Ultime attività del blog

19 ottobre 2010

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti. È stata un’estate alquanto movimentata.
In primis, il testo Le parole e le case, che trovate nel post qui sotto, è andato in gara alla terza edizione Concorso Giovani Critici, indetto da presS/Tfactory_Associazione Italiana di Architettura e Critica, ed il 27 agosto ha ricevuto a Venezia il secondo premio (qui qualche dettaglio) in un evento collaterale della XII Biennale di Architettura.

Alla premiazione, su richiesta della giuria, è stato portato anche un breve video che, per il notevole impegno apportato a me (voce, testo e disegni) e ai pazientissimi Massimo Lastrucci (fotografia) e Daniele Mantellato (montaggio e aiuto concept), desidero pubblicare qui come testimonianza.
Vi prego in anticipo di perdonare l’insostenibile antipatia del mio timbro vocale, ma non disponevamo di nulla di meglio al momento! Per il resto, naturalmente si tratta di un tentativo di sdrammatizzare un testo teorico non leggerissimo – a cominciare dal calembour foucaultiano del titolo, che è molto piaciuto al professor Prestinenza Puglisi – che altrimenti sarebbe stato difficile riassumere in un video di soli due minuti.

Poi, dobbiamo segnalare ancora due episodi di collaborazione con Salvatore D’Agostino (Wilfing Architettura).
Nel primo, ho avuto occasione di rivolgere una domanda a Luca Molinari, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia di quest’anno. Riporto il botta e risposta:

Rossella Ferorelli: In occasione di una visita al Politecnico di Bari di Boris Podrecca di qualche tempo fa, ricordo di aver riesumato una intervista dell’architetto per Repubblica del maggio 2006 il cui epilogo mi aveva raggelato: «Rispetto ai giovani italiani che vengono nel mio atelier, i coetanei olandesi o svizzeri hanno più verve, ironia e immaginazione. Da voi ci sono tanti professorini, con pochi progetti realizzati ma molte chiacchiere e presenze alle mostre; vivono l’architettura attraverso le riviste, non ne conoscono a fondo le problematiche». Questa l’opinione dell’architetto austriaco, che individuava l’origine del problema «nel fatto d’aver perso due generazioni, dopo il ’68. Avete scritto libri, e sapete tutto sul Palladio o Giulio Romano, ma non come si mette una finestra».
Vorrei dunque proporle una riflessione sull’ambito teorico dell’architettura in generale, ed in particolare in Italia. Come è possibile, infatti, che il problema della generale depressione del settore sia quello individuato da Podrecca, se nemmeno nel campo della ricerca teorica (distinguendo nettamente questo dall’ambito storico) alcunché di memorabile viene effettivamente prodotto nel nostro paese da anni?
Personalmente le propongo, perché la possa mettere in discussione, una lettura del problema che individui un bagliore risolutivo nella necessità di un riaggancio tra vera teoria (cioè teoria “hardware”, delle basi filosofiche, scientifiche e politiche che stanno dietro alla funzione sociale dell’architetto), e progettazione, e vorrei a questo proposito chiederle che funzione possa ancora avere un’istituzione come la Biennale di Venezia nella spinta alla soluzione delle tare architetturali del pianeta Italia. In particolare, come studentessa, le chiedo inoltre di sbilanciarsi in una riflessione sull’ambito accademico e sui rapporti attuali e possibili tra questo e la Biennale nell’ottica di una più continua e costante tensione alla ricerca sul futuro, che non rincorra solo le vetrine dei vari festival che sono in preoccupante via di moltiplicazione.

Luca Molinari: Il problema della produzione teorica nell’ambito dell’architettura contemporanea è serio ma forse dovremmo cambiare prospettiva. Forse non è più tempo di grandi narrazioni teoriche, dei volumi decisivi che spostavano i baricentri tematici, forse il sistema carsico e frammentario dei blogger contemporanei sta modificando il nostro modo di produrre e scambiare teoria in architettura. Insieme credo che la cultura architettonica debba fare uno sforzo diverso, cercare in un mondo che sta cambiando radicalmente e drammaticamente le parole, gli stimoli e le risorse per ridefinire confini disciplinari e elementi per rielaborazioni teoriche. Per quanto riguarda l’università non ho alcun problema a dire che la maggior parte del sistema universitario italiano è inadatto ad affrontare la situazione attuale e soprattutto a portare al suo interno quegli elementi vitali, virali e critici di cui ci sarebbe molto bisogno per combattere un irrigidimento culturale e una sindrome d’accerchiamento che l’università deve abbandonare per non morire.

Per leggere tutte le domande rivolte a Molinari sul blog di Salvatore, cliccate qui.

La seconda collaborazione è stata costituita dalla redazione da parte mia di un breve testo introduttivo all’indagine [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] cui partecipai nell’agosto 2009. Potete trovare qui il testo.

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Le parole e le case

22 aprile 2010


Nel 1986 Manfredo Tafuri rilasciò a Richard Ingersoll un’intervista, pubblicata nella primavera dello stesso anno su Design Book Review, che costituisce oggi un documento interessantissimo per la comprensione del periodo a cui fa capo. In risposta a domande decisamente piane sul ruolo della critica nello sviluppo dell’architettura, lo storico romano forniva una caustica e decisa distinzione tra la figura del critico e quella dello storico dell’architettura, attribuendo solo al secondo valide doti ermeneutiche e ritenendo il primo schiavo di un meccanismo ossessivo di ricerca del nuovo previa una conseguente, necessaria e continua immolazione di qualcosa da definirsi, di volta in volta, vecchio.
Liquidando poi con giudizio severo lo storicismo postmoderno di Jencks e Portoghesi, Tafuri laconicamente tacciava i suoi contemporanei di un utilizzo della memoria nostalgico anziché chiarificatore: è dunque in questa precisa direzione che l’intervista con Ingersoll va interpretata. Tuttavia, un passaggio di essa va forse letto con maggiore attenzione e merita ulteriori riflessioni. Vi si dice:

The study of history has indirect ways of influencing action. If an architect needs to read to understand where he is, he is without a doubt a bad architect! I frankly don’t see the importance of pushing theory into practice; instead, to me, it is the conflict of things that is important, that is productive. […] This is why I insist on the later work of Le Corbusier, which had no longer any message to impose on humanity. And as I have been trying to make clear in talking about historical context: no one can determine the future.[1]

Prescindendo dal tono lievemente iperbolico che pervade il passaggio, a chi scrive sembra quantomeno il caso di chiedersi  se questa posizione sia ancora difendibile a quasi venticinque anni dalla prima pubblicazione dell’intervista. A che punto è il dibattito critico sull’architettura?
Tentiamo di delineare un profilo analitico della questione.

