Non si può negare che la Biennale di Venezia sia l’evento mondano dell’architettura per eccellenza, nel nostro paese. E che quindi chiunque sia per qualche motivo addentro al settore, per non sentirsene escluso, debba senz’altro buttar giù due righe sull’argomento, esprimersi in proposito.
Ma il fatto di doversi, tutti, necessariamente, esprimere sulla Biennale costituisce una delle ripercussioni mediatiche più deleterie in campo architettonico, tant’è che ciò cui si assiste ogni due anni in Italia è null’altro che una sorta di toto-giudizi, quanto più possibile sbrigativi e facilmente comprensibili dal grande pubblico, sulla manifestazione veneziana. Caratteristica del fastidioso fenomeno, peraltro, ne è quella certa trasversalità che riesce a mettere le stesse parole in bocca al piccolo critico dell’architettura dello scarso quotidiano regionale del Sud e, tanto per dirne una, a Philippe Daverio. Curiosissimo personaggio, Philippe Daverio. Una simpatia intrinseca unita ad un irresistibile gusto per lo scherzo verbale eclettico e provocatorio, entrambi però di quando in quando diluiti in un più basso vezzo dello slogan e in una generale reticenza all’accogliere alcune istanze della contemporaneità, soprattutto in architettura. Ed è questo il caso della puntata di PassepARTout di domenica scorsa, che vi consiglio di vedere come contrappunto (meglio se a posteriori) di ciò che leggerete, a voi piacendo, nel seguito di questo post.

Ma, fatta questa breve parentesi polemica sull’urgenza comunicativa che pare prenda tutti a proposito della Biennale, non intendo in alcun modo chiamarmene fuori e dunque affronto anch’io l’argomento in questa sede, con però l’intento preciso di ritrovare, all’interno delle tematiche che affronterò, traccia utile del filo del discorso che mi preme, globalmente, tener vivo con questo blog.

Entriamo dunque nel vivo.

Come tutti sanno, la mostra di quest’anno è stata tenuta da Aaron Betsky, già curatore di altre mostre e in generale critico dell’architettura, con il titolo di Out There: Architecture Beyond Building.
Assai attratta dal tema della mostra, la scorsa primavera mi ero recata a Roma, alla Facoltà di Architettura Valle Giulia, a sentire un discorso introduttivo tenuto dallo stesso Betsky sull’argomento (e, per la verità, anche sul concorso per studenti che come sempre accompagna l’iniziativa, nella speranza poi rivelatasi vana di potervi partecipare). Non si può dire che la lecture (perché di ciò si trattò) fosse esente da una certa retorica costruita a forza di slogan pubblicitari; tuttavia, l’impatto su di me fu globalmente convincente. Una sensata serie di considerazioni erano state portate avanti dall’architetto sull’indefinitezza che caratterizza la città contemporanea, sulla funzione regolatrice del segno al di là della questione volumica, sull’avvicinamento asintotico dell’oggetto architettonico al fatto naturale, sull’architettura considerata «a gathering together of what already exists», sulla funzione didattica dell’arte in quanto a nuovi approcci allo spazio, sulla fotografia vera scopritrice dell’architettura e su quest’ultima come fattore «uncovering, figuring out, revealing» dell’universo mondo, e via dicendo. In poche parole, una summa (ponderatamente) poetica delle questioni principali della scena contemporanea.

Ma quanto di queste buone intenzioni Betsky sia stato in grado di portare alla mostra è quanto mi appresto a discutere, e un buon modo per farlo mi sembra quello di esaminare i manifesti presentati all’Arsenale da una serie di studi di architettura di risonanza internazionale.

