Cose dette e cose non dette, una sera, a Milano

Oggi è possibile rivedere il filmato su domusweb, ma mi piacerebbe tracciare una specie di riassunto inesatto (per la limitatezza degli appunti che ho potuto prendere e per la mia imparzialità di partecipante) della serata, per poi trarre qualche considerazione di confronto con la puntata di Londra e qualche punto caldo. Ritengo possa essere utile a chi non c’era e non abbia un’ora e mezza da spendere per vedere la registrazione, nonché, nella versione inglese, per chi non parli italiano. Se non vi interessa il resoconto e volete passare direttamente alle osservazioni, cliccate qui.
Cominciamo.

[Bizzarro posto la Design Library. Inizia come (1) un lounge bar, continua come (2) una biblioteca, si scioglie in (3) una saletta studio per concludersi come (4) una camera oscura per congressi, ma funziona anche come (2)(3)(4)(3)(1). ]

Joseph Grima: vogliamo parlare del nuovo campo da gioco “livellato” della critica di architettura al tempo dei blog. Di come questo influenzi l’autonomia degli autori, di come la critica trasformi la professione attraverso la proliferazione delle voci, soprattutto in Italia, patria per antonomasia delle testate prestigiose di architettura. Professor de Michelis?

Marco de Michelis: quella del critico è una figura drammaticamente rilevante e in crisi oggi, che alle domande del nostro tempo non sa ormai che rispondere con l’agiografia o divagando. Citanto il Benjamin de L’autore come produttore, diciamo che il critico esamina il come degli oggetti per raggiungere il loro perché.
Oggi le immagini [come si è detto a Londra citando ArchDaily e la questione “pornografica”, N.d.R.] sono ovunque. Di conseguenza, non è più il dovere del critico scovare l’attualità, perché ci pensa la rete.
Ma la stampa non specializzata, quando si occupa di architettura, pubblica solo trionfi [fa il caso dell’adorazione incondizionata di cui gode Piano, N.d.R.]. Per questo il mondo ha bisogno di critica! Essa è narrazione e autonomia.

J. G.: Rossella, in che cosa quindi la rete può costituire novità nella funzione della critica?

Rossella Ferorelli: [non avendo appuntato ciò che ho detto, andrò a memoria, N.d.R.] Credo sia proprio nel ribaltamento del meccanismo citato dal professor de Michelis con Benjamin. Se il critico non può più essere il cercatore di novità, e se è vero come è vero che per la maggior parte i blog di architettura sono in mano agli stessi architetti che progettano, allora l’uso della rete non fa che spostare l’attività intellettuale di architettura dall’ambito della critica a quello più propriamente della teoria. Ovvero, da un’attività ex post, che esiste dopo l’oggetto prodotto, si passa piuttosto ad un’attività ex ante rispetto al progetto/prodotto. In altre parole, il lavoro di un blogger ha valore soprattutto se costituisce l’esplicitazione dei processi che lo portano a concepire il progetto, rispondendo prima alla domanda sul perché, e solo dopo ponendosi quella sul come. Progettare sottoponendo i propri tracciati teorico-critici ad un rapporto di feedback continuo con chi segue il blog è ciò che innoverà veramente il processo culturale dell’architettura nei prossimi anni.

J. G.: Un cloud [crowd? N.d.R.] sourcing progettuale, insomma?

R. F.: Esattamente. È proprio per facilitare questo processo di feedback che è nato NIBA, ovvero per superare il limite di integrabilità che affligge le piattaforme “blindate” dei blog. I blog somigliano ancora alle pagine cartacee nel fatto che [a meno di iscriversi ai feed RSS, N.d.R] vanno fondamentalmente “cercati” in rete. Con NIBA potremmo meglio trovarci, oltre naturalmente ad amplificare il confronto orizzontale.

J. G.: Salvatore, a Londra si è sollevato il problema della differenza radicale del trattamento economico di chi scrive online rispetto a chi scrive per testate riconosciute. Cosa cambia, in questo senso?

Salvatore D’Agostino: [in realtà illustra piuttosto il suo obiettivo di blogger per una narrazione della condizione reale italiana da “b-side”. Putroppo qui ho pochi appunti, N.d.R.] Lo spirito della critica online si potrebbe riassumere, citando il libro Città Latenti di Federico Zanfi, come appunto quello della presenza di “critici latenti”.

J. G.: Fabrizio, Abitare ha scelto la forma blog per l’uso commerciale. Il professor de Michelis ha affermato l’impossibilità di fare novità per il critico. Come si pone questo problema per una rivista come la tua?