Il quadro di riferimento

Non è un segreto che i grandi maestri non scrivono più. Si può dire con una certa sicurezza che dopo Delirious New York, testo che ha ormai trentadue anni suonati, nessun trattato o manifesto epocale ha più visto la luce sulla scena internazionale. Prova ne è, se non trionfale celebrazione, il curioso aborto teorico partorito dalla Biennale di Aaron Betsky del 2008, di cui si è detto molto, ma forse non tutto.
Partendo da intenzioni probabilmente corrette e da un approccio quantomeno interessante (benché vecchio di ben otto anni, perché ricalcato per intero su quanto detto dallo stesso curatore nel suo Architecture Must Burn, del 2000), Betsky è riuscito a generare un fallimento quasi completo e soprattutto a rendere lampante tale risultato col tentativo sbilenco di costringere ognuno degli studi presenti alla mostra a produrre un manifesto su commissione. Evidentemente, una produzione così feconda di dichiarazioni di intenti, a cui era palesemente richiesto un carattere di spinta sperimentalità, non poteva che risultare in un guazzabuglio verbale di qualità mediocre, con punte di notevole pretenziosità in alcuni casi; in tutti, con praticamente nessun esito registrabile.
Tra le varie possibili osservazioni che è dato fare a margine del fenomeno, la più diretta porta a concludere che molti grandi studi di architettura hanno perso l’abitudine a progettare sulla base di visioni interpretative della realtà del proprio tempo. La sostanziale incapacità di produrre materiali teorici di qualche utilità non può che denotare, infatti, una carenza netta nell’esercizio definitorio delle specificità necessarie all’architettura contemporanea proprio per il suo essere contemporanea. A cosa è dovuta questa deficienza?
Una necessaria parentesi, di cui dovrà perdonarsi la didascalicità: presso gli storici, coesistono due metodi di studio. Sostanzialmente, uno considera la storia come il susseguirsi di eventi puntuali che la fanno progredire per salti, mentre l’altro ritiene continuo e fluido il dispiegarsi degli avvenimenti e tende a valutare meno nitido il nesso causale tra di essi. Se il secondo è senz’altro più complesso e spesso più intelligente e meglio sfaccettato, le schematizzazioni del primo consentono a volte la costruzione di scenari esegetici più interessanti. È ad uno di questi quadri interpretativi che si deve l’opposizione tra avanguardia e manierismo, che è senza dubbio brutale, ma di cui ci serviremo per un attimo. Possiamo allora chiederci se ci troviamo in una fase o nell’altra, ma la risposta è quantomai difficile all’inizio degli anni ’10, sui quali incombe ancora vivissima l’ombra del decostruttivismo, a sua volta altra faccia della complessa medaglia postmoderna. Benché, infatti, si possano conservare dei legittimi dubbi sulla congerie filosofica montata intorno alla definizione di postmoderno in sé, è invece indiscutibile che effettivamente uno spettro si sia aggirato per l’America e l’Europa tra il ’67 e l’’88 (gli anni, cioè, tra le due mostre del MoMA intitolate rispettivamente Five Architects e Deconstructivist Architecture), e che non abbia portato questioni definibili d’avanguardia. In questo senso si intuisce il fastidio di Tafuri nella constatazione dell’abitudine degli architetti di quella schiatta di giustificare i pastiche storicistici con l’impegno teorico, ed il suo conseguente consiglio indirizzato loro di abbandonare gli studi. Nell’articolo già citato, risulta illuminante anche l’osservazione dello storico secondo il quale gli architetti a lui contemporanei, eredi dello sforzo di liberazione del moderno, avrebbero preferito che questo sforzo non fosse stato ancora compiuto per potersene impadronire di persona.
In sostanza, dunque, un legame edipico con la modernità di cui non ci si riusciva a liberare. Ma lo ha fatto, invece, il decostruttivismo? In una certa misura probabilmente sì, e cioè in quella per la quale non potremmo immaginare Derrida seduto allo stesso tavolo di Wright come è invece successo con Eisenman o Tschumi; nella stessa misura in cui, appunto, Koolhaas ha potuto scrivere il suo testo cardine e Madelon Vriesendorp ha potuto illustrarlo in Flagrant Délit (or Dream of Liberty).
Ma, come dicevamo, si tratta di esperienze lontane almeno un quarto di secolo, le cui tracce si perdono – e anche in questo caso non c’è da temere smentite – nelle pratiche di vetrina che sfociano con crescente frequenza in esercizi di formalismo che non solo non possono dirsi avanguardisti, ma rischiano di non potersi dire nemmeno manieristi perché privi di qualsiasi afflato dichiarativo, anche il più incerto.
È dunque questo il circolo vizioso: in un panorama formalista è scarso l’interesse per la ricerca teorica; un contesto carente in approfondimento speculativo non produce avanguardie e ricade nel formalismo.

Una proposta

A livello generale, ma soprattutto nel nostro paese, bisogna osservare che quella che si è andata perdendo negli ultimi decenni è la memoria della figura dell’architetto come intellettuale completo. La frammentazione settoriale è spinta dalla creazione di corsi di laurea sempre più (futilmente) variegati intorno ad una questione che invece andrebbe ricompattata per risanare le condizioni di costante sospetto con le quali si guardano i pianeti dell’architettura, dell’ingegneria e dell’urbanistica. La stessa formazione universitaria tende a scoraggiare l’approfondimento critico in fase progettuale per relegarlo in ambito storico. Errore di ciclopica gravità.
Ed ecco perché, nonostante nel periodo che ci separa da Delirious New York una delle innovazioni più radicali della storia dell’umanità (internet) sia venuta alla luce, si verifica che, nelle riviste e nei canali del settore, la mastodontica rivoluzione culturale che ciò ha portato trova ancora spazi ridottissimi e rari dibattiti in ogni caso viziati da un equivoco di fondo. Un equivoco che si basa sulla pigrizia filosofica degli architetti, che occorre si convincano che il loro compito è quello di distinguere le suggestioni intellettuali dalle suggestioni formali e basare il proprio lavoro sulle prime, utilizzando, al più, le seconde come complemento.
Non solo: anche per il verso formale, è indispensabile una progettazione di carattere decisamente antianalogico, sostenuta da una profonda preparazione multidisciplinare del designer, senza la quale progettare non è solo sbagliato (eticamente), ma è impossibile (storicamente), perché troppe e di troppo rilievo sono le questioni emerse negli ultimi anni.
Il possesso di un apparato culturale sufficiente a delineare interpretazioni ad ampio spettro della contemporaneità deve diventare (o tornare ad essere) la base essenziale della progettazione, nella consapevolezza che la produzione di oggetti necessita propedeuticamente delle competenze che permettono la produzione di concetti.
In conclusione, per evitare che il dibattito teorico – soprattutto in Italia – si incancrenisca intorno a testi di scarso profilo, votati ossessivamente all’attacco di uno star system per il resto in alcun modo combattuto dalla categoria, dobbiamo sperare che le università spingano verso l’obiettivo di creare progettisti dotati di grandi talenti compositivi e insieme grandi capacità speculative e riassuntive. In quest’ottica, si potrebbe ad esempio cominciare con il recupero di un autore che, senza dubbio almeno per il secondo dei due aspetti, costituisce un perfetto esempio di sintesi tra filosofia e mestiere: John Johansen.
Chiudiamo con una sua citazione:

I believe that no architect can produce buildings which are valid unless he is sensitive to the prevailing conditions and experiences of his time, and all but a few today, regardless of their talent, are out of touch.[2]


[1] Da There is no criticism, only history, in Design Book Review, primavera 1986. Anche in Casabella n. 619/620, gennaio/febbraio 1995.

[2] Da AA.VV., John Johansen – A Life in the Continuum of Modern Architecture, L’Arca Edizioni, Bergamo, 1995.

Grazie alla gentilezza di Salvatore D’Agostino, riecco che Il nido accoglie assai volentieri un invito a partecipare ad un’indagine ad ampio raggio estesa a tanti (tanti!) blogger italiani di architettura e simili faccenducole.

Questa volta si è trattato di rispondere a due domande che, in apparenza banali, presentano risvolti pungenti.

  • Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?

Evitando di svelare ulteriori particolari, suggerisco senz’altro la lettura di questo post e di tutti gli altri dell’interessantissima serie, dall’emblematico titolo di [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO].

Oggi pubblichiamo un contributo che Roy Ascott, artista e teorico statunitense, pubblicò nel 1994 su varie riviste europee.

La sceltadi pubblicare questo celebre articolo ha due motivi. Il primo è, banalmente, che non ne esiste in rete alcuna versione italiana. Il secondo, e più importante, è che la visione di architettura e di città che ben 15 anni or sono Ascott delineò in questo documento contribuisce ad articolare in modo assai interessante e ricco un’immagine di quanto ci interessa indagare con questo blog. Grassetto ed altre formattazioni del testo – salvo i paragrafi – non sono originali, ma sono stati aggiunti per enfatizzare le parti del discorso più rilevanti per questa sede.

Cybercezione

Non solo stiamo cambiando radicalmente, corpo e mente, ma stiamo diventando attivamente coinvolti nella nostra stessa trasformazione. E non è solo una questione di protesica dell’impianto di organi, arti aggiunti o aggiusti facciali chirurgici per quanto necessaria e utile tale tecnologia del corpo possa essere. È una questione di consapevolezza. Stiamo acquisendo nuove facoltà e una nuova comprensione della presenza umana. L’ abitare sia il mondo reale sia il virtuale al tempo stesso, e l’essere sia qui che potenzialmente ovunque allo stesso tempo ci sta dando un nuovo senso del sé, nuovi modi di pensare e di percepire che estendono quelle che abbiamo creduto essere le nostre naturali capacità genetiche. In realtà il vecchio dibattito sull’artificiale e il naturale non è più rilevante. Siamo interessati solo a ciò che può essere fatto di noi stessi, non a ciò che ci ha fatto. Per quanto riguarda la sacralità della persona, bene ora ognuno di noi è fatto di molti individui, un insieme di sé. In effetti il senso della persona sta cedendo il passo al senso dell’interfaccia. La nostra coscienza ci permette di camminare sullo sfumato bordo dell’identità in bilico tra il dentro e il fuori di ogni sorta di definizione possibile di ciò che significa essere un essere umano. Siamo tutti interfaccia. Siamo mediati dal computer ed aumentati dal computer. Questi nuovi modi di concettualizzare e di percepire la realtà implicano più che una semplice sorta di variazioni quantitative nel modo di vedere, pensare ed agire nel mondo. Essi costituiscono un cambiamento qualitativo nel nostro essere, una facoltà del tutto nuova, la facoltà post-biologica di “cybercezione”.

