionali.
Insomma, siamo molto più ammirati oggi, nell’evo post-moderno, degli infelici autori del secolo XIX che han lasciato incompleti i loro impossibili trattati, che non dei pochi che hanno voluto fare una sintesi.
[…]
Così ogni uomo, fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo può radunare sul proprio tavolo di lavoro quei frammenti del mondo ai quali liberamente sceglie di appartenere.
[…]
È importante che i trattati restino incompiuti.»

Da Luciano Semerani, L’oscurità e la luce, lectio magistralis tenuta presso il Politecnico di Milano il 13 marzo 2012.

Luci tra la nebbia

16 dicembre 2010

Ho sentito dire che qualcuno, al sapere in anticipo l’argomento da me scelto, ha mostrato una certa perplessità: come se, da parte mia, questa fosse una scelta, diciamo, curiosa. Invece, a me sembra evidente che nessun argomento, oggi, interessa, come questo, da vicino, ogni scrittore. A meno che non si vogliano confondere gli scrittori coi letterati: per i quali, come si sa, il solo argomento importante è, e sempre è stata, la letteratura; ma allora devo avvertirvi subito che nel mio vocabolario abituale, lo scrittore (che vuol dire prima di tutto, fra l’altro, poeta), è il contrario del letterato. Anzi, una delle possibili definizioni giuste di scrittore, per me sarebbe addirittura la seguente: un uomo a cui sia a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura.
[…]
Però, nello stesso tempo, per merito della fortuna, io mi onoro di appartenere alla specie degli scrittori. Da quando, si può dire, ho incominciato a parlare, mi sono appassionata disperatamente a quest’arte, o meglio, in generale, all’arte E spero di non essere troppo presuntuosa se credo di avere imparato, attraverso la mia lunga esperienza e il mio lungo lavoro, almeno una cosa: una ovvia, elementare definizione dell’arte (o poesia, che per me vanno intese come sinonimi).

