Ultime attività del blog

19 ottobre 2010

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti. È stata un’estate alquanto movimentata.
In primis, il testo Le parole e le case, che trovate nel post qui sotto, è andato in gara alla terza edizione Concorso Giovani Critici, indetto da presS/Tfactory_Associazione Italiana di Architettura e Critica, ed il 27 agosto ha ricevuto a Venezia il secondo premio (qui qualche dettaglio) in un evento collaterale della XII Biennale di Architettura.

Alla premiazione, su richiesta della giuria, è stato portato anche un breve video che, per il notevole impegno apportato a me (voce, testo e disegni) e ai pazientissimi Massimo Lastrucci (fotografia) e Daniele Mantellato (montaggio e aiuto concept), desidero pubblicare qui come testimonianza.
Vi prego in anticipo di perdonare l’insostenibile antipatia del mio timbro vocale, ma non disponevamo di nulla di meglio al momento! Per il resto, naturalmente si tratta di un tentativo di sdrammatizzare un testo teorico non leggerissimo – a cominciare dal calembour foucaultiano del titolo, che è molto piaciuto al professor Prestinenza Puglisi – che altrimenti sarebbe stato difficile riassumere in un video di soli due minuti.

Poi, dobbiamo segnalare ancora due episodi di collaborazione con Salvatore D’Agostino (Wilfing Architettura).
Nel primo, ho avuto occasione di rivolgere una domanda a Luca Molinari, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia di quest’anno. Riporto il botta e risposta:

Rossella Ferorelli: In occasione di una visita al Politecnico di Bari di Boris Podrecca di qualche tempo fa, ricordo di aver riesumato una intervista dell’architetto per Repubblica del maggio 2006 il cui epilogo mi aveva raggelato: «Rispetto ai giovani italiani che vengono nel mio atelier, i coetanei olandesi o svizzeri hanno più verve, ironia e immaginazione. Da voi ci sono tanti professorini, con pochi progetti realizzati ma molte chiacchiere e presenze alle mostre; vivono l’architettura attraverso le riviste, non ne conoscono a fondo le problematiche». Questa l’opinione dell’architetto austriaco, che individuava l’origine del problema «nel fatto d’aver perso due generazioni, dopo il ’68. Avete scritto libri, e sapete tutto sul Palladio o Giulio Romano, ma non come si mette una finestra».
Vorrei dunque proporle una riflessione sull’ambito teorico dell’architettura in generale, ed in particolare in Italia. Come è possibile, infatti, che il problema della generale depressione del settore sia quello individuato da Podrecca, se nemmeno nel campo della ricerca teorica (distinguendo nettamente questo dall’ambito storico) alcunché di memorabile viene effettivamente prodotto nel nostro paese da anni?
Personalmente le propongo, perché la possa mettere in discussione, una lettura del problema che individui un bagliore risolutivo nella necessità di un riaggancio tra vera teoria (cioè teoria “hardware”, delle basi filosofiche, scientifiche e politiche che stanno dietro alla funzione sociale dell’architetto), e progettazione, e vorrei a questo proposito chiederle che funzione possa ancora avere un’istituzione come la Biennale di Venezia nella spinta alla soluzione delle tare architetturali del pianeta Italia. In particolare, come studentessa, le chiedo inoltre di sbilanciarsi in una riflessione sull’ambito accademico e sui rapporti attuali e possibili tra questo e la Biennale nell’ottica di una più continua e costante tensione alla ricerca sul futuro, che non rincorra solo le vetrine dei vari festival che sono in preoccupante via di moltiplicazione.