La cybercezione comporta una convergenza di processi percettivi e concettuali in cui la connettività di reti telematiche svolge un ruolo formativo. La percezione è la consapevolezza degli elementi dell’ambiente attraverso sensazioni fisiche. La cybernet, la somma di tutti i sistemi interattivi mediati da computer e delle reti telematiche nel mondo, fa parte del nostro apparato sensoriale. Ridefinisce il nostro corpo nella misura in cui collega tutti i nostri corpi in un complesso planetario. La sensazione è la percezione fisica interpretata alla luce dell’esperienza acquisita. L’esperienza è ora condivisa per telematicamente:  le tecnologe di telecomunicazione  informatizzata ci consente di saltare dentro e fuori da ogni coscienza e telepresenza altrui nel flusso globale dei media. Per concezione si intende il processo di origine, formazione e comprensione delle idee. Le idee vengono dalle interazioni e le negoziazioni delle menti. Un tempo bloccata socialmente e filosoficamente nel corpo solitario, la mente ora galleggia libera nello spazio telematico. Stiamo esaminando l’aumento della nostra capacità di pensare e di concettualizzare, e l’estensione e la raffinatezza dei nostri sensi: per concettualizzare più riccamente e percepire più pienamente, sia all’interno che al di là dei nostri limiti di vista pensiero e costruzione. La cybernet è la somma di tutti questi sistemi artificiali di indagine, comunicazione, ricordo e costruzione dei quali il trattamento dei dati, i collegamenti via satellite, il telerilevamento e la telerobotica sono variamente messi al servizio nella valorizzazione del nostro essere.

La cybercezione accresce l’esperienza transpersonale ed è il comportamento che definisce un’arte transpersonale. La cybercezione coinvolge la tecnologia transpersonale, la tecnologia della comunicazione, della condivisione, della collaborazione, la tecnologia che ci permette di trasformare noi stessi [our selves], trasferire i nostri pensieri e trascendere i limiti del nostro corpo. L’esperienza transpersonale ci dà la facoltà di guardare nell’interconnessione di tutte le cose, la permeabilità e l’instabilità dei confini, la mancanza di distinzione tra la parte e il tutto, il primo piano e lo sfondo, il contesto e il contenuto. La tecnologia transpersonale è la tecnologia delle reti, degli ipermedia, del cyberspazio.

La cybercezione ci dà l’accesso ai media olomatici della cybernet. Il principio olomatico è quello per cui ogni singola interfaccia di rete è un aspetto di una unità telematica: essere in o ad una qualsiasi interfaccia è essere in presenza virtuale di tutte le altre interfacce su tutta la rete. Questo perché tutti i dati che scorrono attraverso ogni nodo di accesso di una rete sono ugualmente e contemporaneamente tenuti in memoria da quella della rete: ad essi si può accedere da qualsiasi altra interfaccia attraverso collegamenti via cavo o via satellite, da qualsiasi parte del pianeta a qualsiasi ora del giorno o della notte.

È la cybercezione che ci permette di percepire le apparizioni del cyberspazio, la venuta-in-essere della loro presenza virtuale. È attraverso cybercezione che siamo in grado di comprendere i processi di emersione in natura, il flusso di mezzi di comunicazione, le forze e i campi invisibili delle nostre molte realtà. Cybercepiamo i rapporti di trasformazione e la connettività come un processo immateriale, tanto evidentemente e immediatamente quanto comunemente percepiamo gli oggetti materiali in luoghi materiali. Se, come molti ritengono, il progetto di arte nel 20esimo secolo è stato quello di rendere visibile l’invisibile, è nostra facoltà crescente di cybercezione che ci fornisce la visione a raggi x, e l’ottica dello spazio esterno. E quando, per esempio, la sonda “Cassini” raggiunge la densa atmosfera di azoto del satellite di Saturno, Titano, saranno i nostri occhi e la mente ad essere lì sul luogo, sarà la nostra cybercezione a testare e misurare la sua superficie sconosciuta.

L’effetto della cybercezione sulla pratica artistica è quello di buttare fuori l’imbracatura ermeneutica, la costante preoccupazione della rappresentazione e dell’espressione del sé, e di celebrare la creatività della coscienza distribuita (mente allargata), della connettività globale e del costruttivismo radicale. L’arte oggi è meno interessata al l’apparenza e alla superficie, e più interessata all’apparizione, con la venuta-in-essere di identità e di significato. L’arte abbraccia i sistemi di trasformazione, e mira a massimizzare l’interazione con il suo l’ambiente. Così anche con il corpo umano. Stiamo facendo del corpo un luogo di trasformazione – per infrangere i limiti genetici. E cerchiamo di ottimizzare l’interazione con il nostro ambiente, sia quello visibile che quello invisibile, massimizzando la capacità dell’ambiente di un comportamento intelligente e previdente. L’artista abita il cyberspazio, mentre altri semplicemente lo vedono come uno strumento.

La cybercezione è l’agente di costruzione, che abbraccia una molteplicità di percorsi elettronici per sistemi robotici, ambienti intelligenti, organismi artificiali. E nella misura in cui creiamo e abitano mondi paralleli, e apriamo traiettorie di evento divergenti, la cybercezione può permetterci di diventare allo stesso tempo consapevoli di tutti, o almeno di fare zapping attraverso universi multipli. Le tecnologie transpersonali della telepresenza, le reti globali e il cyberspazio possono stimolare e riattivare le parti dell’apparato di una coscienza a lungo dimenticata e resa obsoleta da una visione meccanicistica del mondo fatta di ingranaggi e ruote. La cybercezione può significare uno risveglio dei nostri poteri psichici latenti, la nostra capacità di essere fuori dal corpo, o nella mente in simbiosi mentale con gli altri.

Quindi cosa differenzia la cybercezione da percezione e concezione? Non è solo l’estensione di intelligenza promessa dai dei neuroni di silicio della CalTech, le implicazioni del computer molecolare, o le conseguenze dei circuiti integrati elettro-ottici della Bell AT & T che potranno fare calcoli in un miliardesimo di secondo. La risposta sta nella nostra nuova comprensione della struttura, nel vedere il tutto, nel fluire con i ritmi del processo e di sistema. Fino ad ora, abbiamo pensato e visto le cose in maniera lineare, una cosa dopo l’altra, una cosa nascosta dietro l’altra, conducendo a questa o quella finalità, e lungo la strada che divide il mondo in categorie e classi di cose: oggetti con i confini impermeabili, superfici con interni impenetrabili, superficiale semplicità della visione che ignorava la complessità infinita. Ma la cybercezione significa ottenere un senso di un tutto, acquisire una vista a volo d’uccello di eventi, la vista che l’astronauta ha della terra, la vista che il cybernauta ha dei sistemi. È una questione di feedback ad alta velocità, accesso a database di grandi dimensioni, interazione con una molteplicità di menti, di vedere con mille occhi, sentendo i sussurri più silenziosi della terra, raggiungendo nella vastità dello spazio, anche al limite del tempo. La cybercezione è l’antitesi di una visione a tunnel o del pensiero lineare. Si tratta di una percezione tutta-in-una-volta di una molteplicità di punti di vista, una estensione in tutte le dimensioni del pensiero associativo, una presa di coscienza della caducità di tutte le ipotesi, della relatività di tutta la conoscenza, della transitorietà di tutte le percezioni. È la cybercezione che ci permette di interagire pienamente con il flusso e l’indeterminatezza della vita, di leggere il Libro dei Mutamenti, di seguire il Tao. In questo, la cybercezione non è tanto una nuova facoltà quanto piuttosto una facoltà recuperata. È il nostro ritrovare di nuovo noi stessi dopo i guasti e le sconfitte dell’uomo dell’età della ragione, dell’età della certezza, del determinismo e dei valori assoluti. L’età dell’apparenza, il romanticismo del privato, del’individuo solitario – fondamentalmente ansioso, alienato, paranoico. Infatti paranoia, segretezza e dissimulazione sembrano essere state incorporate in tutti gli aspetti del mondo industriale. Nella nostra cultura telematica, anziché la  paranoia celebriamo la Telenoia: aperta, inclusiva, collaborativa, una rete transpersonale di menti e immaginazioni.

La cybercezione definisce un aspetto importante del nuovo essere umano, la cui nascita è ulteriormente accelerata dai nostri progressi nel campo dell’ingegneria genetica e della modellazione post-biologica. L’origine della vita, il concepimento biologico, dovrebbe ora essere chiamato anch’esso cybercezione post-biologica, in quanto la decisione di avviare il processo e la nascita dei bambini si sta spostando dai cosiddetti imperativi ei vincoli della “natura”, alla volontà e il desiderio degli individui in collaborazione con le nuove tecnologie e indipendentemente dalla loro età o prestazioni sessuali. E proprio perché la cybernet è la nostra comunità, vedremo sempre di più la sostituzione del nucleo familiare con la famiglia non-lineare. La cultura telematica può riconsegnare ai rapporti umani ciò che la società industriale aveva efficacemente debellato. Prendete la vita sulle strade. Mi riferisco a quelle strade appena fuori dalla superstrada. Nulla è più umano, caldo e conviviale di un gruppo di ragazzini fuori dalla rete Internet. Come la realtà virtuale in rete trasporta la nostra telepresenza e ci dà gli strumenti per riconfigurare la nostra identità, la vita sociale sta diventando non solo più complessa ma più fantasiosa. Come da lungo tempo continuo a dire, c’è amore nell’abbraccio telematico.