Eccola: l’arte è il contrario della disintegrazione. E perché? Ma semplicemente perché la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, il solo suo motivo di presenza e sopravvivenza, o, se si preferisce, la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà (ma attenzione ai truffatori, che presentano, sotto questa marca di realtà, delle falsificazioni artificiali e deperibili). La realtà è perennemente viva, accesa, attuale. Non si può avariare, né distruggere, e non decade. Nella realtà, la morte non è che un altro movimento della vita. Integra, la realtà è l’integrità stessa: nel suo movimento multiforme e cangiante, inesauribile – che non si potrà mai finire di esplorarla – la realtà è una, sempre una.
Dunque, se l’arte è un ritratto della realtà, chiamare col titolo di arte, una qualche specie, o prodotto, di disintegrazione (disintegrante o disintegrato), sarebbe per lo meno una contraddizione nei termini. Si capisce, quel titolo non è brevettato dalla legge, e nemmeno sacro e inviolabile. Ognuno è padrone di mettere quel titolo di arte dove gli pare; ma anch’io sarò padrona, quando mi pare, di denominare costui per lo meno un pazzariello. Come sarei padrona di chiamare pazzariello – diciamo in via di esempio ipotetico – un signore che msistesse per forza a offrirmi nel nome di sedia un rampino appeso al soffitto.
Ma allora, bisognerà porsi una domanda: poi che l’arte non ha ragione se non per l’integrità, quale ufficio potrebbe assumersi dentro il sistema della disintegrazione? Nessuno. E se il mondo, nella enormità della sua massa, corresse alla disintegrazione come al proprio bene supremo, che cosa resterebbe da fare a un artista (ma da questo momento in poi, se permettete, come riferimento particolare che vale per ogni artista in generale, considererò lo scrittore) – il quale, se è tale veramente, tende all’integrità (alla realtà) come all’unica condizione liberatoria, festosa, della sua coscienza? Non gli resterebbe che scegliere. O si convince di essere lui nell’errore, e nel torto. E che quella figura assoluta della realtà, l’integrità segreta e unica delle cose (l’arte), non era che un fantasma prodotto dalla sua propria natura – un trucco di Eros, diciamo, per far durare l’imbroglio, In questo caso, sentirà scadere irrimediabilmente la sua funzione, la quale anzi gli risulterà peggio che vana, disgustosa, come il delirio di un drogato. E in conseguenza, cesserà dallo scrivere.
Oppure, lo scrittore si convince che l’errore non è dalla sua parte. Che non lui stesso, ma i suoi contemporanei, nella loro enorme massa, sono nell’equivoco. Che insomma non è, diciamo, Eros, ma Thanatos, invece, l’illusionista, che fabbrica le sue visioni mostruose per atterrire le coscienze e imbrogliarle, snaturandole dalla loro sola contentezza e deviandole dalla spiegazione reale. Così che, ridotti alla elementare paura dell’esistenza, nella evasione da se stessi e quindi dalla realtà, loro, come chi ricorre alla droga, si assuefanno all’irrealtà, che è la degradazione più squallida, tale che in tutta la loro storia gli uomini non hanno conosciuto mai l’uguale. Alienati, poi, anche nel senso della negazione definitiva; poiché per la via della irrealtà non si arriva al Nirvana dei sapienti, ma proprio al suo contrario, il Caos, che è la regressione infima e la più angosciosa.
[…]
Il sistema della disintegrazione, logicamente, ha i suoi funzionari, segretari, parassiti, cortigiani, ecc. E tutti costoro, nel proprio (malinteso) interesse, o perché ingannati (diciamo così) in buona fede, dal loro stesso errore, cercheranno di infiacchire le resistenze dello scrittore con mezzi diversi. Tenteranno per esempio di accattivarlo o di assimilarlo nel sistema attraverso la corruzione, la popolarità scandalistica, i successi volgari, promuovendolo a un divo o a un play boy. Oppure, al contrario, si adopreranno a fargli apparire la sua differenza dal sistema come un tradimento, o una colpa, o una immoralità, o un moralismo, o una insufficienza. Andranno dicendo, per esempio, che non è moderno. Per forza! difatti nel loro concetto, essere moderni significa essere disintegrati, o in via di disintegrarsi. Andranno dicendo magari che non si occupa di cose serie, né della realtà; e si capisce! giacché il sintomo principale della disintegrazione, di cui loro sono succubi o malati, consiste nell’assumere come realtà il suo contrario.
Come si è detto, dentro il sistema non possono esistere scrittori, nel senso vero del termine; però c’è una quantità di persone che scrivono, e stampano libri, e si potranno distinguere chiamandoli genericamente scriventi. Alcuni di loro sono semplici strumenti del sistema: strumenti, però, di importanza assai secondaria al confronto di altri, quali gli scienziati della bomba. Le stanze, gli uffici di questi scriventi si possono considerare delle minime succursali degli stabilimenti nucleari veri e propri.
[…]
E tentavo di spiegare che cosa sia la realtà; ma purtroppo dubito di esserci riuscita, giacché questa è una cosa che si capisce solo quando la si prova, e quando la si prova, non si ha bisogno di spiegazioni. Una volta un novizio chiese a un vecchio sapiente orientale: «Che cos’è il Bodhidharma?» (che significherebbe approssimativamente l’Assoluto, o simile). E il sapiente, pronto, gli rispose: «Il cespuglio in fondo al giardino». «E uno che capisse questa verità,» domandò ancora, dubbioso, il ragazzo «che cosa sarebbe, lui?». «Sarebbe» rispose il vecchio dandogli una botta in testa «un leone con la pelliccia d’oro».

Da Elsa Morante, Pro o contro la bomba atomica, in Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Adelphi, Milano, 1987.
Corsivo originale, grassetto mio.

