Oggi pubblichiamo un contributo che Roy Ascott, artista e teorico statunitense, pubblicò nel 1994 su varie riviste europee.

La sceltadi pubblicare questo celebre articolo ha due motivi. Il primo è, banalmente, che non ne esiste in rete alcuna versione italiana. Il secondo, e più importante, è che la visione di architettura e di città che ben 15 anni or sono Ascott delineò in questo documento contribuisce ad articolare in modo assai interessante e ricco un’immagine di quanto ci interessa indagare con questo blog. Grassetto ed altre formattazioni del testo – salvo i paragrafi – non sono originali, ma sono stati aggiunti per enfatizzare le parti del discorso più rilevanti per questa sede.

Cybercezione

Non solo stiamo cambiando radicalmente, corpo e mente, ma stiamo diventando attivamente coinvolti nella nostra stessa trasformazione. E non è solo una questione di protesica dell’impianto di organi, arti aggiunti o aggiusti facciali chirurgici per quanto necessaria e utile tale tecnologia del corpo possa essere. È una questione di consapevolezza. Stiamo acquisendo nuove facoltà e una nuova comprensione della presenza umana. L’ abitare sia il mondo reale sia il virtuale al tempo stesso, e l’essere sia qui che potenzialmente ovunque allo stesso tempo ci sta dando un nuovo senso del sé, nuovi modi di pensare e di percepire che estendono quelle che abbiamo creduto essere le nostre naturali capacità genetiche. In realtà il vecchio dibattito sull’artificiale e il naturale non è più rilevante. Siamo interessati solo a ciò che può essere fatto di noi stessi, non a ciò che ci ha fatto. Per quanto riguarda la sacralità della persona, bene ora ognuno di noi è fatto di molti individui, un insieme di sé. In effetti il senso della persona sta cedendo il passo al senso dell’interfaccia. La nostra coscienza ci permette di camminare sullo sfumato bordo dell’identità in bilico tra il dentro e il fuori di ogni sorta di definizione possibile di ciò che significa essere un essere umano. Siamo tutti interfaccia. Siamo mediati dal computer ed aumentati dal computer. Questi nuovi modi di concettualizzare e di percepire la realtà implicano più che una semplice sorta di variazioni quantitative nel modo di vedere, pensare ed agire nel mondo. Essi costituiscono un cambiamento qualitativo nel nostro essere, una facoltà del tutto nuova, la facoltà post-biologica di “cybercezione”.

La cybercezione comporta una convergenza di processi percettivi e concettuali in cui la connettività di reti telematiche svolge un ruolo formativo. La percezione è la consapevolezza degli elementi dell’ambiente attraverso sensazioni fisiche. La cybernet, la somma di tutti i sistemi interattivi mediati da computer e delle reti telematiche nel mondo, fa parte del nostro apparato sensoriale. Ridefinisce il nostro corpo nella misura in cui collega tutti i nostri corpi in un complesso planetario. La sensazione è la percezione fisica interpretata alla luce dell’esperienza acquisita. L’esperienza è ora condivisa per telematicamente:  le tecnologe di telecomunicazione  informatizzata ci consente di saltare dentro e fuori da ogni coscienza e telepresenza altrui nel flusso globale dei media. Per concezione si intende il processo di origine, formazione e comprensione delle idee. Le idee vengono dalle interazioni e le negoziazioni delle menti. Un tempo bloccata socialmente e filosoficamente nel corpo solitario, la mente ora galleggia libera nello spazio telematico. Stiamo esaminando l’aumento della nostra capacità di pensare e di concettualizzare, e l’estensione e la raffinatezza dei nostri sensi: per concettualizzare più riccamente e percepire più pienamente, sia all’interno che al di là dei nostri limiti di vista pensiero e costruzione. La cybernet è la somma di tutti questi sistemi artificiali di indagine, comunicazione, ricordo e costruzione dei quali il trattamento dei dati, i collegamenti via satellite, il telerilevamento e la telerobotica sono variamente messi al servizio nella valorizzazione del nostro essere.

La cybercezione accresce l’esperienza transpersonale ed è il comportamento che definisce un’arte transpersonale. La cybercezione coinvolge la tecnologia transpersonale, la tecnologia della comunicazione, della condivisione, della collaborazione, la tecnologia che ci permette di trasformare noi stessi [our selves], trasferire i nostri pensieri e trascendere i limiti del nostro corpo. L’esperienza transpersonale ci dà la facoltà di guardare nell’interconnessione di tutte le cose, la permeabilità e l’instabilità dei confini, la mancanza di distinzione tra la parte e il tutto, il primo piano e lo sfondo, il contesto e il contenuto. La tecnologia transpersonale è la tecnologia delle reti, degli ipermedia, del cyberspazio.