Il nostro nuovo corpo la nostra nuova coscienza partoriranno un ambiente completamente nuovo, un ambiente intelligente che ricambia il nostro sguardo, che guarda, ascolta e reagisce a noi, tanto quanto facciamo noi con esso: edifici intelligenti e strumenti che ascoltano ogni nostra mossa, partecipano a ogni nostra parola. Non stiamo parlando di semplici comandi vocali a qualche grossolana interfaccia da computer, stiamo parlando di anticipazione da parte del nostro ambiente costruito, basata sul nostro comportamento, con conseguenti sottili trasformazioni della messinscena. Proprio come noi cyborg vediamo, sentiamo, avvertiamo in modi sconosciuti all’uomo biologico (anche se i suoi miti e riti hanno sempre espresso il suo desiderio per la propria trasformazione), viviamo in un ambiente che sempre più ci vede, sente e percepisce. C’è una implicazione di comunità in tutto questo per noi. La cybercezione ci spinge ad una ridefinizione del nostro modo di vivere insieme e del luogo dove viviamo insieme. In questo processo dobbiamo cominciare a rivalutare la matrice materiale e culturale della società, uno strumento che abbiamo per così tanto tempo dato per scontato: la città.

Architettura

Il problema con l’architettura occidentale è che è troppo interessata a superfici e strutture e troppo poco ai sistemi viventi. Non c’è biologia del costruire, solo fisica dello spazio. Quello che potremmo chiamare il look “edificiale” è tutto. La città è vista come un campo di battaglia in cui questo o quel genere di architettura o di impulso idiomatico combatte per sopravvivere. E ‘una questione di inerzia relativa. I classicisti che vorrebbero proteggere l’inerzia totale, politica e culturale, di un passato stilistico, i modernisti che proteggono l’inerzia privilegiata di un presente stilizzato. Nessuno è interessato a un cambiamento radicale, o a indizi sul futuro. Immagini edificiali, superfici esteriori definiscono la città contemporanea. Ma per i suoi utenti quotidiani, una città non è solo una facciata piacevole. È una zona di negoziazione composta da una moltitudine di reti e sistemi. Quel che serve sono progettisti di spazi di questo tipo, che possano procurare forme di accesso che non siano solo dirette e trasparenti ma che arricchiscano gli affari e le transazioni quotidiane della città. Il linguaggio dell’accesso a questi processi di comunicazione, produzione e trasformazione ha più a che fare con le interfacce di sistema e i nodi di rete che col tradizionale discorso architettonico. E, senza la comprensione fondamentale, da parte di progettisti e designer, della facoltà umana di cybercezione e delle sue implicazioni nel comportamento transazionale, le città rimarranno aridi e inospitali tratti di vetro e cemento modernisti o follie del cattivo gusto postmodernista che generalmente siamo costretti a sopportare. Abbiamo bisogno di riconcettualizzare la strategia urbana, ripensare l’architettura, abbiamo bisogno di far nascere l’idea delle zone di trasformazione per accogliere le tecnologie transpersonali che stanno plasmando la nostra cultura globale.

Le città sostengono e incarnano le interazioni delle persone, le arti aggiungono valore a tale scambio. Oggi sono prevalentemente i sistemi elettronici che facilitano la nostra interazione e connettività, e l’arte di oggi si basa su tali sistemi. Le città possono essere dinamiche, zone di trasformazione in continua evoluzione, così come la stessa arte interattiva parla di trasformazione e di cambiamento. E proprio come le città possono offrire una gratificante complessità di edifici e strade da navigare, portando a sorprese, piaceri, misteri, bellezza, e parlano, nella migliore delle ipotesi, dei sogni dell’uomo e della realizzazione umana, così l’arte interattiva ti spinge a navigare le sue numerose realtà multistrato e multimediali. Ti invita ad immergerti nel suo cyberspazio, per arrivare on-line alle sue reti globali. Se è con le recenti innovazioni nell’arte e nella scienza che ci siamo resi conto della cybercezione, sarà la cybercezione portata al livello di pianificazione urbanistica e architettura, che ci condurrà alla città del 21esimo secolo. Come è già stato sostenuto in questa rivista, l’arte non è più questione di apparenza, e certamente non di rappresentazione, ma si occupa di apparizione, la venuta-in-essere di ciò che non è mai stato visto o sentito o vissuto.

Le città che non sono altro che un insieme di rappresentazioni funzionano male. Le loro costruzioni possono dire “ospedale”, “scuola”, “biblioteca”, ma a finché non articolano questi significati all’interno di integrati sistemi cibernetici, restano tra i denti. E troppi edifici restano tra i denti. I loro monumenti, a meno che per invitare la ricreazione del passato per mezzo dei media interattivi, non sono altro che i testimoni inerti della duplicazione della storia ufficiale.
Le città funzionano meglio quando sono costruite in modo da dare ai loro cittadini la possibilità di trovare soddisfazione. Tali aspirazioni urbane chiedono a gran voce il sostegno di un’arte che sia meno interessata alla rappresentazione e all’espressione e più alla costruzione radicale e alla realizzazione fantasiosa. Questa è l’arte che attualmente emerge dalla fusione di comunicazione e nuovi media informatici. Esso si basa sulla complessità e la diversità dei sogni e desideri che il nostro mondo multi-culturale e multimediale porta avanti. Proprio come la chiamiamo questa arte interattiva, arricchendo l’ambiente che deve diventare la nostra città dovrebbe essere basata sugli stessi principi di interazione e connettività.

La città nel 21esimo secolo deve essere perspicace, orientata ai futuri, deve lavorare all’estremità più avanzata della cultura contemporanea, come agente di prosperità culturale, come possibile causa di innovazione redditizia, piuttosto che come un semplice effetto dell’arte e dei prodotti di un tempo precedente. Dovrebbe essere un banco di prova per tutto ciò che è nuovo, non solo nelle arti, ma nel divertimento, nel tempo libero, nell’istruzione, nel lavoro, nella ricerca e nella produzione.
Una città dovrebbe offrire ai propri cittadini la possibilità di condividere, collaborare e partecipare ai processi di evoluzione culturale. Le sue molte comunità devono portare interesse nel suo futuro. Per questo motivo, deve essere trasparente nelle sue strutture, nei suoi obiettivi, e nei suoi sistemi di funzionamento a tutti i livelli. Le sue infrastrutture, come la sua architettura, devono essere sia “intelligenti” che comprensibili al pubblico e comprendere sistemi che reagiscono a noi tanto quanto noi interagiamo con loro. Il principio di un feedback rapido ed efficace a tutti i livelli dovrebbe essere al centro dello sviluppo della città. Ciò significa i canali di dati ad alta velocità che percorrono trasversalmente tutti gli angoli della complessità urbana. Il feedback non deve solo funzionare, ma deve mostrarsi funzionante. Questo è parlare di cybercezione come cosa fondamentale per la qualità della vita in una sofisticata società tecnologia e post-biologica.

Proprio come gli architetti devono dimenticare le loro scatole di cemento e decorazioni in stile Disneyland, e partecipare alla progettazione di tutto ciò che è invisibile e immateriale in una città, così devono capire che la pianificazione deve essere sviluppata in una matrice evolutiva spazio-tempo che non è semplicemente tridimensionale o limitata ad una mappatura continua di edifici, strade e monumenti. Invece la pianificazione e la progettazione devono applicare la connettività e l’interazione a quattro zone ben diverse: il sotterraneo, il livello della strada, il cielo/mare, e il cyberspazio. Invece dei discorsi del pianificatore su strade, vicoli, strade e viali, abbiamo bisogno di pensare a cunicoli spazio-temporali – per prendere in prestito un termine dalla fisica quantistica – creare tunnel tra realtà distinte, reali e virtuali, a diversi livelli, attraverso molti strati. Allo stesso modo i paradigmi e le scoperte della scienza della vita artificiale devono essere messi in gioco. Il nuovo compito dell’architetto è quello di fondere insieme le strutture materiali e gli organismi cybernetici in un nuovo continuum. L’architettura è la vera prova della nostra capacità di integrare in strutture e zone umanamente arricchenti le potenzialità del mondo materiale, la nuova coscienza, e le realtà virtuali. In questa impresa molte idee tradizionali devono essere abbandonate, idee le cui instabilità è sempre stata implicita nel dicotomie con cui venivano espresse: urbano/rurale, paese/città, artificiale/naturale, giorno/notte, lavoro/gioco, locale/globale. I confini di queste idee si sono spostati o completamente erosi.