Fabrizio Gallanti: abbiamo in realtà scelto solo alcune cose del concetto di blog. Sicuramente non abbiamo abbracciato l’idea di blog come espressione pubblica di una singola voce che sceglie così di bypassare i mille ostacoli dell’editoria classica per arrivare direttamente al pubblico. Ci interessa invece esplorare la possibilità della sopravvivenza delle forme critiche rispetto al cambiamento del pubblico. Ci siamo dunque chiesti a quale pubblico ci volessimo rivolgere, e abbiamo scelto quello di chi non è soddisfatto mediamente delle rubriche di architettura dei quotidiani (che perdono vieppiù di credibilità). Inoltre abbiamo conservato la possibilità di commentare ogni post e operiamo una censura assolutamente minima.
Oggi quello che manca sono i blog monotematici, del singolo espertissimo in un argomento fino ad esserne un “nerd” [personalmente non credo sia vero, e la prima cosa che mi è venuta spontanea in quel momento è stato immaginare il fastidio di Emmanuele Pilia che da sempre sul suo blog si occupa precisamente di TransArchitettura!!, N.d.R.]

J. G.: Luca Molinari, Luigi Prestinenza Puglisi nella sua ultima newsletter parla dell’insostenibilità economica della figura del critico oggi. Che ne pensi?

Luca Molinari: occorre ridefinire gli strumenti politici della critica. Tra i valori più alti della critica online c’è il fatto di non avere scadenze. È un importantissimo valore di responsabilità, che rende un blog qualcosa di differente da una rivista, su cui ci sono obblighi, ma anche da diario, su cui si scrive quando capita. Al contrario, è un vero e proprio servizio pubblico.

J. G.: Si può affermare che la marginalizzazione della critica sia anche colpa dei critici? Potremmo azzardare che ciò derivi anche dall’eccesso di teorizzazione degli anni del postmoderno e del decostruttivismo?

L. M.: Può darsi, ma è anche questione di spazio culturale concesso. L’architettura è diventata un fenomeno di costume di massa, che raccoglie interesse, è alla moda. E allora perché nei grandi giornali non c’è mai un critico di riferimento? In Italia negli ultimi anni si è sviluppato un gran professionismo negli studi, per raggiungere i livelli internazionali. Ma si è persa del tutto per strada la teoria!

S. D’A.: Non dimentichiamo però che la storia italiana della critica online non è così giovane. Marco Brizzi è stato il primo “hacker”, creando arch’it. Sono vent’anni di storia di cui nessuno si occupa, ed è questo lo scopo di Wilfing Architettura.

J. G.: Elisa, qual è quindi la specificità italiana, oggi che sempre più italiani parlano inglese e si aprono a culture internazionali?

Elisa Poli: [intervento assennato e interessante, purtroppo ho anche qui pochi appunti. Aspetto la registrazione per aggiungere qualcosa, N.d.R.] La cosa fondamentalmente cambiata è l’assenza della prospettiva zenitale e autoriale della rivista, all’interno della quale un altro livello di autorialità, quello del critico, è a sua volta svanito. Anche per le immagini non è più così, è finito il tempo in cui erano le riviste a dettare le regole espressive dei progetti e delle fotografie.

J. G.: Chiudiamo con Luca Diffuse: qual è a tuo parere la differenza tra il riverbero delle questioni aperte online rispetto a quelle aperte sulle riviste?

Luca Diffuse: il web è un ambiente più “intimo”. Paradossalmente, se ricevo una critica feroce sul web, mi sento toccato più nel profondo, più vicino a me [Aggiunge alcune questioni su quanto sia noioso l’ambiente dell’architettura se non si apre alla scena culturale contemporanea nel suo complesso: musica, cinema, arti visive, ecc., N.d.R.]. Sarebbe un atto di estremo significato etico che anche le riviste accogliessero l’istanza di aperiodicità dei blog, o che per esempio non uscissero sempre in un numero simile di pagine, perché questo significa che la qualità degli articoli non può essere omogenea: le riviste non sono sincere!

M. d. M.: In sostanza, oggi il critico deve inventare di nuovo il suo mestiere.

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Questo per quanto riguarda la memoria storica dell’evento.
Passiamo dunque alle osservazioni in merito.