La cybercezione ci dà l’accesso ai media olomatici della cybernet. Il principio olomatico è quello per cui ogni singola interfaccia di rete è un aspetto di una unità telematica: essere in o ad una qualsiasi interfaccia è essere in presenza virtuale di tutte le altre interfacce su tutta la rete. Questo perché tutti i dati che scorrono attraverso ogni nodo di accesso di una rete sono ugualmente e contemporaneamente tenuti in memoria da quella della rete: ad essi si può accedere da qualsiasi altra interfaccia attraverso collegamenti via cavo o via satellite, da qualsiasi parte del pianeta a qualsiasi ora del giorno o della notte.

È la cybercezione che ci permette di percepire le apparizioni del cyberspazio, la venuta-in-essere della loro presenza virtuale. È attraverso cybercezione che siamo in grado di comprendere i processi di emersione in natura, il flusso di mezzi di comunicazione, le forze e i campi invisibili delle nostre molte realtà. Cybercepiamo i rapporti di trasformazione e la connettività come un processo immateriale, tanto evidentemente e immediatamente quanto comunemente percepiamo gli oggetti materiali in luoghi materiali. Se, come molti ritengono, il progetto di arte nel 20esimo secolo è stato quello di rendere visibile l’invisibile, è nostra facoltà crescente di cybercezione che ci fornisce la visione a raggi x, e l’ottica dello spazio esterno. E quando, per esempio, la sonda “Cassini” raggiunge la densa atmosfera di azoto del satellite di Saturno, Titano, saranno i nostri occhi e la mente ad essere lì sul luogo, sarà la nostra cybercezione a testare e misurare la sua superficie sconosciuta.

L’effetto della cybercezione sulla pratica artistica è quello di buttare fuori l’imbracatura ermeneutica, la costante preoccupazione della rappresentazione e dell’espressione del sé, e di celebrare la creatività della coscienza distribuita (mente allargata), della connettività globale e del costruttivismo radicale. L’arte oggi è meno interessata al l’apparenza e alla superficie, e più interessata all’apparizione, con la venuta-in-essere di identità e di significato. L’arte abbraccia i sistemi di trasformazione, e mira a massimizzare l’interazione con il suo l’ambiente. Così anche con il corpo umano. Stiamo facendo del corpo un luogo di trasformazione – per infrangere i limiti genetici. E cerchiamo di ottimizzare l’interazione con il nostro ambiente, sia quello visibile che quello invisibile, massimizzando la capacità dell’ambiente di un comportamento intelligente e previdente. L’artista abita il cyberspazio, mentre altri semplicemente lo vedono come uno strumento.

La cybercezione è l’agente di costruzione, che abbraccia una molteplicità di percorsi elettronici per sistemi robotici, ambienti intelligenti, organismi artificiali. E nella misura in cui creiamo e abitano mondi paralleli, e apriamo traiettorie di evento divergenti, la cybercezione può permetterci di diventare allo stesso tempo consapevoli di tutti, o almeno di fare zapping attraverso universi multipli. Le tecnologie transpersonali della telepresenza, le reti globali e il cyberspazio possono stimolare e riattivare le parti dell’apparato di una coscienza a lungo dimenticata e resa obsoleta da una visione meccanicistica del mondo fatta di ingranaggi e ruote. La cybercezione può significare uno risveglio dei nostri poteri psichici latenti, la nostra capacità di essere fuori dal corpo, o nella mente in simbiosi mentale con gli altri.

Quindi cosa differenzia la cybercezione da percezione e concezione? Non è solo l’estensione di intelligenza promessa dai dei neuroni di silicio della CalTech, le implicazioni del computer molecolare, o le conseguenze dei circuiti integrati elettro-ottici della Bell AT & T che potranno fare calcoli in un miliardesimo di secondo. La risposta sta nella nostra nuova comprensione della struttura, nel vedere il tutto, nel fluire con i ritmi del processo e di sistema. Fino ad ora, abbiamo pensato e visto le cose in maniera lineare, una cosa dopo l’altra, una cosa nascosta dietro l’altra, conducendo a questa o quella finalità, e lungo la strada che divide il mondo in categorie e classi di cose: oggetti con i confini impermeabili, superfici con interni impenetrabili, superficiale semplicità della visione che ignorava la complessità infinita. Ma la cybercezione significa ottenere un senso di un tutto, acquisire una vista a volo d’uccello di eventi, la vista che l’astronauta ha della terra, la vista che il cybernauta ha dei sistemi. È una questione di feedback ad alta velocità, accesso a database di grandi dimensioni, interazione con una molteplicità di menti, di vedere con mille occhi, sentendo i sussurri più silenziosi della terra, raggiungendo nella vastità dello spazio, anche al limite del tempo. La cybercezione è l’antitesi di una visione a tunnel o del pensiero lineare. Si tratta di una percezione tutta-in-una-volta di una molteplicità di punti di vista, una estensione in tutte le dimensioni del pensiero associativo, una presa di coscienza della caducità di tutte le ipotesi, della relatività di tutta la conoscenza, della transitorietà di tutte le percezioni. È la cybercezione che ci permette di interagire pienamente con il flusso e l’indeterminatezza della vita, di leggere il Libro dei Mutamenti, di seguire il Tao. In questo, la cybercezione non è tanto una nuova facoltà quanto piuttosto una facoltà recuperata. È il nostro ritrovare di nuovo noi stessi dopo i guasti e le sconfitte dell’uomo dell’età della ragione, dell’età della certezza, del determinismo e dei valori assoluti. L’età dell’apparenza, il romanticismo del privato, del’individuo solitario – fondamentalmente ansioso, alienato, paranoico. Infatti paranoia, segretezza e dissimulazione sembrano essere state incorporate in tutti gli aspetti del mondo industriale. Nella nostra cultura telematica, anziché la  paranoia celebriamo la Telenoia: aperta, inclusiva, collaborativa, una rete transpersonale di menti e immaginazioni.