La città come un amalgama di interfacce di sistemi e nodi di comunicazione è probabilmente molto più di supporto ad una vita creativa e alle soddisfazioni personali rispetto alle conurbazioni dell’era industriale, concepite grossolanamente e realizzate rigidamente. Al posto della loro materialità densa e intrattabile, possiamo aspettarci la fluidità ambientale di percorsi più veloci della luce, superfici e strutture intelligenti e abitazioni trasformabili. La fine della rappresentazione è vicina! La semiologia sta cessando di sostenere le nostre strutture. Gli edifici si comporteranno in modo coerente con la loro funzione annunciate, invece di raccontare il loro ruolo attraverso l’implicazione semiologica. L’aspetto sta cedendo il passo all’apparizione in arte, e le nozioni di dispiegamento, trasformazione e venuta-in-essere stanno pervadendo la nostra cultura. Sarà solo con la consapevolezza che gli edifici devono essere piantati e ‘cresciuti’ l’architettura si svilupperà. È necessaria una cultura da growbag, in cui la semina sostituisce la progettazione. La pratica dell’architettura deve trovare le sue metafore guida nell’orticoltura, piuttosto che nella guerra. In definitiva si può forse parlare di impollinazione e di innesto.

Gli edifici, come le città, dovrebbero crescere. Ma senza cybercezione, l’architetto e urbanista tradizionali non hanno la minima idea di ciò che stiamo proponendo. Accorgersi che la tecnologia cambia, che i metodi di costruzione, le economie, e i sistemi di pianificazione cambiano, ma non riuscire a riconoscere che anche gli esseri umani stanno cambiando radicalmente, è un grave errore. Forse lezioni di coscienza e giardinaggio dovrebbe sostituire lo studio degli ordini classici e i canoni storici di stile e di genere che vanificano l’educazione architettonica!

Dov’ è un edificio, o tanto meno una città, che supporta una cybercultura, che vede la cybercezione come centrale per il senso e la sensibilità dell’uomo? Dov’ è uno spazio urbano in cui si può pienamente celebrare la “Telenoia”? Dov’è una scuola di architettura, che è come insieme, un corpo unito, determinato a creare le condizioni per la corretta evoluzione di una vera città del 21esimo secolo? Dove, nell’architettura e nella pianificazione, la connettività e l’interazione vengono presi come principi primari del processo di progettazione? Il dibattito in architettura non dovrebbe essere una questione di esclusione. Classico o moderno, nuovo o vecchio, idealistico o pragmatico, funzionale o frivolo. Tra idealismo e pragmatismo, tra concezione del desiderato e percezione del possibile, si trovano le iniziative evolutive della cybercezione.
Come un programma HyperCard frustrato potrebbe dire, “Dov’è Casa?” Dove vivranno i cibernauti del nuovo millennio? Di che natura è la comunità e la convivenza in una cultura telematica? Come si soddisferà la transitorietà cyberspaziale? Dove sono le zone che possiamo cybercepire come belle e appaganti? Abitiamo forme materiali con dimensioni psichiche fissate nei confini senza limiti del cyberspazio. Siamo in rete con l’universo, i nostri sistemi nervosi stanno inondando il cosmo. Navigheremo dentro e fuori dallo spazio. Non abbiamo bisogno di edifici tanto quanto noi stessi abbiamo bisogno di essere costruiti, o ricostruiti dalle fondamenta genetiche che stiamo rapidamente ri-valutando e che potremmo presto ristrutturare.

Forse la sfida più radicale alle vecchie idee dell’architettura deriva dalle conseguenze della telepresenza, del sé diffuso. Quando la stessa identità umana è in fase di trasformazione, lo spirito di collaborazione e di collegamento stanno sostituendo la mente unitaria e la coscienza solitaria del vecchio ordine del pensiero occidentale, l’architettura deve guardare a nuove strategie, se vuole portare idee utili sulla vita e interagire nel mondo. La telepresenza è il territorio del sé distribuito, degli incontri a distanza nel cyberspazio, della vita online. La telepresenza significa interazione globale istantanea con un migliaio di comunità, essere in una qualsiasi di esse, o in tutte, praticamente nello stesso momento. La telepresenza definisce la nuova identità umana forse più di ogni altro aspetto del repertorio della cybercultura.

L’architettura contemporanea e lo shopping sono diventati più o meno la stessa cosa. L’architettura, dopo aver voltato le spalle alla necessità di dare risposte radicali alle realtà del tele – sé e della presenza distribuita, rappresenta poco più di un mondo di carrelli della spesa e pacchetti inscatolati, che si muove sulle sue ruote intorno alle zone sterili di una cultura da centro commerciale. Ogni edificio è un prodotto imballato e reso attraente, ogni componente ordinato da un catalogo via mail. L’ipocrita codice di buona pratica della costruzione ha preferito mettere la pacificazione della tradizione prima della collaborazione con il futuro. Ma la necessità di un’architettura di interfacce e nodi non svanirà. Vivremo sempre più in due mondi, il reale e il virtuale, e in molte realtà, sia culturali che spirituali, indipendentemente dall’indifferenza degli urbanisti. Questi molti mondi si interconnettono in molti punti. Siamo in continuo movimento tra di loro. Nella zona creativa, la transitorietà e la trasformazione identificano il nostro cammino. Lo hi-tech chic e il bluff del Bauhaus non ingannano la nostra acuta cybercezione. Il cambiamento deve essere radicale. La nuova città, sia nella sua immaterialità visibile che nella sua costruzione invisibile, si svilupperà in una realtà feconda solo se si è seminato con l’immaginazione e la visione. Sono gli artisti che possono diventare i seminatori di questi semi, che possono cogliere le occasioni necessarie per consentire le nuove forme e caratteristiche della nuova città da crescere. È la loro cybercezione che li dota della consapevolezza globale e della destrezza concettuale per rivedere, ripensare e ricostruire il nostro mondo.


Vi segnalo l’interessante post di Salvatore D’agostino dal titolo Homophilia e nuovi blog, nel quale anche questo neonato posticino viene citato, essendomi stata posta la domanda delle domande in fatto di blog: perché?
Vi invito a leggerlo non tanto per la risposta che vi ho dato, quanto per la varietà di blog presentati e l’altrettanto varia gamma di motivazioni addotte al suddetto quesito.
Tra l’altro, oltre all’ottima citazione mcluhaniana, vi si pone un’ulteriore domanda alla quale i molti commenti portano risposta ed una serie di ulteriori questioni di interesse.

Buona lettura.

Povero vecchio futuro

19 marzo 2009

Diamo oggi inizio effettivo alla serie delle Strategies against architecture, post che, come scritto nell’ultimo, vogliono essere dedicati ad un’analisi critica del carattere deteriore della grande informazione che i media (più o meno) generalisti fanno in fatto di architettura ed ad una sorta di scioglimento in prima battuta di certi stereotipi ricorrenti che deformano in materia l’opinione comune.

Benché l’argomento sia ahimè vastissimo, da una parte bisogna pur cominciare e nella fattispecie lo faremo commentando una recente puntata de Le storie – diario italiano, bel programma culturale condotto da Corrado Augias in onda dal lunedì al venerdì su Rai3 dalle 12.45 circa.

In particolare, nella puntata del 6 marzo, il padrone di casa ha incontrato Vittorio Gregotti che, non pago di una ospitata a PassepARTout di qualche settimana prima, ha avuto la possibilità di presentare il suo ultimo Contro la fine dell’architettura, appunto, anche in casa Augias. Per capire di cosa parleremo, consiglio vivamente di dedicare una ventina di minuti alla visione della trasmissione, che mamma Rai rende disponibile cliccando qui (mi si perdonerà per il rimando, ma purtroppo l’embedding non è possibile da Rai.tv).

Per prima cosa, direi – tentando di sedare spontanei moti di irritazione che si generano in me all’udire simili commenti –, cominciare una trasmissione di carattere divulgativo con un attacco praticamente indiscriminato ai (presunti) peccati di una (presunta!) architettura contemporanea non è propriamente motivo di vanto da parte di un professionista con esperienza vastissima anche nel campo dello studio della storia della disciplina. Questa considerazione valga come un cappello che credo sarebbe d’uopo far indossare a qualsiasi speculazione di tipo paternalistico, ovverosia di qualsiasi riflessione tenuta in forma di lezione e rivolta quindi ad una platea di ascoltatori ritenuti per lo più ignoranti sull’intero ambito della medesima. L’utilizzo di una tale tecnica, infatti, non può che creare facile gioco al relatore privo di un contraddittorio alla pari (non se la prenda il buon Augias, persona assai colta ma non certo uno studioso di architettura), relatore per di più coinvolto nel conflitto di interessi di chi pubblicizza implicitamente il proprio lavoro già con la propria sola presenza; demolendo poi le intenzioni altrui, anche gli ultimi ostacoli all’affermazione della propria (ancora presunta!) superiorità intellettuale sono facilmente rimossi.