Luca Molinari: Il problema della produzione teorica nell’ambito dell’architettura contemporanea è serio ma forse dovremmo cambiare prospettiva. Forse non è più tempo di grandi narrazioni teoriche, dei volumi decisivi che spostavano i baricentri tematici, forse il sistema carsico e frammentario dei blogger contemporanei sta modificando il nostro modo di produrre e scambiare teoria in architettura. Insieme credo che la cultura architettonica debba fare uno sforzo diverso, cercare in un mondo che sta cambiando radicalmente e drammaticamente le parole, gli stimoli e le risorse per ridefinire confini disciplinari e elementi per rielaborazioni teoriche. Per quanto riguarda l’università non ho alcun problema a dire che la maggior parte del sistema universitario italiano è inadatto ad affrontare la situazione attuale e soprattutto a portare al suo interno quegli elementi vitali, virali e critici di cui ci sarebbe molto bisogno per combattere un irrigidimento culturale e una sindrome d’accerchiamento che l’università deve abbandonare per non morire.

Per leggere tutte le domande rivolte a Molinari sul blog di Salvatore, cliccate qui.

La seconda collaborazione è stata costituita dalla redazione da parte mia di un breve testo introduttivo all’indagine [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] cui partecipai nell’agosto 2009. Potete trovare qui il testo.

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Povero vecchio futuro

19 marzo 2009

Diamo oggi inizio effettivo alla serie delle Strategies against architecture, post che, come scritto nell’ultimo, vogliono essere dedicati ad un’analisi critica del carattere deteriore della grande informazione che i media (più o meno) generalisti fanno in fatto di architettura ed ad una sorta di scioglimento in prima battuta di certi stereotipi ricorrenti che deformano in materia l’opinione comune.

Benché l’argomento sia ahimè vastissimo, da una parte bisogna pur cominciare e nella fattispecie lo faremo commentando una recente puntata de Le storie – diario italiano, bel programma culturale condotto da Corrado Augias in onda dal lunedì al venerdì su Rai3 dalle 12.45 circa.

In particolare, nella puntata del 6 marzo, il padrone di casa ha incontrato Vittorio Gregotti che, non pago di una ospitata a PassepARTout di qualche settimana prima, ha avuto la possibilità di presentare il suo ultimo Contro la fine dell’architettura, appunto, anche in casa Augias. Per capire di cosa parleremo, consiglio vivamente di dedicare una ventina di minuti alla visione della trasmissione, che mamma Rai rende disponibile cliccando qui (mi si perdonerà per il rimando, ma purtroppo l’embedding non è possibile da Rai.tv).

Per prima cosa, direi – tentando di sedare spontanei moti di irritazione che si generano in me all’udire simili commenti –, cominciare una trasmissione di carattere divulgativo con un attacco praticamente indiscriminato ai (presunti) peccati di una (presunta!) architettura contemporanea non è propriamente motivo di vanto da parte di un professionista con esperienza vastissima anche nel campo dello studio della storia della disciplina. Questa considerazione valga come un cappello che credo sarebbe d’uopo far indossare a qualsiasi speculazione di tipo paternalistico, ovverosia di qualsiasi riflessione tenuta in forma di lezione e rivolta quindi ad una platea di ascoltatori ritenuti per lo più ignoranti sull’intero ambito della medesima. L’utilizzo di una tale tecnica, infatti, non può che creare facile gioco al relatore privo di un contraddittorio alla pari (non se la prenda il buon Augias, persona assai colta ma non certo uno studioso di architettura), relatore per di più coinvolto nel conflitto di interessi di chi pubblicizza implicitamente il proprio lavoro già con la propria sola presenza; demolendo poi le intenzioni altrui, anche gli ultimi ostacoli all’affermazione della propria (ancora presunta!) superiorità intellettuale sono facilmente rimossi.