Su NIBA sono già emerse alcune questioni abbastanza rilevanti riguardo il carattere di questa discussione. In sostanza l’esperimento è stato giudicato interessante e necessario nel contesto italiano. Solo pochi anni fa questo sarebbe stato inconcepibile. Tuttavia, la tecnica di moderazione a domanda diretta ha chiaramente limitato il dibattito e prestato il fianco all’emergere di personalismi e autobiografismi qua e là e c’è da registrare che si è anche tentato di svincolare spesso dal tema della critica (soprattutto Salvatore D’Agostino e Luca Diffuse). Personalmente però devo rilevare che a Londra il carattere delle argomentazioni non è stato molto diverso. O meglio, come dicevamo con Elisa Poli in serata, la discussione di Londra ha avuto forse più che a Milano la tendenza ad orientarsi sull’aneddotica degli aficionados. Si tratta naturalmente di un segno ben chiaro della differente maturità della blogosfera anglosassone che, essendo quasi un nuovo establishment culturale, possiede una letteratura già largamente condivisa, che fa storia solida a sè. In Italia, il ritardo della discussione produce paradossalmente una situazione più interessante, perché un’utenza “giovane” di uno strumento già “maturo” può forse produrre contenuti più originali, o quantomeno una discussione un pochino meno ovvia, con alcuni aspetti inconclusi, su cui è ancora interessante speculare.
Per esempio, sottolineerei che non abbiamo parlato mai esplicitamente di università. Certo l’auditorio non era neutrale, ma il fatto che si sia identificato il mondo della critica con il mondo delle riviste è una questione non da poco. Una riforma universitaria è necessaria da tempo, lo sappiamo tutti. Quindi in effetti mi sarei aspettata qualche proposta in merito.
A maggior ragione, ecco una questione che può essere posta all’interno del circuito NIBA e in generale a chiunque si senta lettore di architettura in rete: i blogger di architettura italiani hanno qualche proposta da fare, sullo stato dell’università? Perché non creare una rete di reti con le voci più autorevoli della blogosfera italiana di tutti i settori, per creare un dibattito grosso su questo argomento?

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«Un imprevisto
è la sola speranza»
(E. M.)

Martedì 8 febbraio a Milano avrà luogo la seconda puntata del dibattito Critical Futures, avvenuto il mese scorso a Londra, di cui avevo parlato qui. Ecco abstract e partecipanti:

Critical Futures #2
A Domus event in Milano

Un dibattito sul futuro della critica architettonica

Nell’ultimo decennio, trasformazioni epocali hanno profondamente ridisegnato il contesto all’interno del quale si concepisce e si discute l’architettura. Internet ha reso possibile che informazioni e immagini gratuite fossero disponibili e fruibili istantaneamente da chiunque in ogni punto del globo. Le riviste cartacee, un tempo artefici indiscusse della critica architettonica e di design, sono state spinte a ridefinire la propria ragion d’essere e il proprio modello economico alla luce della diminuzione dei lettori; i blog hanno dato un audience potenzialmente illimitata a chiunque abbia una connessione Internet. In questo quadro, la critica architettonica in senso tradizionale sembra vicina a scomparire – non solo da Internet ma anche dalle testate cartacee. Come ha scritto Peter Kelly, direttore di Blueprint, in un recente editoriale: “Poiché i media tradizionali e le istituzioni stesse sono diventate meno influenti, ci si chiede dove gli architetti possano rivolgersi per trovare una critica intelligente e fondata delle loro opere”.

Che influenza avrà sull’architettura italiana, la cui storia è inscindibilmente legata a quella delle sue grandi testate cartacee, la proliferazione di reti aperte, autonome e gratuite di dibattito online intorno alla progettualità? Gli architetti oggi cercano davvero una “critica intelligente e fondata” delle loro opere, o la figura del critico d’architettura è piuttosto è da considerarsi un anacronismo? C’è bisogno urgentemente, come scrive Kelly, di un approccio on-line più realistico e rigoroso alla critica architettonica? L’incontro alla Design Library di Milano sarà il secondo di tre dibattiti sul futuro della critica architettonica, organizzati da Domus a Londra, Milano e New York, e vedrà la partecipazione di scrittori, direttori di testate, blogger e teorici protagonisti del settore.

L’incontro sarà seguito da cocktail e musica offerti da Domus. Sarà anche l’occasione per festeggiare le molte novità della nuova versione di domusweb appena lanciata.
Partecipano:
Salvatore d’Agostino – autore del blog Wilfing Architettura
Rossella Ferorelli – blogger e fondatrice Network italiano blog d’architettura [e già!]
Fabrizio Gallanti – abitare.it
Marco de Michelis – critico e storico dell’architettura
Elisa Poli – ricercatrice
Luca Molinari, critico e curatore
Luca Diffuse, architetto e blogger

Modera: Joseph Grima – Domus
martedì 8 febbraio 2011, ore 19
Design Library
Via Savona,11
Milano
Ingresso libero

In streaming su www.domusweb.it

Invito tutti a seguire la diretta in streaming. Spero che stavolta rendano possibile l’intervento via mail o via chat: sarebbe proprio il caso giusto.