Le parole e le case

22 aprile 2010


Nel 1986 Manfredo Tafuri rilasciò a Richard Ingersoll un’intervista, pubblicata nella primavera dello stesso anno su Design Book Review, che costituisce oggi un documento interessantissimo per la comprensione del periodo a cui fa capo. In risposta a domande decisamente piane sul ruolo della critica nello sviluppo dell’architettura, lo storico romano forniva una caustica e decisa distinzione tra la figura del critico e quella dello storico dell’architettura, attribuendo solo al secondo valide doti ermeneutiche e ritenendo il primo schiavo di un meccanismo ossessivo di ricerca del nuovo previa una conseguente, necessaria e continua immolazione di qualcosa da definirsi, di volta in volta, vecchio.
Liquidando poi con giudizio severo lo storicismo postmoderno di Jencks e Portoghesi, Tafuri laconicamente tacciava i suoi contemporanei di un utilizzo della memoria nostalgico anziché chiarificatore: è dunque in questa precisa direzione che l’intervista con Ingersoll va interpretata. Tuttavia, un passaggio di essa va forse letto con maggiore attenzione e merita ulteriori riflessioni. Vi si dice:

The study of history has indirect ways of influencing action. If an architect needs to read to understand where he is, he is without a doubt a bad architect! I frankly don’t see the importance of pushing theory into practice; instead, to me, it is the conflict of things that is important, that is productive. […] This is why I insist on the later work of Le Corbusier, which had no longer any message to impose on humanity. And as I have been trying to make clear in talking about historical context: no one can determine the future.[1]

Prescindendo dal tono lievemente iperbolico che pervade il passaggio, a chi scrive sembra quantomeno il caso di chiedersi  se questa posizione sia ancora difendibile a quasi venticinque anni dalla prima pubblicazione dell’intervista. A che punto è il dibattito critico sull’architettura?
Tentiamo di delineare un profilo analitico della questione.

Il quadro di riferimento

Non è un segreto che i grandi maestri non scrivono più. Si può dire con una certa sicurezza che dopo Delirious New York, testo che ha ormai trentadue anni suonati, nessun trattato o manifesto epocale ha più visto la luce sulla scena internazionale. Prova ne è, se non trionfale celebrazione, il curioso aborto teorico partorito dalla Biennale di Aaron Betsky del 2008, di cui si è detto molto, ma forse non tutto.
Partendo da intenzioni probabilmente corrette e da un approccio quantomeno interessante (benché vecchio di ben otto anni, perché ricalcato per intero su quanto detto dallo stesso curatore nel suo Architecture Must Burn, del 2000), Betsky è riuscito a generare un fallimento quasi completo e soprattutto a rendere lampante tale risultato col tentativo sbilenco di costringere ognuno degli studi presenti alla mostra a produrre un manifesto su commissione. Evidentemente, una produzione così feconda di dichiarazioni di intenti, a cui era palesemente richiesto un carattere di spinta sperimentalità, non poteva che risultare in un guazzabuglio verbale di qualità mediocre, con punte di notevole pretenziosità in alcuni casi; in tutti, con praticamente nessun esito registrabile.
Tra le varie possibili osservazioni che è dato fare a margine del fenomeno, la più diretta porta a concludere che molti grandi studi di architettura hanno perso l’abitudine a progettare sulla base di visioni interpretative della realtà del proprio tempo. La sostanziale incapacità di produrre materiali teorici di qualche utilità non può che denotare, infatti, una carenza netta nell’esercizio definitorio delle specificità necessarie all’architettura contemporanea proprio per il suo essere contemporanea. A cosa è dovuta questa deficienza?
Una necessaria parentesi, di cui dovrà perdonarsi la didascalicità: presso gli storici, coesistono due metodi di studio. Sostanzialmente, uno considera la storia come il susseguirsi di eventi puntuali che la fanno progredire per salti, mentre l’altro ritiene continuo e fluido il dispiegarsi degli avvenimenti e tende a valutare meno nitido il nesso causale tra di essi. Se il secondo è senz’altro più complesso e spesso più intelligente e meglio sfaccettato, le schematizzazioni del primo consentono a volte la costruzione di scenari esegetici più interessanti. È ad uno di questi quadri interpretativi che si deve l’opposizione tra avanguardia e manierismo, che è senza dubbio brutale, ma di cui ci serviremo per un attimo. Possiamo allora chiederci se ci troviamo in una fase o nell’altra, ma la risposta è quantomai difficile all’inizio degli anni ’10, sui quali incombe ancora vivissima l’ombra del decostruttivismo, a sua volta altra faccia della complessa medaglia postmoderna. Benché, infatti, si possano conservare dei legittimi dubbi sulla congerie filosofica montata intorno alla definizione di postmoderno in sé, è invece indiscutibile che effettivamente uno spettro si sia aggirato per l’America e l’Europa tra il ’67 e l’’88 (gli anni, cioè, tra le due mostre del MoMA intitolate rispettivamente Five Architects e Deconstructivist Architecture), e che non abbia portato questioni definibili d’avanguardia. In questo senso si intuisce il fastidio di Tafuri nella constatazione dell’abitudine degli architetti di quella schiatta di giustificare i pastiche storicistici con l’impegno teorico, ed il suo conseguente consiglio indirizzato loro di abbandonare gli studi. Nell’articolo già citato, risulta illuminante anche l’osservazione dello storico secondo il quale gli architetti a lui contemporanei, eredi dello sforzo di liberazione del moderno, avrebbero preferito che questo sforzo non fosse stato ancora compiuto per potersene impadronire di persona.
In sostanza, dunque, un legame edipico con la modernità di cui non ci si riusciva a liberare. Ma lo ha fatto, invece, il decostruttivismo? In una certa misura probabilmente sì, e cioè in quella per la quale non potremmo immaginare Derrida seduto allo stesso tavolo di Wright come è invece successo con Eisenman o Tschumi; nella stessa misura in cui, appunto, Koolhaas ha potuto scrivere il suo testo cardine e Madelon Vriesendorp ha potuto illustrarlo in Flagrant Délit (or Dream of Liberty).
Ma, come dicevamo, si tratta di esperienze lontane almeno un quarto di secolo, le cui tracce si perdono – e anche in questo caso non c’è da temere smentite – nelle pratiche di vetrina che sfociano con crescente frequenza in esercizi di formalismo che non solo non possono dirsi avanguardisti, ma rischiano di non potersi dire nemmeno manieristi perché privi di qualsiasi afflato dichiarativo, anche il più incerto.
È dunque questo il circolo vizioso: in un panorama formalista è scarso l’interesse per la ricerca teorica; un contesto carente in approfondimento speculativo non produce avanguardie e ricade nel formalismo.