Questo tanto per speculare sul metodo; ma per entrare invece nel merito, giudico un colpo a vuoto anche l’arringa di Gregotti per bocca di Augias fatta per colpire il facile bersaglio David Fischer sul suo famoso grattacielo rotante. Le argomentazioni sono, per usare un eufemismo, decisamente carenti d’arguzia: il grattacielo è «una vera sciocchezza» ed «uno spreco insultante» (perché, se è tecnologicamente sensato al punto di risultare autosufficiente per il verso energetico? perché, se interpreta in modo formalmente assai semplice l’anelito non nuovo dell’architettura al movimento?); il grattacielo è grande – e giù a far propria la Bigness di Koolhas che però ne scriveva con tutt’altro intento la bellezza di quindici anni fa – e il grande è male, il che è senz’altro un’osservazione di indubbia freschezza; il grattacielo è «bizzarro», appellativo poco più che risorgimentale la cui opportunità è messa in dubbio dalle stesse argomentazioni degli stessi Gregotti (riguardo l’esistenza della Villa Girasole di Marcellise dal 1929) e Augias (che giustamente ricorda Brunelleschi).

E poi, l’apoteosi del deperimento critico. S’invertono le parti: Gregotti prende giustissimamente le difese della teoria dell’architettura ed accusa, forse ancora a ragione (ma qui ci sarebbe da discutere assai a lungo) lo scarso uso dello studio teorico alle spalle di tanta progettazione contemporanea; al che Augias si rifugia da buon (!) profano nel sillogismo bestiale: Le Corbusier ha fatto delle case dove non andrei mai ad abitare / Le Corbusier era «uno che teorizzava molto» / la teoria dà origine a mostri.

E si riduce così ancora una volta un tentativo di dibattito “colto” sull’architettura all’autodifesa del progettista dello Zen, alle accuse alla politica, alla descrizione dell’architetto come colui che fa le case belle ma scomode e in sostanza al solito nulla storico, artistico, estetico, filosofico, poetico e sociologico che è l’unico quadro che sono in grado di fare dello stato della prima arte tutti questi studiosi della domenica che s’improvvisano, ogni volta, nel riassumere le questioni d’architettura da Brunelleschi alla Fiera di Milano in quindici minuti.

Nessuna meraviglia che gli ascoltatori, vedendo intitolare queste aberrazioni “progettando il futuro”, cerchino mesta pace nel consueto anacronismo eclettico di ritorno.

L’architettura contemporanea raccontata per negazioni

Apro oggi questa nuova serie di post che saranno costruiti con l’intento di denunciare apertamente il malcostume, ahimè largamente diffuso in Italia, per il quale l’informazione di massa che si fa su certi temi architettonici di largo interesse viene affidata in genere a personaggi scarsissimamente competenti nella materia, che per di più vengono fatti portavoce di posizioni di assoluta retroguardia, quasi sempre indegne anche semplicemente sotto un profilo puramente storico.

Il problema è particolarmente virulento, peraltro, perché contemporaneo ad una crisi profondissima dell’editoria di settore, che non riesce, da alcuni anni a questa parte, a costituire una controparte di sufficiente autorevolezza e comunicatività da superare lo strapotere mediatico che influenza l’opinione pubblica attraverso il mezzo televisivo.
In molti si sono pronunciati, negli ultimi tempi, sulla nube che sembra coprire, tra le tante, due storiche testate come Casabella e Domus, nelle ultime edizioni rispettivamente dirette da Francesco dal Co e Flavio Albanese. Se la prima, infatti, da tempo raramente riesce a produrre numeri che consistano in qualcosa di meglio di una carrellata di progetti appartenenti a più o meno noti studi internazionali, la seconda si attesta in genere su posizioni tendenzialmente modaiole più vicine all’arte applicata; entrambe però soffrono della stessa incapacità di realizzare articoli di respiro storico, di effettiva attualità, di grande rilievo: in una parola, realmente memorabili.