Yuppi!


Ieri mi è capitata la piacevole esperienza di assistere a una conferenza a Londra in diretta in streaming.
Si trattava del dibattito Critical Futures, organizzato da Domus e trasmesso su Domusweb, sito/blog che stupisce per la sua freschezza oltre che per la qualità dei suoi contenuti, essendo il corrispettivo online della seconda rivista italiana di architettura per antonomasia, che quest’anno compie ben 83 anni di esistenza.
Qui potete leggere tutti i dettagli dell’evento. Riporto i relatori:

Shumi Bose – scrittore [così sulla pagina di Domus; tuttavia, all’appello uno scrittore è di troppo e manca invece una ragazza asiatica presente alla discussione, che sta svolgendo una tesi di ricerca proprio sui temi della mutazione della stampa di architettura all’epoca dei blog. Inoltre trovo, sul sito dell’AA School, che Shumi Bose è Teaching Assistant in History & Theory Studies]
Charles Holland – autore di Fantastic Journal
Peter Kelly – direttore di Blueprint
Kieran Long – critico di architettura dell’Evening Standard
Geoff Manaugh – autore di BLDGBLOG
Beatrice Galilee – autrice e curatrice, domusweb, The Gopher Hole

Moderatore: Joseph Grima, Domus.

La conversazione è stata molto piacevole e informale, con begli interventi dal pubblico. Non mi sarà possibile fornire un resoconto puntuale di tutto ciò che è stato detto, anche perché le difficoltà di ascoltare una conferenza in streaming sono molte (per esempio, la comprensione delle parole di Geoff Manaugh, che era in collegamento da Los Angeles, è stata molto difficoltosa perché, oltre ad una parlantina particolarmente rapida – tanto da colpire persino il pubblico londinese -, una serie di problemi di feedback audio e di  volume altalenante ne hanno compromesso la fruibilità). Copierò quindi brutalmente i miei appunti in proposito, spero di ricordare bene.

Peter Kelly: pensa ai dibattiti che prima si scambiavano a forza di editoriali tra riviste, come per esempio tra Mendini, che scriveva su Domus, e Maldonado, che rispondeva da Casabella. Oggi non ha alcun senso che questo avvenga, se non online. Cosa cambierà?

Kieran Long: [alquanto istrionico, N.d.R.] non si può tuttavia parlare di vera e propria tradizione giornalistico-critica per l’architettura [credo in Inghilterra, N.d.R], perché non c’è stata volontà di crearne una da parte della passata generazione. L’età media dei redattori delle riviste è molto alta e nessuno ha interesse ad abbassarla.
Nei blog c’è in generale anche più libertà di espressione, che invece è legata nell’editoria ufficiale a causa di problemi connessi con la proprietà delle testate e in generale a questioni di interesse economico.

Joseph Grima: tuttavia, nell’universo dei blog non esiste «stroncatura» [lo dice in italiano non riuscendo a trovare l’adatto corrispettivo inglese, nonostante lo parli praticamente come prima lingua, N.d.R.].

Charles Holland: il suo lavoro sul blog affronta temi che sono anche solo tangenzialmente connessi con la propria professione di architetto, quindi non c’è sempre diretta connessione con l’universo professionale.

Shumi Bose (?): ma non si può paragonare del tutto vecchia editoria e blogosfera o giornalismo online. Riflessione sul retroterra culturale. L’effetto principale dell’attività online è la “despecializzazione”, ovvero la perdita di specialismo sia in entrata (scrittura) che in uscita (lettura). Causa ed effetto di ciò è che per la maggior parte, coloro che scrivono online lo fanno gratuitamente. Nei loro confronti c’è diffidenza, ci si chiede chi siano queste persone che non hanno mai pubblicato, se non online.

Joseph Grima: c’è un’etica della scrittura di architettura online?

Beatrice Galilee: forse no, ma bisogna osservare come lo stream continuo di immagini patinate sui blog di architettura sia pornografico. Molti blog raggiungono flussi massicci di traffico proprio per questo motivo. Qual è l’effetto di questo fenomeno sulla cultura architettonica contemporanea? Potrebbe danneggiarla?

Shumi Bose (?): però si tratta di un atto fortemente politico. Si pensi a quale importanza sociale possono avere i molti blog di architettura di lingua spagnola, che fanno particolarmente leva sull’uso delle immagini, sull’ambiente culturale dell’America Latina.