Questo tanto per speculare sul metodo; ma per entrare invece nel merito, giudico un colpo a vuoto anche l’arringa di Gregotti per bocca di Augias fatta per colpire il facile bersaglio David Fischer sul suo famoso grattacielo rotante. Le argomentazioni sono, per usare un eufemismo, decisamente carenti d’arguzia: il grattacielo è «una vera sciocchezza» ed «uno spreco insultante» (perché, se è tecnologicamente sensato al punto di risultare autosufficiente per il verso energetico? perché, se interpreta in modo formalmente assai semplice l’anelito non nuovo dell’architettura al movimento?); il grattacielo è grande – e giù a far propria la Bigness di Koolhas che però ne scriveva con tutt’altro intento la bellezza di quindici anni fa – e il grande è male, il che è senz’altro un’osservazione di indubbia freschezza; il grattacielo è «bizzarro», appellativo poco più che risorgimentale la cui opportunità è messa in dubbio dalle stesse argomentazioni degli stessi Gregotti (riguardo l’esistenza della Villa Girasole di Marcellise dal 1929) e Augias (che giustamente ricorda Brunelleschi).

E poi, l’apoteosi del deperimento critico. S’invertono le parti: Gregotti prende giustissimamente le difese della teoria dell’architettura ed accusa, forse ancora a ragione (ma qui ci sarebbe da discutere assai a lungo) lo scarso uso dello studio teorico alle spalle di tanta progettazione contemporanea; al che Augias si rifugia da buon (!) profano nel sillogismo bestiale: Le Corbusier ha fatto delle case dove non andrei mai ad abitare / Le Corbusier era «uno che teorizzava molto» / la teoria dà origine a mostri.

E si riduce così ancora una volta un tentativo di dibattito “colto” sull’architettura all’autodifesa del progettista dello Zen, alle accuse alla politica, alla descrizione dell’architetto come colui che fa le case belle ma scomode e in sostanza al solito nulla storico, artistico, estetico, filosofico, poetico e sociologico che è l’unico quadro che sono in grado di fare dello stato della prima arte tutti questi studiosi della domenica che s’improvvisano, ogni volta, nel riassumere le questioni d’architettura da Brunelleschi alla Fiera di Milano in quindici minuti.

Nessuna meraviglia che gli ascoltatori, vedendo intitolare queste aberrazioni “progettando il futuro”, cerchino mesta pace nel consueto anacronismo eclettico di ritorno.

L’architettura contemporanea raccontata per negazioni

Apro oggi questa nuova serie di post che saranno costruiti con l’intento di denunciare apertamente il malcostume, ahimè largamente diffuso in Italia, per il quale l’informazione di massa che si fa su certi temi architettonici di largo interesse viene affidata in genere a personaggi scarsissimamente competenti nella materia, che per di più vengono fatti portavoce di posizioni di assoluta retroguardia, quasi sempre indegne anche semplicemente sotto un profilo puramente storico.

Il problema è particolarmente virulento, peraltro, perché contemporaneo ad una crisi profondissima dell’editoria di settore, che non riesce, da alcuni anni a questa parte, a costituire una controparte di sufficiente autorevolezza e comunicatività da superare lo strapotere mediatico che influenza l’opinione pubblica attraverso il mezzo televisivo.
In molti si sono pronunciati, negli ultimi tempi, sulla nube che sembra coprire, tra le tante, due storiche testate come Casabella e Domus, nelle ultime edizioni rispettivamente dirette da Francesco dal Co e Flavio Albanese. Se la prima, infatti, da tempo raramente riesce a produrre numeri che consistano in qualcosa di meglio di una carrellata di progetti appartenenti a più o meno noti studi internazionali, la seconda si attesta in genere su posizioni tendenzialmente modaiole più vicine all’arte applicata; entrambe però soffrono della stessa incapacità di realizzare articoli di respiro storico, di effettiva attualità, di grande rilievo: in una parola, realmente memorabili.

Ed è, appunto, questa sostanziale incapacità di interpretare profondamente i grandi cambiamenti in atto nella società e quindi nell’urbanistica e nell’architettura a conferire nelle mani di personaggi di dubbie capacità il ruolo di educatori del popolo riguardo alle stesse materie. Ecco quindi che, se è vero che dobbiamo indignarci, non possiamo però meravigliarci di trovare tanto Sgarbi quanto Grillo alle prese con quella che, consapevolmente o meno, è una sistematica strategia di sabotaggio del progresso storico evolutivo dell’architettura. Non hanno avversari. [Ahi serva Italia (mi riesce spontaneo osservare), quanto questa situazione ricorda la malattia democratica di cui soffre il paese! La destra populista si riconosce perfettamente nella continua proposizione di modelli antiquati che trovano facilissimo consenso negli impreparati, mentre l’editoria, che parte ha? Quella della sinistra che perde posto in parlamento per essere rimasta lontana dal reale troppo a lungo? O forse quella di un’opposizione impreparata a sua volta, timorosa, silenziosa, vagamente connivente?]

Mi si potrà obiettare che la televisione non è nata per essere e non è negli effetti mai stata fonte di approfondimenti di alto livello in alcun ambito od argomento, e che quindi è sciocco se non illecito richiedere che questo avvenga in ambito architettonico proprio quando la crisi è più profonda perché deriva dall’interno stesso della materia. Vero. Ma è vero pure che non si dà reale informazione se l’informazione, per quanto superficiale, non è per lo meno equidistante. Per questo motivo, dal mio piccolo, proporrò con questi nuovi post una voce contraria. Un motivo, se non altro, per pensare che quel che è stato appena detto in tivvù potrebbe anche non essere vero.

Non si può negare che la Biennale di Venezia sia l’evento mondano dell’architettura per eccellenza, nel nostro paese. E che quindi chiunque sia per qualche motivo addentro al settore, per non sentirsene escluso, debba senz’altro buttar giù due righe sull’argomento, esprimersi in proposito.
Ma il fatto di doversi, tutti, necessariamente, esprimere sulla Biennale costituisce una delle ripercussioni mediatiche più deleterie in campo architettonico, tant’è che ciò cui si assiste ogni due anni in Italia è null’altro che una sorta di toto-giudizi, quanto più possibile sbrigativi e facilmente comprensibili dal grande pubblico, sulla manifestazione veneziana. Caratteristica del fastidioso fenomeno, peraltro, ne è quella certa trasversalità che riesce a mettere le stesse parole in bocca al piccolo critico dell’architettura dello scarso quotidiano regionale del Sud e, tanto per dirne una, a Philippe Daverio. Curiosissimo personaggio, Philippe Daverio. Una simpatia intrinseca unita ad un irresistibile gusto per lo scherzo verbale eclettico e provocatorio, entrambi però di quando in quando diluiti in un più basso vezzo dello slogan e in una generale reticenza all’accogliere alcune istanze della contemporaneità, soprattutto in architettura. Ed è questo il caso della puntata di PassepARTout di domenica scorsa, che vi consiglio di vedere come contrappunto (meglio se a posteriori) di ciò che leggerete, a voi piacendo, nel seguito di questo post.

Ma, fatta questa breve parentesi polemica sull’urgenza comunicativa che pare prenda tutti a proposito della Biennale, non intendo in alcun modo chiamarmene fuori e dunque affronto anch’io l’argomento in questa sede, con però l’intento preciso di ritrovare, all’interno delle tematiche che affronterò, traccia utile del filo del discorso che mi preme, globalmente, tener vivo con questo blog.

Entriamo dunque nel vivo.

Come tutti sanno, la mostra di quest’anno è stata tenuta da Aaron Betsky, già curatore di altre mostre e in generale critico dell’architettura, con il titolo di Out There: Architecture Beyond Building.
Assai attratta dal tema della mostra, la scorsa primavera mi ero recata a Roma, alla Facoltà di Architettura Valle Giulia, a sentire un discorso introduttivo tenuto dallo stesso Betsky sull’argomento (e, per la verità, anche sul concorso per studenti che come sempre accompagna l’iniziativa, nella speranza poi rivelatasi vana di potervi partecipare). Non si può dire che la lecture (perché di ciò si trattò) fosse esente da una certa retorica costruita a forza di slogan pubblicitari; tuttavia, l’impatto su di me fu globalmente convincente. Una sensata serie di considerazioni erano state portate avanti dall’architetto sull’indefinitezza che caratterizza la città contemporanea, sulla funzione regolatrice del segno al di là della questione volumica, sull’avvicinamento asintotico dell’oggetto architettonico al fatto naturale, sull’architettura considerata «a gathering together of what already exists», sulla funzione didattica dell’arte in quanto a nuovi approcci allo spazio, sulla fotografia vera scopritrice dell’architettura e su quest’ultima come fattore «uncovering, figuring out, revealing» dell’universo mondo, e via dicendo. In poche parole, una summa (ponderatamente) poetica delle questioni principali della scena contemporanea.