Ed è, appunto, questa sostanziale incapacità di interpretare profondamente i grandi cambiamenti in atto nella società e quindi nell’urbanistica e nell’architettura a conferire nelle mani di personaggi di dubbie capacità il ruolo di educatori del popolo riguardo alle stesse materie. Ecco quindi che, se è vero che dobbiamo indignarci, non possiamo però meravigliarci di trovare tanto Sgarbi quanto Grillo alle prese con quella che, consapevolmente o meno, è una sistematica strategia di sabotaggio del progresso storico evolutivo dell’architettura. Non hanno avversari. [Ahi serva Italia (mi riesce spontaneo osservare), quanto questa situazione ricorda la malattia democratica di cui soffre il paese! La destra populista si riconosce perfettamente nella continua proposizione di modelli antiquati che trovano facilissimo consenso negli impreparati, mentre l’editoria, che parte ha? Quella della sinistra che perde posto in parlamento per essere rimasta lontana dal reale troppo a lungo? O forse quella di un’opposizione impreparata a sua volta, timorosa, silenziosa, vagamente connivente?]

Mi si potrà obiettare che la televisione non è nata per essere e non è negli effetti mai stata fonte di approfondimenti di alto livello in alcun ambito od argomento, e che quindi è sciocco se non illecito richiedere che questo avvenga in ambito architettonico proprio quando la crisi è più profonda perché deriva dall’interno stesso della materia. Vero. Ma è vero pure che non si dà reale informazione se l’informazione, per quanto superficiale, non è per lo meno equidistante. Per questo motivo, dal mio piccolo, proporrò con questi nuovi post una voce contraria. Un motivo, se non altro, per pensare che quel che è stato appena detto in tivvù potrebbe anche non essere vero.

Non si può negare che la Biennale di Venezia sia l’evento mondano dell’architettura per eccellenza, nel nostro paese. E che quindi chiunque sia per qualche motivo addentro al settore, per non sentirsene escluso, debba senz’altro buttar giù due righe sull’argomento, esprimersi in proposito.
Ma il fatto di doversi, tutti, necessariamente, esprimere sulla Biennale costituisce una delle ripercussioni mediatiche più deleterie in campo architettonico, tant’è che ciò cui si assiste ogni due anni in Italia è null’altro che una sorta di toto-giudizi, quanto più possibile sbrigativi e facilmente comprensibili dal grande pubblico, sulla manifestazione veneziana. Caratteristica del fastidioso fenomeno, peraltro, ne è quella certa trasversalità che riesce a mettere le stesse parole in bocca al piccolo critico dell’architettura dello scarso quotidiano regionale del Sud e, tanto per dirne una, a Philippe Daverio. Curiosissimo personaggio, Philippe Daverio. Una simpatia intrinseca unita ad un irresistibile gusto per lo scherzo verbale eclettico e provocatorio, entrambi però di quando in quando diluiti in un più basso vezzo dello slogan e in una generale reticenza all’accogliere alcune istanze della contemporaneità, soprattutto in architettura. Ed è questo il caso della puntata di PassepARTout di domenica scorsa, che vi consiglio di vedere come contrappunto (meglio se a posteriori) di ciò che leggerete, a voi piacendo, nel seguito di questo post.

Ma, fatta questa breve parentesi polemica sull’urgenza comunicativa che pare prenda tutti a proposito della Biennale, non intendo in alcun modo chiamarmene fuori e dunque affronto anch’io l’argomento in questa sede, con però l’intento preciso di ritrovare, all’interno delle tematiche che affronterò, traccia utile del filo del discorso che mi preme, globalmente, tener vivo con questo blog.

Entriamo dunque nel vivo.