Beatrice Galilee: questo può diventare davvero un territorio di concorrenza per le riviste cartacee. Perché dovrei comprarne una, se trovo online le immagini che cerco?

Kieran Long: il problema è che non ci sono abbastanza intellettuali e teorici di architettura!

Joseph Grima: in Italia il problema è l’opposto! [accenna sarcasmo e il pubblico ride, N.d.R.]

Geoff Manaugh: si stupisce di come molti suoi post che lui considera tematicamente e geograficamente marginali vengano condivisi online da un altissimo numero di persone.

Commento dal pubblico: nei blog c’è molta più passione, è possibile schierarsi con più facilità e prendere posizioni nette. Per questo motivo è probabile che nel prossimo futuro siano più i blog e i contenuti diffusi online a spostare e orientare il dibattito, piuttosto che le riviste, che sono sempre su posizioni pressoché neutrali, schiave della ricerca dell’obiettività indotta dal professionalismo.

[Non ricordo più chi]: l’importanza sociale tipicamente attribuita all’architettura negli anni ’60 e ’70 si è perso con l’emergere dello starsystem. È quello spirito che oggi muove i blogger.

Ultime attività del blog

19 ottobre 2010

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti. È stata un’estate alquanto movimentata.
In primis, il testo Le parole e le case, che trovate nel post qui sotto, è andato in gara alla terza edizione Concorso Giovani Critici, indetto da presS/Tfactory_Associazione Italiana di Architettura e Critica, ed il 27 agosto ha ricevuto a Venezia il secondo premio (qui qualche dettaglio) in un evento collaterale della XII Biennale di Architettura.

Alla premiazione, su richiesta della giuria, è stato portato anche un breve video che, per il notevole impegno apportato a me (voce, testo e disegni) e ai pazientissimi Massimo Lastrucci (fotografia) e Daniele Mantellato (montaggio e aiuto concept), desidero pubblicare qui come testimonianza.
Vi prego in anticipo di perdonare l’insostenibile antipatia del mio timbro vocale, ma non disponevamo di nulla di meglio al momento! Per il resto, naturalmente si tratta di un tentativo di sdrammatizzare un testo teorico non leggerissimo – a cominciare dal calembour foucaultiano del titolo, che è molto piaciuto al professor Prestinenza Puglisi – che altrimenti sarebbe stato difficile riassumere in un video di soli due minuti.

Poi, dobbiamo segnalare ancora due episodi di collaborazione con Salvatore D’Agostino (Wilfing Architettura).
Nel primo, ho avuto occasione di rivolgere una domanda a Luca Molinari, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia di quest’anno. Riporto il botta e risposta:

Rossella Ferorelli: In occasione di una visita al Politecnico di Bari di Boris Podrecca di qualche tempo fa, ricordo di aver riesumato una intervista dell’architetto per Repubblica del maggio 2006 il cui epilogo mi aveva raggelato: «Rispetto ai giovani italiani che vengono nel mio atelier, i coetanei olandesi o svizzeri hanno più verve, ironia e immaginazione. Da voi ci sono tanti professorini, con pochi progetti realizzati ma molte chiacchiere e presenze alle mostre; vivono l’architettura attraverso le riviste, non ne conoscono a fondo le problematiche». Questa l’opinione dell’architetto austriaco, che individuava l’origine del problema «nel fatto d’aver perso due generazioni, dopo il ’68. Avete scritto libri, e sapete tutto sul Palladio o Giulio Romano, ma non come si mette una finestra».
Vorrei dunque proporle una riflessione sull’ambito teorico dell’architettura in generale, ed in particolare in Italia. Come è possibile, infatti, che il problema della generale depressione del settore sia quello individuato da Podrecca, se nemmeno nel campo della ricerca teorica (distinguendo nettamente questo dall’ambito storico) alcunché di memorabile viene effettivamente prodotto nel nostro paese da anni?
Personalmente le propongo, perché la possa mettere in discussione, una lettura del problema che individui un bagliore risolutivo nella necessità di un riaggancio tra vera teoria (cioè teoria “hardware”, delle basi filosofiche, scientifiche e politiche che stanno dietro alla funzione sociale dell’architetto), e progettazione, e vorrei a questo proposito chiederle che funzione possa ancora avere un’istituzione come la Biennale di Venezia nella spinta alla soluzione delle tare architetturali del pianeta Italia. In particolare, come studentessa, le chiedo inoltre di sbilanciarsi in una riflessione sull’ambito accademico e sui rapporti attuali e possibili tra questo e la Biennale nell’ottica di una più continua e costante tensione alla ricerca sul futuro, che non rincorra solo le vetrine dei vari festival che sono in preoccupante via di moltiplicazione.