La cybercezione definisce un aspetto importante del nuovo essere umano, la cui nascita è ulteriormente accelerata dai nostri progressi nel campo dell’ingegneria genetica e della modellazione post-biologica. L’origine della vita, il concepimento biologico, dovrebbe ora essere chiamato anch’esso cybercezione post-biologica, in quanto la decisione di avviare il processo e la nascita dei bambini si sta spostando dai cosiddetti imperativi ei vincoli della “natura”, alla volontà e il desiderio degli individui in collaborazione con le nuove tecnologie e indipendentemente dalla loro età o prestazioni sessuali. E proprio perché la cybernet è la nostra comunità, vedremo sempre di più la sostituzione del nucleo familiare con la famiglia non-lineare. La cultura telematica può riconsegnare ai rapporti umani ciò che la società industriale aveva efficacemente debellato. Prendete la vita sulle strade. Mi riferisco a quelle strade appena fuori dalla superstrada. Nulla è più umano, caldo e conviviale di un gruppo di ragazzini fuori dalla rete Internet. Come la realtà virtuale in rete trasporta la nostra telepresenza e ci dà gli strumenti per riconfigurare la nostra identità, la vita sociale sta diventando non solo più complessa ma più fantasiosa. Come da lungo tempo continuo a dire, c’è amore nell’abbraccio telematico.

Il nostro nuovo corpo la nostra nuova coscienza partoriranno un ambiente completamente nuovo, un ambiente intelligente che ricambia il nostro sguardo, che guarda, ascolta e reagisce a noi, tanto quanto facciamo noi con esso: edifici intelligenti e strumenti che ascoltano ogni nostra mossa, partecipano a ogni nostra parola. Non stiamo parlando di semplici comandi vocali a qualche grossolana interfaccia da computer, stiamo parlando di anticipazione da parte del nostro ambiente costruito, basata sul nostro comportamento, con conseguenti sottili trasformazioni della messinscena. Proprio come noi cyborg vediamo, sentiamo, avvertiamo in modi sconosciuti all’uomo biologico (anche se i suoi miti e riti hanno sempre espresso il suo desiderio per la propria trasformazione), viviamo in un ambiente che sempre più ci vede, sente e percepisce. C’è una implicazione di comunità in tutto questo per noi. La cybercezione ci spinge ad una ridefinizione del nostro modo di vivere insieme e del luogo dove viviamo insieme. In questo processo dobbiamo cominciare a rivalutare la matrice materiale e culturale della società, uno strumento che abbiamo per così tanto tempo dato per scontato: la città.

Architettura

Il problema con l’architettura occidentale è che è troppo interessata a superfici e strutture e troppo poco ai sistemi viventi. Non c’è biologia del costruire, solo fisica dello spazio. Quello che potremmo chiamare il look “edificiale” è tutto. La città è vista come un campo di battaglia in cui questo o quel genere di architettura o di impulso idiomatico combatte per sopravvivere. E ‘una questione di inerzia relativa. I classicisti che vorrebbero proteggere l’inerzia totale, politica e culturale, di un passato stilistico, i modernisti che proteggono l’inerzia privilegiata di un presente stilizzato. Nessuno è interessato a un cambiamento radicale, o a indizi sul futuro. Immagini edificiali, superfici esteriori definiscono la città contemporanea. Ma per i suoi utenti quotidiani, una città non è solo una facciata piacevole. È una zona di negoziazione composta da una moltitudine di reti e sistemi. Quel che serve sono progettisti di spazi di questo tipo, che possano procurare forme di accesso che non siano solo dirette e trasparenti ma che arricchiscano gli affari e le transazioni quotidiane della città. Il linguaggio dell’accesso a questi processi di comunicazione, produzione e trasformazione ha più a che fare con le interfacce di sistema e i nodi di rete che col tradizionale discorso architettonico. E, senza la comprensione fondamentale, da parte di progettisti e designer, della facoltà umana di cybercezione e delle sue implicazioni nel comportamento transazionale, le città rimarranno aridi e inospitali tratti di vetro e cemento modernisti o follie del cattivo gusto postmodernista che generalmente siamo costretti a sopportare. Abbiamo bisogno di riconcettualizzare la strategia urbana, ripensare l’architettura, abbiamo bisogno di far nascere l’idea delle zone di trasformazione per accogliere le tecnologie transpersonali che stanno plasmando la nostra cultura globale.