Come tutti sanno, la mostra di quest’anno è stata tenuta da Aaron Betsky, già curatore di altre mostre e in generale critico dell’architettura, con il titolo di Out There: Architecture Beyond Building.
Assai attratta dal tema della mostra, la scorsa primavera mi ero recata a Roma, alla Facoltà di Architettura Valle Giulia, a sentire un discorso introduttivo tenuto dallo stesso Betsky sull’argomento (e, per la verità, anche sul concorso per studenti che come sempre accompagna l’iniziativa, nella speranza poi rivelatasi vana di potervi partecipare). Non si può dire che la lecture (perché di ciò si trattò) fosse esente da una certa retorica costruita a forza di slogan pubblicitari; tuttavia, l’impatto su di me fu globalmente convincente. Una sensata serie di considerazioni erano state portate avanti dall’architetto sull’indefinitezza che caratterizza la città contemporanea, sulla funzione regolatrice del segno al di là della questione volumica, sull’avvicinamento asintotico dell’oggetto architettonico al fatto naturale, sull’architettura considerata «a gathering together of what already exists», sulla funzione didattica dell’arte in quanto a nuovi approcci allo spazio, sulla fotografia vera scopritrice dell’architettura e su quest’ultima come fattore «uncovering, figuring out, revealing» dell’universo mondo, e via dicendo. In poche parole, una summa (ponderatamente) poetica delle questioni principali della scena contemporanea.

Ma quanto di queste buone intenzioni Betsky sia stato in grado di portare alla mostra è quanto mi appresto a discutere, e un buon modo per farlo mi sembra quello di esaminare i manifesti presentati all’Arsenale da una serie di studi di architettura di risonanza internazionale.

In generale, il ricorso a questo metodo comunicativo si presta a molteplici interpretazioni. In effetti, si potrebbe dire che serva a far contenti i nostalgici delle avanguardie di primo e secondo Novecento ma che sia una scelta del tutto inattuale per l’effettiva assenza di un vero e proprio Movimento contemporaneo che si sia dato una direzione precisa; ma ugualmente si potrebbe affermare che, proprio per questo motivo, la scelta sia interessante e provocatoria – perché vuole provocare movimento – e che la presentazione di una lunga serie di “manifesti personali” dei singoli gruppi anziché un manifesto unitario stia proprio a testimoniare questo significato. E tuttavia un manifesto iniziale, più che globale, della manifestazione esiste, ed è quello redatto proprio da Betsky.
Un manifesto che mi delude in più punti, se confrontato con quanto avevo ascoltato dalle labbra del curatore una manciata di mesi fa. Condivisibile benché banale l’appunto al fatto che, poiché «gli edifici non sono, per la maggior parte, progettati da architetti», tutto va male nelle nostre città. «Eppure l’architettura è bella». Informazione indispensabile. «Architettura non è sinonimo di edificare. Edificare è edificare. È un verbo».
E qui mi permetto una parentesi di assoluto formalismo linguistico (perdonate, sono feticci di cui non so fare a meno). Sfruttando la puntualizzazione in apparenza puramente glottologica operata da Betsky, conduco la mia breve crociata contro l’utilizzo deviato che si fa comunemente della parola. Per pietà, che si smetta una buona volta di usarla come sinonimo di “opera di architettura”! Come la Vergine delle Rocce non è una pittura di Leonardo da Vinci e Moby Dick non è una letteratura di Herman Melville, il Centre Pompidou non è un’architettura di Piano e Rogers, ma una loro opera, negli effetti un edificio, propriamente un museo, genericamente un lavoro, materialmente un progetto, agli atti una realizzazione, e via discorrendo.
Ma non si giudichi eccessivamente severa la mia precisazione perché, se Betsky si fosse espresso nella stessa maniera, sono certa che avrebbe ricevuto assai meno critiche; e invece, il ricorso ad una distinzione tra architettura e costruzione dichiarata in termini che avrebbero dato motivo di sbadigliare anche a Leon Battista Alberti, unito a poche argomentazioni veramente contemporanee, prelude inesorabilmente ad un explicit disastroso: «Edifici o architettura. Gli edifici possono essere evitati».