Luca Molinari: Il problema della produzione teorica nell’ambito dell’architettura contemporanea è serio ma forse dovremmo cambiare prospettiva. Forse non è più tempo di grandi narrazioni teoriche, dei volumi decisivi che spostavano i baricentri tematici, forse il sistema carsico e frammentario dei blogger contemporanei sta modificando il nostro modo di produrre e scambiare teoria in architettura. Insieme credo che la cultura architettonica debba fare uno sforzo diverso, cercare in un mondo che sta cambiando radicalmente e drammaticamente le parole, gli stimoli e le risorse per ridefinire confini disciplinari e elementi per rielaborazioni teoriche. Per quanto riguarda l’università non ho alcun problema a dire che la maggior parte del sistema universitario italiano è inadatto ad affrontare la situazione attuale e soprattutto a portare al suo interno quegli elementi vitali, virali e critici di cui ci sarebbe molto bisogno per combattere un irrigidimento culturale e una sindrome d’accerchiamento che l’università deve abbandonare per non morire.

Per leggere tutte le domande rivolte a Molinari sul blog di Salvatore, cliccate qui.

La seconda collaborazione è stata costituita dalla redazione da parte mia di un breve testo introduttivo all’indagine [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] cui partecipai nell’agosto 2009. Potete trovare qui il testo.

Non si può negare che la Biennale di Venezia sia l’evento mondano dell’architettura per eccellenza, nel nostro paese. E che quindi chiunque sia per qualche motivo addentro al settore, per non sentirsene escluso, debba senz’altro buttar giù due righe sull’argomento, esprimersi in proposito.
Ma il fatto di doversi, tutti, necessariamente, esprimere sulla Biennale costituisce una delle ripercussioni mediatiche più deleterie in campo architettonico, tant’è che ciò cui si assiste ogni due anni in Italia è null’altro che una sorta di toto-giudizi, quanto più possibile sbrigativi e facilmente comprensibili dal grande pubblico, sulla manifestazione veneziana. Caratteristica del fastidioso fenomeno, peraltro, ne è quella certa trasversalità che riesce a mettere le stesse parole in bocca al piccolo critico dell’architettura dello scarso quotidiano regionale del Sud e, tanto per dirne una, a Philippe Daverio. Curiosissimo personaggio, Philippe Daverio. Una simpatia intrinseca unita ad un irresistibile gusto per lo scherzo verbale eclettico e provocatorio, entrambi però di quando in quando diluiti in un più basso vezzo dello slogan e in una generale reticenza all’accogliere alcune istanze della contemporaneità, soprattutto in architettura. Ed è questo il caso della puntata di PassepARTout di domenica scorsa, che vi consiglio di vedere come contrappunto (meglio se a posteriori) di ciò che leggerete, a voi piacendo, nel seguito di questo post.

Ma, fatta questa breve parentesi polemica sull’urgenza comunicativa che pare prenda tutti a proposito della Biennale, non intendo in alcun modo chiamarmene fuori e dunque affronto anch’io l’argomento in questa sede, con però l’intento preciso di ritrovare, all’interno delle tematiche che affronterò, traccia utile del filo del discorso che mi preme, globalmente, tener vivo con questo blog.

Entriamo dunque nel vivo.

Come tutti sanno, la mostra di quest’anno è stata tenuta da Aaron Betsky, già curatore di altre mostre e in generale critico dell’architettura, con il titolo di Out There: Architecture Beyond Building.
Assai attratta dal tema della mostra, la scorsa primavera mi ero recata a Roma, alla Facoltà di Architettura Valle Giulia, a sentire un discorso introduttivo tenuto dallo stesso Betsky sull’argomento (e, per la verità, anche sul concorso per studenti che come sempre accompagna l’iniziativa, nella speranza poi rivelatasi vana di potervi partecipare). Non si può dire che la lecture (perché di ciò si trattò) fosse esente da una certa retorica costruita a forza di slogan pubblicitari; tuttavia, l’impatto su di me fu globalmente convincente. Una sensata serie di considerazioni erano state portate avanti dall’architetto sull’indefinitezza che caratterizza la città contemporanea, sulla funzione regolatrice del segno al di là della questione volumica, sull’avvicinamento asintotico dell’oggetto architettonico al fatto naturale, sull’architettura considerata «a gathering together of what already exists», sulla funzione didattica dell’arte in quanto a nuovi approcci allo spazio, sulla fotografia vera scopritrice dell’architettura e su quest’ultima come fattore «uncovering, figuring out, revealing» dell’universo mondo, e via dicendo. In poche parole, una summa (ponderatamente) poetica delle questioni principali della scena contemporanea.