Ma quanto di queste buone intenzioni Betsky sia stato in grado di portare alla mostra è quanto mi appresto a discutere, e un buon modo per farlo mi sembra quello di esaminare i manifesti presentati all’Arsenale da una serie di studi di architettura di risonanza internazionale.

In generale, il ricorso a questo metodo comunicativo si presta a molteplici interpretazioni. In effetti, si potrebbe dire che serva a far contenti i nostalgici delle avanguardie di primo e secondo Novecento ma che sia una scelta del tutto inattuale per l’effettiva assenza di un vero e proprio Movimento contemporaneo che si sia dato una direzione precisa; ma ugualmente si potrebbe affermare che, proprio per questo motivo, la scelta sia interessante e provocatoria – perché vuole provocare movimento – e che la presentazione di una lunga serie di “manifesti personali” dei singoli gruppi anziché un manifesto unitario stia proprio a testimoniare questo significato. E tuttavia un manifesto iniziale, più che globale, della manifestazione esiste, ed è quello redatto proprio da Betsky.
Un manifesto che mi delude in più punti, se confrontato con quanto avevo ascoltato dalle labbra del curatore una manciata di mesi fa. Condivisibile benché banale l’appunto al fatto che, poiché «gli edifici non sono, per la maggior parte, progettati da architetti», tutto va male nelle nostre città. «Eppure l’architettura è bella». Informazione indispensabile. «Architettura non è sinonimo di edificare. Edificare è edificare. È un verbo».
E qui mi permetto una parentesi di assoluto formalismo linguistico (perdonate, sono feticci di cui non so fare a meno). Sfruttando la puntualizzazione in apparenza puramente glottologica operata da Betsky, conduco la mia breve crociata contro l’utilizzo deviato che si fa comunemente della parola. Per pietà, che si smetta una buona volta di usarla come sinonimo di “opera di architettura”! Come la Vergine delle Rocce non è una pittura di Leonardo da Vinci e Moby Dick non è una letteratura di Herman Melville, il Centre Pompidou non è un’architettura di Piano e Rogers, ma una loro opera, negli effetti un edificio, propriamente un museo, genericamente un lavoro, materialmente un progetto, agli atti una realizzazione, e via discorrendo.
Ma non si giudichi eccessivamente severa la mia precisazione perché, se Betsky si fosse espresso nella stessa maniera, sono certa che avrebbe ricevuto assai meno critiche; e invece, il ricorso ad una distinzione tra architettura e costruzione dichiarata in termini che avrebbero dato motivo di sbadigliare anche a Leon Battista Alberti, unito a poche argomentazioni veramente contemporanee, prelude inesorabilmente ad un explicit disastroso: «Edifici o architettura. Gli edifici possono essere evitati».

E di qui il malcontento generalizzato, che è possibile riassumere in una cieca lapidazione del curatore per quello che non c’è all’interno dell’Arsenale. Cieca e di poco spessore, perché non tiene conto di un fatto basilare, e cioè che l’architettura è proprio null’altro che quello che non c’è (o si tratterebbe di scultura, confusione in cui cade goffamente Gehry nel suo manifesto, come vedremo) e di conseguenza può, deve spingersi anche al di fuori dell’edificazione intesa nella dimensione classica, che ne costituisce solo un ristretto sottoinsieme (benché, è ovvio, non tutta l’edificazione rientri nelle categorie dell’architettura). Mi chiedo quale tipo di esposizione all’Arsenale avrebbe soddisfatto i vari censori del caso: forse una sequela di modelli, come nella mostra del 2004? Nemmeno, perché si delegittima anche la pratica di esporre quanto non sia propriamente realizzato. Allora, forse, una trafila di più convincenti fotografie, magari comprensive di viste di cantiere. È assai curioso, a ben guardare, che dalle stesse voci (ahimè capaci di influenzare grandemente l’opinione pubblica, in particolare quella estranea al settore) arrivi, logorante, l’accusa perenne all’architettura di essere irrispettosa (di cosa, è irrilevante) per ipotesi, proprio in quanto costituzionalmente dominio incontrastato del fatto

Ma torniamo ai manifesti. Diamo una rapida occhiata agli altri, per farci un’idea. Diciamo che si possono approssimativamente dividere in quattro categorie: i passatisti, gli stuzzicanti, i forsennati, gli inutili.

Tra gli autori dei passatisti, certi si riscattano nella corrispondente installazione, come Barkow Leibinger Architects, che fa corrispondere un manifesto per un’architettura concreta alla realizzazione di un interessante giardino sì materiale, fatto di tubi metallici, ma di forma variabile a piacimento dallo spettatore e non privo di qualità estetica; certi altri, invece, come Gehry, si arroccano su descrizioni della professione dell’architetto che potrebbero tranquillamente appartenere al secolo scorso e non riescono ad ottenere risultati migliori nemmeno sul piano dell’installazione, che appare goffa, ridondante e già vista e si fa facilmente superare in quanto a poetica dal banchetto dei carpentieri nascosto subito dietro.


Zaha Hadid e Patrik Schumacher non sono da meno, con un manifesto che, non rendendosi conto della propria inattualità, propone un nuovo “ismo” del tutto privo di contenuti, di cui domani non conserveranno memoria nemmeno loro, accompagnato da una scultura dejà-vu in perfetto stile zahahadidiano, completamente vuota di significato.

Tra i manifesti in qualche modo stuzzicanti mi sento di includere quello di Francesco Delogu, che si conclude con un’accattivante promessa: «Un giorno saremo in grado di costruire strutture sostenute dallo spazio che contengono. In questo modo l’architettura comunicherà con l’ambiente, e non si distinguerà da esso. Allo stesso tempo si avvicinerà all’uomo, ne sarà la massima espressione». Meritevole di nota è poi senz’altro lo scritto di Droog & Kesselskramer, associato ad una delle rappresentazioni di maggior successo dell’intera mostra: “Single Town”. L’allestimento attraente anche per il grande pubblico non cede alla banalità: il manifesto intuisce il concetto importantissimo per il quale quanto più una città si popola di singles, tanto più necessita di interconnessioni multiple e complesse e tanto più l’architetto deve «spingersi oltre l’edificio». Un’interpretazione, tra l’altro, efficace e calzantissima del tema della Biennale di quest’anno.


Alla categoria degli stuzzicanti possono inoltre essere ascritti Guallart Architects, con la loro puntuale descrizione della situazione contemporanea e con la loro proposta di installazione “Hyperabitat. Riprogrammare il mondo” che riassume in scala domestica la necessità di una più stretta rete informativa che colleghi ogni cosa per programmarne, nei limiti del programmabile, il mutamento e il miglioramento;

Coop Himmelb(l)au, che riesumano un’installazione vecchia di quarant’anni ma all’epoca talmente rivoluzionaria da risultare comprensibile soltanto oggi; Philippe Rahm, con la sua “Architettura Meteorologica”, che si preoccupa di creare, più che spazi, temperature e atmosfere, in un interessante collegamento di infinitamente grande, infinitamente piccolo, infinitamente impalpabile e infinitamente complesso (l’installazione è però deludentemente tardo-razionalista); e infine M-A-D, studio del quale fa parte, oltre a Chris Salter, anche quell’Erik Aadigard che nel 2000 aveva scritto assieme a Betsky Architecture Must Burn, libro che contiene già gran parte delle teorie alla base della scelta contenutistica della Biennale (Biennale che quindi, si noti, soffre la presenza di idee che nascono già vecchie di almeno 8 anni).

Meritano quindi la palma di forsennati, cioè di privi di senso alcuno, i documenti di Massimiliano Fuksas (una trafila di sostantivi sintatticamente scollegati nel pallido tentativo di imitare forse una grammatica di gusto joyciano), Nigel Coates (vaneggiamenti intorno alla necessità di introdurre erotismo nella progettazione architettonica), Totan Kuzembaev (un totale di sei periodi il più assennato dei quali afferma: «i pensieri invernali sono molto più preziosi di quelli estivi»), An Te Liu (un totale di otto versi i meno banali dei quali recitano: «Troviamo noiosa l’architettura quando è troppo pratica / e non pratica quando è troppo visionaria»), che però in qualche modo si salva nell’installazione, e David Rockwell with Jones Kroloff (strutturato su continui spazi vuoti da riempire a cura di chi lo ritenga per qualche motivo divertente).