E di qui il malcontento generalizzato, che è possibile riassumere in una cieca lapidazione del curatore per quello che non c’è all’interno dell’Arsenale. Cieca e di poco spessore, perché non tiene conto di un fatto basilare, e cioè che l’architettura è proprio null’altro che quello che non c’è (o si tratterebbe di scultura, confusione in cui cade goffamente Gehry nel suo manifesto, come vedremo) e di conseguenza può, deve spingersi anche al di fuori dell’edificazione intesa nella dimensione classica, che ne costituisce solo un ristretto sottoinsieme (benché, è ovvio, non tutta l’edificazione rientri nelle categorie dell’architettura). Mi chiedo quale tipo di esposizione all’Arsenale avrebbe soddisfatto i vari censori del caso: forse una sequela di modelli, come nella mostra del 2004? Nemmeno, perché si delegittima anche la pratica di esporre quanto non sia propriamente realizzato. Allora, forse, una trafila di più convincenti fotografie, magari comprensive di viste di cantiere. È assai curioso, a ben guardare, che dalle stesse voci (ahimè capaci di influenzare grandemente l’opinione pubblica, in particolare quella estranea al settore) arrivi, logorante, l’accusa perenne all’architettura di essere irrispettosa (di cosa, è irrilevante) per ipotesi, proprio in quanto costituzionalmente dominio incontrastato del fatto

Ma torniamo ai manifesti. Diamo una rapida occhiata agli altri, per farci un’idea. Diciamo che si possono approssimativamente dividere in quattro categorie: i passatisti, gli stuzzicanti, i forsennati, gli inutili.

Tra gli autori dei passatisti, certi si riscattano nella corrispondente installazione, come Barkow Leibinger Architects, che fa corrispondere un manifesto per un’architettura concreta alla realizzazione di un interessante giardino sì materiale, fatto di tubi metallici, ma di forma variabile a piacimento dallo spettatore e non privo di qualità estetica; certi altri, invece, come Gehry, si arroccano su descrizioni della professione dell’architetto che potrebbero tranquillamente appartenere al secolo scorso e non riescono ad ottenere risultati migliori nemmeno sul piano dell’installazione, che appare goffa, ridondante e già vista e si fa facilmente superare in quanto a poetica dal banchetto dei carpentieri nascosto subito dietro.


Zaha Hadid e Patrik Schumacher non sono da meno, con un manifesto che, non rendendosi conto della propria inattualità, propone un nuovo “ismo” del tutto privo di contenuti, di cui domani non conserveranno memoria nemmeno loro, accompagnato da una scultura dejà-vu in perfetto stile zahahadidiano, completamente vuota di significato.

Tra i manifesti in qualche modo stuzzicanti mi sento di includere quello di Francesco Delogu, che si conclude con un’accattivante promessa: «Un giorno saremo in grado di costruire strutture sostenute dallo spazio che contengono. In questo modo l’architettura comunicherà con l’ambiente, e non si distinguerà da esso. Allo stesso tempo si avvicinerà all’uomo, ne sarà la massima espressione». Meritevole di nota è poi senz’altro lo scritto di Droog & Kesselskramer, associato ad una delle rappresentazioni di maggior successo dell’intera mostra: “Single Town”. L’allestimento attraente anche per il grande pubblico non cede alla banalità: il manifesto intuisce il concetto importantissimo per il quale quanto più una città si popola di singles, tanto più necessita di interconnessioni multiple e complesse e tanto più l’architetto deve «spingersi oltre l’edificio». Un’interpretazione, tra l’altro, efficace e calzantissima del tema della Biennale di quest’anno.


Alla categoria degli stuzzicanti possono inoltre essere ascritti Guallart Architects, con la loro puntuale descrizione della situazione contemporanea e con la loro proposta di installazione “Hyperabitat. Riprogrammare il mondo” che riassume in scala domestica la necessità di una più stretta rete informativa che colleghi ogni cosa per programmarne, nei limiti del programmabile, il mutamento e il miglioramento;

Coop Himmelb(l)au, che riesumano un’installazione vecchia di quarant’anni ma all’epoca talmente rivoluzionaria da risultare comprensibile soltanto oggi; Philippe Rahm, con la sua “Architettura Meteorologica”, che si preoccupa di creare, più che spazi, temperature e atmosfere, in un interessante collegamento di infinitamente grande, infinitamente piccolo, infinitamente impalpabile e infinitamente complesso (l’installazione è però deludentemente tardo-razionalista); e infine M-A-D, studio del quale fa parte, oltre a Chris Salter, anche quell’Erik Aadigard che nel 2000 aveva scritto assieme a Betsky Architecture Must Burn, libro che contiene già gran parte delle teorie alla base della scelta contenutistica della Biennale (Biennale che quindi, si noti, soffre la presenza di idee che nascono già vecchie di almeno 8 anni).