Ma quanto di queste buone intenzioni Betsky sia stato in grado di portare alla mostra è quanto mi appresto a discutere, e un buon modo per farlo mi sembra quello di esaminare i manifesti presentati all’Arsenale da una serie di studi di architettura di risonanza internazionale.

In generale, il ricorso a questo metodo comunicativo si presta a molteplici interpretazioni. In effetti, si potrebbe dire che serva a far contenti i nostalgici delle avanguardie di primo e secondo Novecento ma che sia una scelta del tutto inattuale per l’effettiva assenza di un vero e proprio Movimento contemporaneo che si sia dato una direzione precisa; ma ugualmente si potrebbe affermare che, proprio per questo motivo, la scelta sia interessante e provocatoria – perché vuole provocare movimento – e che la presentazione di una lunga serie di “manifesti personali” dei singoli gruppi anziché un manifesto unitario stia proprio a testimoniare questo significato. E tuttavia un manifesto iniziale, più che globale, della manifestazione esiste, ed è quello redatto proprio da Betsky.
Un manifesto che mi delude in più punti, se confrontato con quanto avevo ascoltato dalle labbra del curatore una manciata di mesi fa. Condivisibile benché banale l’appunto al fatto che, poiché «gli edifici non sono, per la maggior parte, progettati da architetti», tutto va male nelle nostre città. «Eppure l’architettura è bella». Informazione indispensabile. «Architettura non è sinonimo di edificare. Edificare è edificare. È un verbo».
E qui mi permetto una parentesi di assoluto formalismo linguistico (perdonate, sono feticci di cui non so fare a meno). Sfruttando la puntualizzazione in apparenza puramente glottologica operata da Betsky, conduco la mia breve crociata contro l’utilizzo deviato che si fa comunemente della parola. Per pietà, che si smetta una buona volta di usarla come sinonimo di “opera di architettura”! Come la Vergine delle Rocce non è una pittura di Leonardo da Vinci e Moby Dick non è una letteratura di Herman Melville, il Centre Pompidou non è un’architettura di Piano e Rogers, ma una loro opera, negli effetti un edificio, propriamente un museo, genericamente un lavoro, materialmente un progetto, agli atti una realizzazione, e via discorrendo.
Ma non si giudichi eccessivamente severa la mia precisazione perché, se Betsky si fosse espresso nella stessa maniera, sono certa che avrebbe ricevuto assai meno critiche; e invece, il ricorso ad una distinzione tra architettura e costruzione dichiarata in termini che avrebbero dato motivo di sbadigliare anche a Leon Battista Alberti, unito a poche argomentazioni veramente contemporanee, prelude inesorabilmente ad un explicit disastroso: «Edifici o architettura. Gli edifici possono essere evitati».

E di qui il malcontento generalizzato, che è possibile riassumere in una cieca lapidazione del curatore per quello che non c’è all’interno dell’Arsenale. Cieca e di poco spessore, perché non tiene conto di un fatto basilare, e cioè che l’architettura è proprio null’altro che quello che non c’è (o si tratterebbe di scultura, confusione in cui cade goffamente Gehry nel suo manifesto, come vedremo) e di conseguenza può, deve spingersi anche al di fuori dell’edificazione intesa nella dimensione classica, che ne costituisce solo un ristretto sottoinsieme (benché, è ovvio, non tutta l’edificazione rientri nelle categorie dell’architettura). Mi chiedo quale tipo di esposizione all’Arsenale avrebbe soddisfatto i vari censori del caso: forse una sequela di modelli, come nella mostra del 2004? Nemmeno, perché si delegittima anche la pratica di esporre quanto non sia propriamente realizzato. Allora, forse, una trafila di più convincenti fotografie, magari comprensive di viste di cantiere. È assai curioso, a ben guardare, che dalle stesse voci (ahimè capaci di influenzare grandemente l’opinione pubblica, in particolare quella estranea al settore) arrivi, logorante, l’accusa perenne all’architettura di essere irrispettosa (di cosa, è irrilevante) per ipotesi, proprio in quanto costituzionalmente dominio incontrastato del fatto

Ma torniamo ai manifesti. Diamo una rapida occhiata agli altri, per farci un’idea. Diciamo che si possono approssimativamente dividere in quattro categorie: i passatisti, gli stuzzicanti, i forsennati, gli inutili.