Per quanto riguarda gli inutili, questa dicitura spetta, in misura maggiore o minore, a tutti gli altri manifesti presenti all’Arsenale i quali, per essere incompleti, autoreferenziali, inconcludenti o semplicemente già sentiti, risultano di scarso o di nessun interesse tanto per l’uomo della strada quanto per il teorico dell’architettura. Se alcune installazioni corrispondenti possono considerarsi in qualche maniera degne d’attenzione (come “Furnivehicles” di Atelier Bow Wow), le altre risultano sostanzialmente superflue, quando non dannose (imbarazzante la “Hypnerotosfera” di Nigel Coates).

Come primo post ufficiale, mi sembra doverosa una recensione del libro che, almeno in parte, ha contribuito all’ispirazione del titolo di questo blog.
L’architettura difficile – Filosofia del costruire è l’ultimo libro di Nicola Emery, titolare della cattedra di filosofia ed estetica presso l’Accademia di architettura di Mendrisio, nella Svizzera italiana.
Si tratta di un saggio la cui missione è ben chiara già nella terza di copertina, il cui contenuto riportiamo, per poterne criticare gli intenti e i risultati:

«Oggi l’architettura riscuote un grande successo: più essa si spettacolarizza e più essa viene spettacolarizzata. Ma proprio questo successo potrebbe essere l’indice di una crisi di senso. E una crisi di senso si apre quando una disciplina smarrisce le cause essenziali per cui essa esiste e per cui dovrebbe agire, progettare e costruire.
Guardando una parte certo non minoritaria dell’architettura contemporanea, quella più gettonata sulle riviste di ogni genere, si ha l’impressione che l’architettura si esaurisca in un gioco di forme, rese sempre più insolite e quasi impenetrabili. Se non che tutte queste forme, proprio come quelle della moda, vanno presto incontro a una certa stanchezza e inflazionandosi si svalutano rapidamente. In questa situazione sembra più che opportuna una riflessione filosofica sugli scopi e sull’essenza del costruire. Una riflessione, come quella sviluppata in questo libro, che si confronta in modo serio e rigoroso con il significato attribuito all’architettura in primo luogo da Platone e poi da molli altri pensatori – fra cui Martin Heidegger, Georges Bataille e Jeremy Rifkin – architetti, Bruno Taut, e artisti, in particolare Mondrian, i Situazionisti e Joseph Beuys. Ne risulta una sorta di mappa filosofica, necessaria oltre che per capire e criticare I’attualità, anche per cercare risposte progettuali migliori, provviste di senso e valore non effimero. L’anziano Platone, per chi smarriva lo scopo di preservare la salute dell’intero territorio e rincorreva esclusivamente l’interesse disciplinare privato, invocava il controllo e la censura e talvolta finanche “le bastonate” … Probabilmente esagerava, ma oggi bisognerebbe cominciare a far riscoprire in primo luogo le virtù dell’autocontrollo creativo, in vista di una decolonizzazione dello spazio.
La libera ricerca estetica dovrebbe insomma andare di pari passo con la cura tesa a risolvere in maniera socialmente ed ecologicamente sostenibile l’organizzazione dello spazio inteso come fondamentale bene comune

Un progetto senz’altro ambizioso, ma estremamente affascinante ed assai affine al nostro campo di indagine.
Tuttavia, la lettura del saggio ha lasciato in me una serie di perplessità.
Il più grave difetto del libro sta, a mio parere, nella struttura assai frammentaria dell’argomentazione. Il volume è infatti diviso in quattro sezioni apparentemente ed effettivamente del tutto scollegate tra di loro.
Nella prima, intitolata L’architettura della legge: Platone, si ricostruisce un percorso di idee di urbanistica ed architettura all’interno dei libri delle Leggi dell’ateniese; un percorso molto interessante, argomentato magistralmente e non privo di spunti attuali anche a dispetto della sua collocazione storica, intrapreso il quale il lettore si aspetta e trova, a valle delle considerazioni estratte dall’analisi del testo, una disamina organica di certe conclusioni alla luce dell’intento complessivo dell’opera.
Apprese tali conclusioni parziali alla fine della prima parte, ci si tuffa subito nella seconda, alla ricerca di nuove, preziose sfumature del medesimo discorso, magari ricercate in un contesto storico diverso. Ci si trova allora alle prese con la sezione Astrazione e Metropoli: Mondrian, il cui lapidario incipit è: «L’identità di Mondrian è nell’itinerario.». Lapidario nonché alquanto enigmatico per il lettore disorientato che un momento fa era alle prese con Platone, e che non sa che lo aspetta una dissertazione – benché di per sé interessantissima – sulla sola figura del pittore olandese, lunga più di un terzo dell’intero libro. Per quanto la personalità dell’artista sia assolutamente magnetica ed il discorso sulla sua abnegazione calvinista per la ricerca dell’espressione del vero non lasci spazio alla noia, ben pochi sono i riferimenti all’architettura (qualche accenno al De stijl e all’opinione miope che ne aveva Le Corbusier) e ancor più incomprensibili sembrano le motivazioni per le quali una così lunga sezione sia stata dedicata al personaggio all’interno di questo saggio.
Dopo lunghe pagine si passa quindi alla terza parte del libro, dal titolo La decolonizzazione dello spazio. Finalmente Emery coglie nel segno, e la trattazione è veramente utile al lettore. Davvero stuzzicante il primo capitolo, che critica la posizione popperiana del “piecemeal tinkering”, ovvero del processo incrementale, a piccolissimi passi, secondo il quale la città contemporanea sarebbe destinata a svilupparsi per il pensatore austriaco. La necessità di visioni urbane complessive si scontra con l’effettività delle evoluzioni urbane complesse. È ancora lecito pensare il piano come progetto d’insieme, o è un anacronismo preindustriale?
Il resto della sezione è ugualmente pregno di punti di vista di grande interesse. Vengono a galla le questioni dello sviluppo sostenibile viste da Heidegger, Rifkin, Bataille, Beuys, Debord, proprio come annuncia la terza di copertina e proprio come il lettore affamato si aspetta. È un vero peccato che solo sessanta pagine siano state dedicate in totale a questa argomentazione, che da sola avrebbe potuto (dovuto?) costituire il baricentro di tutta la costruzione dell’opera.
Infine, l’ultima breve sezione riprende alcune posizioni platoniche, ma assai più volatili, e conclude il saggio con una affascinante “postilla” su Bruno Taut che aggiunge al progetto visionarietà, ma forse non nuovo significato.
Nel complesso, come ho detto, l’opera è interessante anche solo per l’anelito ambizioso che si era proposta inizialmente; come però spesso accade, si tratta probabilmente di un collage a posteriori di studi personali del professor Emery, il quale possiede senz’altro una visione complessa e ricca delle problematiche che presenta, oltre ad un’ottima penna, ma che in questo caso manca forse di volontà nel rendere più chiare le relazioni, a lui palesi, tra le interessanti ricerche svolte in così distanti ambiti del sapere.
Questa recensione amarognola non offenda il professore, la cui opera, come ho detto, ha molto ispirato la sottoscritta nell’apertura di questo blog, e che anzi, è senz’altro invitato ad un confronto sull’argomento in questa sede. Sarebbe un dibattito apprezzatissimo: spero davvero che l’invito venga colto. Senza rancore!

Un nido di nodi

20 ottobre 2008

Benvenuti.

Questo sul quale vi trovate, che ci siate finiti di proposito o meno, è un nuovo sito messo in piedi col preciso proposito di creare una rete di conoscenza e dibattito sull’architettura, i cui nodi si tenterà di sciogliere e cui destini si tenterà di prefigurare sulla base di indagini sul contemporaneo e su una quantità di altri argomenti. Per sapere di più sugli intenti di questa complessa impresa, date uno sguardo alla sezione Di che si tratta: per quanto sufficientemente confusa per potersi dire attuale, potrà darvi un’idea di cosa potete aspettarvi da questo web journal.

Ora, qualche piccolo chiarimento sulla struttura. Come potete vedere, nonostante questo post sia introduttivo, alcuni altri articoli sono stati già postati: si tratta di alcuni scritti trasferiti qui dal mio blog personale, sul quale ho scritto anche di architettura (ma in modo generico) fino ad oggi. Per così dire, dunque, la reale attività de Il nido e la tela di ragno inizia solo adesso.

Infine, potete consultare anche una versione di questo sito in lingua inglese.

Spero che gli argomenti che verranno trattati siano di vostro interesse e stimolino dibattiti interessanti e un reciproco scambio di contributi. Costruire una rete stretta come una tela di ragno non è un compito semplice, ma confido nell’apporto di tanti.

Buon viaggio, e teniamoci in contatto!

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