Meritano quindi la palma di forsennati, cioè di privi di senso alcuno, i documenti di Massimiliano Fuksas (una trafila di sostantivi sintatticamente scollegati nel pallido tentativo di imitare forse una grammatica di gusto joyciano), Nigel Coates (vaneggiamenti intorno alla necessità di introdurre erotismo nella progettazione architettonica), Totan Kuzembaev (un totale di sei periodi il più assennato dei quali afferma: «i pensieri invernali sono molto più preziosi di quelli estivi»), An Te Liu (un totale di otto versi i meno banali dei quali recitano: «Troviamo noiosa l’architettura quando è troppo pratica / e non pratica quando è troppo visionaria»), che però in qualche modo si salva nell’installazione, e David Rockwell with Jones Kroloff (strutturato su continui spazi vuoti da riempire a cura di chi lo ritenga per qualche motivo divertente).

Per quanto riguarda gli inutili, questa dicitura spetta, in misura maggiore o minore, a tutti gli altri manifesti presenti all’Arsenale i quali, per essere incompleti, autoreferenziali, inconcludenti o semplicemente già sentiti, risultano di scarso o di nessun interesse tanto per l’uomo della strada quanto per il teorico dell’architettura. Se alcune installazioni corrispondenti possono considerarsi in qualche maniera degne d’attenzione (come “Furnivehicles” di Atelier Bow Wow), le altre risultano sostanzialmente superflue, quando non dannose (imbarazzante la “Hypnerotosfera” di Nigel Coates).

Lo smalto sul nulla

18 giugno 2008

Gehry - Hotel de Riscal

Piccola riflessione dopo la lettura di Casabella 752.
Mi ha molto interessata l’articolo di Dal Co, a titolo Lo smalto sul nulla, a proposito del controverso (giusto per esser clementi) Hotel Marqués de Riscal di Gehry e del nichilismo che si potrebbe dire fondi filosoficamente il decostruttivismo, o qualsiasi teoria architettonica caratterizzi il lavoro del canadese che si rifiuta (a ragione, direi, stavolta) di dichiararsi per una di esse.
Leggendo Benevolo, una volta mi colpì la semplice quanto assennata osservazione secondo la quale l’architettura è l’arte che si evolve più lentamente; essa, per ovvie ragioni tecnico-realizzative ed istituzionali, è in netto ritardo rispetto alle altre. Nulla di più sensato, a mio modesto avviso. È vero infatti che ad ogni epoca corrisponde la propria architettura, ma le evoluzioni fondamentali arrivano comunque con quasi un secolo di differita, soprattutto a partire dal ‘700, quando il mondo comincia ad accelerare tutti i suoi processi vitali. Non a caso, l’Illuminismo produce architetture assolutamente ancient régime, il Decadentismo costruzioni romantiche, il Novecento di Pirandello si attarda su posizioni positivistiche di tutta sicurezza: forse solo oggi Heisemberg comincia a muovere la mano dell’architetto verso l’indeterminazione completa.

Tutto questo però non emenda Gehry dalla paternità dell’obbrobrio de Riscal. L’autocitazionismo in forma di lamine metalliche che ricopre, forse in preda a savio pudore, il più completo nulla architettonico. È questo lo stato dell’arte?
Per fortuna ci pensano Isozaki ed un riscoperto Carlo Scarpa a risollevare le sorti del numero. Anche Jean Nouvel ci mette del suo, mentre stavolta la Hadid non sembra aver poi molto da dire.

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