Tra gli autori dei passatisti, certi si riscattano nella corrispondente installazione, come Barkow Leibinger Architects, che fa corrispondere un manifesto per un’architettura concreta alla realizzazione di un interessante giardino sì materiale, fatto di tubi metallici, ma di forma variabile a piacimento dallo spettatore e non privo di qualità estetica; certi altri, invece, come Gehry, si arroccano su descrizioni della professione dell’architetto che potrebbero tranquillamente appartenere al secolo scorso e non riescono ad ottenere risultati migliori nemmeno sul piano dell’installazione, che appare goffa, ridondante e già vista e si fa facilmente superare in quanto a poetica dal banchetto dei carpentieri nascosto subito dietro.


Zaha Hadid e Patrik Schumacher non sono da meno, con un manifesto che, non rendendosi conto della propria inattualità, propone un nuovo “ismo” del tutto privo di contenuti, di cui domani non conserveranno memoria nemmeno loro, accompagnato da una scultura dejà-vu in perfetto stile zahahadidiano, completamente vuota di significato.

Tra i manifesti in qualche modo stuzzicanti mi sento di includere quello di Francesco Delogu, che si conclude con un’accattivante promessa: «Un giorno saremo in grado di costruire strutture sostenute dallo spazio che contengono. In questo modo l’architettura comunicherà con l’ambiente, e non si distinguerà da esso. Allo stesso tempo si avvicinerà all’uomo, ne sarà la massima espressione». Meritevole di nota è poi senz’altro lo scritto di Droog & Kesselskramer, associato ad una delle rappresentazioni di maggior successo dell’intera mostra: “Single Town”. L’allestimento attraente anche per il grande pubblico non cede alla banalità: il manifesto intuisce il concetto importantissimo per il quale quanto più una città si popola di singles, tanto più necessita di interconnessioni multiple e complesse e tanto più l’architetto deve «spingersi oltre l’edificio». Un’interpretazione, tra l’altro, efficace e calzantissima del tema della Biennale di quest’anno.


Alla categoria degli stuzzicanti possono inoltre essere ascritti Guallart Architects, con la loro puntuale descrizione della situazione contemporanea e con la loro proposta di installazione “Hyperabitat. Riprogrammare il mondo” che riassume in scala domestica la necessità di una più stretta rete informativa che colleghi ogni cosa per programmarne, nei limiti del programmabile, il mutamento e il miglioramento;

Coop Himmelb(l)au, che riesumano un’installazione vecchia di quarant’anni ma all’epoca talmente rivoluzionaria da risultare comprensibile soltanto oggi; Philippe Rahm, con la sua “Architettura Meteorologica”, che si preoccupa di creare, più che spazi, temperature e atmosfere, in un interessante collegamento di infinitamente grande, infinitamente piccolo, infinitamente impalpabile e infinitamente complesso (l’installazione è però deludentemente tardo-razionalista); e infine M-A-D, studio del quale fa parte, oltre a Chris Salter, anche quell’Erik Aadigard che nel 2000 aveva scritto assieme a Betsky Architecture Must Burn, libro che contiene già gran parte delle teorie alla base della scelta contenutistica della Biennale (Biennale che quindi, si noti, soffre la presenza di idee che nascono già vecchie di almeno 8 anni).

Meritano quindi la palma di forsennati, cioè di privi di senso alcuno, i documenti di Massimiliano Fuksas (una trafila di sostantivi sintatticamente scollegati nel pallido tentativo di imitare forse una grammatica di gusto joyciano), Nigel Coates (vaneggiamenti intorno alla necessità di introdurre erotismo nella progettazione architettonica), Totan Kuzembaev (un totale di sei periodi il più assennato dei quali afferma: «i pensieri invernali sono molto più preziosi di quelli estivi»), An Te Liu (un totale di otto versi i meno banali dei quali recitano: «Troviamo noiosa l’architettura quando è troppo pratica / e non pratica quando è troppo visionaria»), che però in qualche modo si salva nell’installazione, e David Rockwell with Jones Kroloff (strutturato su continui spazi vuoti da riempire a cura di chi lo ritenga per qualche motivo divertente).

Per quanto riguarda gli inutili, questa dicitura spetta, in misura maggiore o minore, a tutti gli altri manifesti presenti all’Arsenale i quali, per essere incompleti, autoreferenziali, inconcludenti o semplicemente già sentiti, risultano di scarso o di nessun interesse tanto per l’uomo della strada quanto per il teorico dell’architettura. Se alcune installazioni corrispondenti possono considerarsi in qualche maniera degne d’attenzione (come “Furnivehicles” di Atelier Bow Wow), le altre risultano sostanzialmente superflue, quando non dannose (imbarazzante la “Hypnerotosfera” di Nigel Coates).

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