In generale, il ricorso a questo metodo comunicativo si presta a molteplici interpretazioni. In effetti, si potrebbe dire che serva a far contenti i nostalgici delle avanguardie di primo e secondo Novecento ma che sia una scelta del tutto inattuale per l’effettiva assenza di un vero e proprio Movimento contemporaneo che si sia dato una direzione precisa; ma ugualmente si potrebbe affermare che, proprio per questo motivo, la scelta sia interessante e provocatoria – perché vuole provocare movimento – e che la presentazione di una lunga serie di “manifesti personali” dei singoli gruppi anziché un manifesto unitario stia proprio a testimoniare questo significato. E tuttavia un manifesto iniziale, più che globale, della manifestazione esiste, ed è quello redatto proprio da Betsky.
Un manifesto che mi delude in più punti, se confrontato con quanto avevo ascoltato dalle labbra del curatore una manciata di mesi fa. Condivisibile benché banale l’appunto al fatto che, poiché «gli edifici non sono, per la maggior parte, progettati da architetti», tutto va male nelle nostre città. «Eppure l’architettura è bella». Informazione indispensabile. «Architettura non è sinonimo di edificare. Edificare è edificare. È un verbo».
E qui mi permetto una parentesi di assoluto formalismo linguistico (perdonate, sono feticci di cui non so fare a meno). Sfruttando la puntualizzazione in apparenza puramente glottologica operata da Betsky, conduco la mia breve crociata contro l’utilizzo deviato che si fa comunemente della parola. Per pietà, che si smetta una buona volta di usarla come sinonimo di “opera di architettura”! Come la Vergine delle Rocce non è una pittura di Leonardo da Vinci e Moby Dick non è una letteratura di Herman Melville, il Centre Pompidou non è un’architettura di Piano e Rogers, ma una loro opera, negli effetti un edificio, propriamente un museo, genericamente un lavoro, materialmente un progetto, agli atti una realizzazione, e via discorrendo.
Ma non si giudichi eccessivamente severa la mia precisazione perché, se Betsky si fosse espresso nella stessa maniera, sono certa che avrebbe ricevuto assai meno critiche; e invece, il ricorso ad una distinzione tra architettura e costruzione dichiarata in termini che avrebbero dato motivo di sbadigliare anche a Leon Battista Alberti, unito a poche argomentazioni veramente contemporanee, prelude inesorabilmente ad un explicit disastroso: «Edifici o architettura. Gli edifici possono essere evitati».

E di qui il malcontento generalizzato, che è possibile riassumere in una cieca lapidazione del curatore per quello che non c’è all’interno dell’Arsenale. Cieca e di poco spessore, perché non tiene conto di un fatto basilare, e cioè che l’architettura è proprio null’altro che quello che non c’è (o si tratterebbe di scultura, confusione in cui cade goffamente Gehry nel suo manifesto, come vedremo) e di conseguenza può, deve spingersi anche al di fuori dell’edificazione intesa nella dimensione classica, che ne costituisce solo un ristretto sottoinsieme (benché, è ovvio, non tutta l’edificazione rientri nelle categorie dell’architettura). Mi chiedo quale tipo di esposizione all’Arsenale avrebbe soddisfatto i vari censori del caso: forse una sequela di modelli, come nella mostra del 2004? Nemmeno, perché si delegittima anche la pratica di esporre quanto non sia propriamente realizzato. Allora, forse, una trafila di più convincenti fotografie, magari comprensive di viste di cantiere. È assai curioso, a ben guardare, che dalle stesse voci (ahimè capaci di influenzare grandemente l’opinione pubblica, in particolare quella estranea al settore) arrivi, logorante, l’accusa perenne all’architettura di essere irrispettosa (di cosa, è irrilevante) per ipotesi, proprio in quanto costituzionalmente dominio incontrastato del fatto

Ma torniamo ai manifesti. Diamo una rapida occhiata agli altri, per farci un’idea. Diciamo che si possono approssimativamente dividere in quattro categorie: i passatisti, gli stuzzicanti, i forsennati, gli inutili.

Tra gli autori dei passatisti, certi si riscattano nella corrispondente installazione, come Barkow Leibinger Architects, che fa corrispondere un manifesto per un’architettura concreta alla realizzazione di un interessante giardino sì materiale, fatto di tubi metallici, ma di forma variabile a piacimento dallo spettatore e non privo di qualità estetica; certi altri, invece, come Gehry, si arroccano su descrizioni della professione dell’architetto che potrebbero tranquillamente appartenere al secolo scorso e non riescono ad ottenere risultati migliori nemmeno sul piano dell’installazione, che appare goffa, ridondante e già vista e si fa facilmente superare in quanto a poetica dal banchetto dei carpentieri nascosto subito dietro.