Una proposta

A livello generale, ma soprattutto nel nostro paese, bisogna osservare che quella che si è andata perdendo negli ultimi decenni è la memoria della figura dell’architetto come intellettuale completo. La frammentazione settoriale è spinta dalla creazione di corsi di laurea sempre più (futilmente) variegati intorno ad una questione che invece andrebbe ricompattata per risanare le condizioni di costante sospetto con le quali si guardano i pianeti dell’architettura, dell’ingegneria e dell’urbanistica. La stessa formazione universitaria tende a scoraggiare l’approfondimento critico in fase progettuale per relegarlo in ambito storico. Errore di ciclopica gravità.
Ed ecco perché, nonostante nel periodo che ci separa da Delirious New York una delle innovazioni più radicali della storia dell’umanità (internet) sia venuta alla luce, si verifica che, nelle riviste e nei canali del settore, la mastodontica rivoluzione culturale che ciò ha portato trova ancora spazi ridottissimi e rari dibattiti in ogni caso viziati da un equivoco di fondo. Un equivoco che si basa sulla pigrizia filosofica degli architetti, che occorre si convincano che il loro compito è quello di distinguere le suggestioni intellettuali dalle suggestioni formali e basare il proprio lavoro sulle prime, utilizzando, al più, le seconde come complemento.
Non solo: anche per il verso formale, è indispensabile una progettazione di carattere decisamente antianalogico, sostenuta da una profonda preparazione multidisciplinare del designer, senza la quale progettare non è solo sbagliato (eticamente), ma è impossibile (storicamente), perché troppe e di troppo rilievo sono le questioni emerse negli ultimi anni.
Il possesso di un apparato culturale sufficiente a delineare interpretazioni ad ampio spettro della contemporaneità deve diventare (o tornare ad essere) la base essenziale della progettazione, nella consapevolezza che la produzione di oggetti necessita propedeuticamente delle competenze che permettono la produzione di concetti.
In conclusione, per evitare che il dibattito teorico – soprattutto in Italia – si incancrenisca intorno a testi di scarso profilo, votati ossessivamente all’attacco di uno star system per il resto in alcun modo combattuto dalla categoria, dobbiamo sperare che le università spingano verso l’obiettivo di creare progettisti dotati di grandi talenti compositivi e insieme grandi capacità speculative e riassuntive. In quest’ottica, si potrebbe ad esempio cominciare con il recupero di un autore che, senza dubbio almeno per il secondo dei due aspetti, costituisce un perfetto esempio di sintesi tra filosofia e mestiere: John Johansen.
Chiudiamo con una sua citazione:

I believe that no architect can produce buildings which are valid unless he is sensitive to the prevailing conditions and experiences of his time, and all but a few today, regardless of their talent, are out of touch.[2]


[1] Da There is no criticism, only history, in Design Book Review, primavera 1986. Anche in Casabella n. 619/620, gennaio/febbraio 1995.

[2] Da AA.VV., John Johansen – A Life in the Continuum of Modern Architecture, L’Arca Edizioni, Bergamo, 1995.

Come primo post ufficiale, mi sembra doverosa una recensione del libro che, almeno in parte, ha contribuito all’ispirazione del titolo di questo blog.
L’architettura difficile – Filosofia del costruire è l’ultimo libro di Nicola Emery, titolare della cattedra di filosofia ed estetica presso l’Accademia di architettura di Mendrisio, nella Svizzera italiana.
Si tratta di un saggio la cui missione è ben chiara già nella terza di copertina, il cui contenuto riportiamo, per poterne criticare gli intenti e i risultati:

«Oggi l’architettura riscuote un grande successo: più essa si spettacolarizza e più essa viene spettacolarizzata. Ma proprio questo successo potrebbe essere l’indice di una crisi di senso. E una crisi di senso si apre quando una disciplina smarrisce le cause essenziali per cui essa esiste e per cui dovrebbe agire, progettare e costruire.
Guardando una parte certo non minoritaria dell’architettura contemporanea, quella più gettonata sulle riviste di ogni genere, si ha l’impressione che l’architettura si esaurisca in un gioco di forme, rese sempre più insolite e quasi impenetrabili. Se non che tutte queste forme, proprio come quelle della moda, vanno presto incontro a una certa stanchezza e inflazionandosi si svalutano rapidamente. In questa situazione sembra più che opportuna una riflessione filosofica sugli scopi e sull’essenza del costruire. Una riflessione, come quella sviluppata in questo libro, che si confronta in modo serio e rigoroso con il significato attribuito all’architettura in primo luogo da Platone e poi da molli altri pensatori – fra cui Martin Heidegger, Georges Bataille e Jeremy Rifkin – architetti, Bruno Taut, e artisti, in particolare Mondrian, i Situazionisti e Joseph Beuys. Ne risulta una sorta di mappa filosofica, necessaria oltre che per capire e criticare I’attualità, anche per cercare risposte progettuali migliori, provviste di senso e valore non effimero. L’anziano Platone, per chi smarriva lo scopo di preservare la salute dell’intero territorio e rincorreva esclusivamente l’interesse disciplinare privato, invocava il controllo e la censura e talvolta finanche “le bastonate” … Probabilmente esagerava, ma oggi bisognerebbe cominciare a far riscoprire in primo luogo le virtù dell’autocontrollo creativo, in vista di una decolonizzazione dello spazio.
La libera ricerca estetica dovrebbe insomma andare di pari passo con la cura tesa a risolvere in maniera socialmente ed ecologicamente sostenibile l’organizzazione dello spazio inteso come fondamentale bene comune

Un progetto senz’altro ambizioso, ma estremamente affascinante ed assai affine al nostro campo di indagine.
Tuttavia, la lettura del saggio ha lasciato in me una serie di perplessità.
Il più grave difetto del libro sta, a mio parere, nella struttura assai frammentaria dell’argomentazione. Il volume è infatti diviso in quattro sezioni apparentemente ed effettivamente del tutto scollegate tra di loro.
Nella prima, intitolata L’architettura della legge: Platone, si ricostruisce un percorso di idee di urbanistica ed architettura all’interno dei libri delle Leggi dell’ateniese; un percorso molto interessante, argomentato magistralmente e non privo di spunti attuali anche a dispetto della sua collocazione storica, intrapreso il quale il lettore si aspetta e trova, a valle delle considerazioni estratte dall’analisi del testo, una disamina organica di certe conclusioni alla luce dell’intento complessivo dell’opera.
Apprese tali conclusioni parziali alla fine della prima parte, ci si tuffa subito nella seconda, alla ricerca di nuove, preziose sfumature del medesimo discorso, magari ricercate in un contesto storico diverso. Ci si trova allora alle prese con la sezione Astrazione e Metropoli: Mondrian, il cui lapidario incipit è: «L’identità di Mondrian è nell’itinerario.». Lapidario nonché alquanto enigmatico per il lettore disorientato che un momento fa era alle prese con Platone, e che non sa che lo aspetta una dissertazione – benché di per sé interessantissima – sulla sola figura del pittore olandese, lunga più di un terzo dell’intero libro. Per quanto la personalità dell’artista sia assolutamente magnetica ed il discorso sulla sua abnegazione calvinista per la ricerca dell’espressione del vero non lasci spazio alla noia, ben pochi sono i riferimenti all’architettura (qualche accenno al De stijl e all’opinione miope che ne aveva Le Corbusier) e ancor più incomprensibili sembrano le motivazioni per le quali una così lunga sezione sia stata dedicata al personaggio all’interno di questo saggio.
Dopo lunghe pagine si passa quindi alla terza parte del libro, dal titolo La decolonizzazione dello spazio. Finalmente Emery coglie nel segno, e la trattazione è veramente utile al lettore. Davvero stuzzicante il primo capitolo, che critica la posizione popperiana del “piecemeal tinkering”, ovvero del processo incrementale, a piccolissimi passi, secondo il quale la città contemporanea sarebbe destinata a svilupparsi per il pensatore austriaco. La necessità di visioni urbane complessive si scontra con l’effettività delle evoluzioni urbane complesse. È ancora lecito pensare il piano come progetto d’insieme, o è un anacronismo preindustriale?
Il resto della sezione è ugualmente pregno di punti di vista di grande interesse. Vengono a galla le questioni dello sviluppo sostenibile viste da Heidegger, Rifkin, Bataille, Beuys, Debord, proprio come annuncia la terza di copertina e proprio come il lettore affamato si aspetta. È un vero peccato che solo sessanta pagine siano state dedicate in totale a questa argomentazione, che da sola avrebbe potuto (dovuto?) costituire il baricentro di tutta la costruzione dell’opera.
Infine, l’ultima breve sezione riprende alcune posizioni platoniche, ma assai più volatili, e conclude il saggio con una affascinante “postilla” su Bruno Taut che aggiunge al progetto visionarietà, ma forse non nuovo significato.
Nel complesso, come ho detto, l’opera è interessante anche solo per l’anelito ambizioso che si era proposta inizialmente; come però spesso accade, si tratta probabilmente di un collage a posteriori di studi personali del professor Emery, il quale possiede senz’altro una visione complessa e ricca delle problematiche che presenta, oltre ad un’ottima penna, ma che in questo caso manca forse di volontà nel rendere più chiare le relazioni, a lui palesi, tra le interessanti ricerche svolte in così distanti ambiti del sapere.
Questa recensione amarognola non offenda il professore, la cui opera, come ho detto, ha molto ispirato la sottoscritta nell’apertura di questo blog, e che anzi, è senz’altro invitato ad un confronto sull’argomento in questa sede. Sarebbe un dibattito apprezzatissimo: spero davvero che l’invito venga colto. Senza rancore!

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