Zaha Hadid e Patrik Schumacher non sono da meno, con un manifesto che, non rendendosi conto della propria inattualità, propone un nuovo “ismo” del tutto privo di contenuti, di cui domani non conserveranno memoria nemmeno loro, accompagnato da una scultura dejà-vu in perfetto stile zahahadidiano, completamente vuota di significato.

Tra i manifesti in qualche modo stuzzicanti mi sento di includere quello di Francesco Delogu, che si conclude con un’accattivante promessa: «Un giorno saremo in grado di costruire strutture sostenute dallo spazio che contengono. In questo modo l’architettura comunicherà con l’ambiente, e non si distinguerà da esso. Allo stesso tempo si avvicinerà all’uomo, ne sarà la massima espressione». Meritevole di nota è poi senz’altro lo scritto di Droog & Kesselskramer, associato ad una delle rappresentazioni di maggior successo dell’intera mostra: “Single Town”. L’allestimento attraente anche per il grande pubblico non cede alla banalità: il manifesto intuisce il concetto importantissimo per il quale quanto più una città si popola di singles, tanto più necessita di interconnessioni multiple e complesse e tanto più l’architetto deve «spingersi oltre l’edificio». Un’interpretazione, tra l’altro, efficace e calzantissima del tema della Biennale di quest’anno.


Alla categoria degli stuzzicanti possono inoltre essere ascritti Guallart Architects, con la loro puntuale descrizione della situazione contemporanea e con la loro proposta di installazione “Hyperabitat. Riprogrammare il mondo” che riassume in scala domestica la necessità di una più stretta rete informativa che colleghi ogni cosa per programmarne, nei limiti del programmabile, il mutamento e il miglioramento;

Coop Himmelb(l)au, che riesumano un’installazione vecchia di quarant’anni ma all’epoca talmente rivoluzionaria da risultare comprensibile soltanto oggi; Philippe Rahm, con la sua “Architettura Meteorologica”, che si preoccupa di creare, più che spazi, temperature e atmosfere, in un interessante collegamento di infinitamente grande, infinitamente piccolo, infinitamente impalpabile e infinitamente complesso (l’installazione è però deludentemente tardo-razionalista); e infine M-A-D, studio del quale fa parte, oltre a Chris Salter, anche quell’Erik Aadigard che nel 2000 aveva scritto assieme a Betsky Architecture Must Burn, libro che contiene già gran parte delle teorie alla base della scelta contenutistica della Biennale (Biennale che quindi, si noti, soffre la presenza di idee che nascono già vecchie di almeno 8 anni).

Meritano quindi la palma di forsennati, cioè di privi di senso alcuno, i documenti di Massimiliano Fuksas (una trafila di sostantivi sintatticamente scollegati nel pallido tentativo di imitare forse una grammatica di gusto joyciano), Nigel Coates (vaneggiamenti intorno alla necessità di introdurre erotismo nella progettazione architettonica), Totan Kuzembaev (un totale di sei periodi il più assennato dei quali afferma: «i pensieri invernali sono molto più preziosi di quelli estivi»), An Te Liu (un totale di otto versi i meno banali dei quali recitano: «Troviamo noiosa l’architettura quando è troppo pratica / e non pratica quando è troppo visionaria»), che però in qualche modo si salva nell’installazione, e David Rockwell with Jones Kroloff (strutturato su continui spazi vuoti da riempire a cura di chi lo ritenga per qualche motivo divertente).

Per quanto riguarda gli inutili, questa dicitura spetta, in misura maggiore o minore, a tutti gli altri manifesti presenti all’Arsenale i quali, per essere incompleti, autoreferenziali, inconcludenti o semplicemente già sentiti, risultano di scarso o di nessun interesse tanto per l’uomo della strada quanto per il teorico dell’architettura. Se alcune installazioni corrispondenti possono considerarsi in qualche maniera degne d’attenzione (come “Furnivehicles” di Atelier Bow Wow), le altre risultano sostanzialmente superflue, quando non dannose (imbarazzante la “Hypnerotosfera” di Nigel Coates).

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