Le città sostengono e incarnano le interazioni delle persone, le arti aggiungono valore a tale scambio. Oggi sono prevalentemente i sistemi elettronici che facilitano la nostra interazione e connettività, e l’arte di oggi si basa su tali sistemi. Le città possono essere dinamiche, zone di trasformazione in continua evoluzione, così come la stessa arte interattiva parla di trasformazione e di cambiamento. E proprio come le città possono offrire una gratificante complessità di edifici e strade da navigare, portando a sorprese, piaceri, misteri, bellezza, e parlano, nella migliore delle ipotesi, dei sogni dell’uomo e della realizzazione umana, così l’arte interattiva ti spinge a navigare le sue numerose realtà multistrato e multimediali. Ti invita ad immergerti nel suo cyberspazio, per arrivare on-line alle sue reti globali. Se è con le recenti innovazioni nell’arte e nella scienza che ci siamo resi conto della cybercezione, sarà la cybercezione portata al livello di pianificazione urbanistica e architettura, che ci condurrà alla città del 21esimo secolo. Come è già stato sostenuto in questa rivista, l’arte non è più questione di apparenza, e certamente non di rappresentazione, ma si occupa di apparizione, la venuta-in-essere di ciò che non è mai stato visto o sentito o vissuto.

Le città che non sono altro che un insieme di rappresentazioni funzionano male. Le loro costruzioni possono dire “ospedale”, “scuola”, “biblioteca”, ma a finché non articolano questi significati all’interno di integrati sistemi cibernetici, restano tra i denti. E troppi edifici restano tra i denti. I loro monumenti, a meno che per invitare la ricreazione del passato per mezzo dei media interattivi, non sono altro che i testimoni inerti della duplicazione della storia ufficiale.
Le città funzionano meglio quando sono costruite in modo da dare ai loro cittadini la possibilità di trovare soddisfazione. Tali aspirazioni urbane chiedono a gran voce il sostegno di un’arte che sia meno interessata alla rappresentazione e all’espressione e più alla costruzione radicale e alla realizzazione fantasiosa. Questa è l’arte che attualmente emerge dalla fusione di comunicazione e nuovi media informatici. Esso si basa sulla complessità e la diversità dei sogni e desideri che il nostro mondo multi-culturale e multimediale porta avanti. Proprio come la chiamiamo questa arte interattiva, arricchendo l’ambiente che deve diventare la nostra città dovrebbe essere basata sugli stessi principi di interazione e connettività.

La città nel 21esimo secolo deve essere perspicace, orientata ai futuri, deve lavorare all’estremità più avanzata della cultura contemporanea, come agente di prosperità culturale, come possibile causa di innovazione redditizia, piuttosto che come un semplice effetto dell’arte e dei prodotti di un tempo precedente. Dovrebbe essere un banco di prova per tutto ciò che è nuovo, non solo nelle arti, ma nel divertimento, nel tempo libero, nell’istruzione, nel lavoro, nella ricerca e nella produzione.
Una città dovrebbe offrire ai propri cittadini la possibilità di condividere, collaborare e partecipare ai processi di evoluzione culturale. Le sue molte comunità devono portare interesse nel suo futuro. Per questo motivo, deve essere trasparente nelle sue strutture, nei suoi obiettivi, e nei suoi sistemi di funzionamento a tutti i livelli. Le sue infrastrutture, come la sua architettura, devono essere sia “intelligenti” che comprensibili al pubblico e comprendere sistemi che reagiscono a noi tanto quanto noi interagiamo con loro. Il principio di un feedback rapido ed efficace a tutti i livelli dovrebbe essere al centro dello sviluppo della città. Ciò significa i canali di dati ad alta velocità che percorrono trasversalmente tutti gli angoli della complessità urbana. Il feedback non deve solo funzionare, ma deve mostrarsi funzionante. Questo è parlare di cybercezione come cosa fondamentale per la qualità della vita in una sofisticata società tecnologia e post-biologica.

Proprio come gli architetti devono dimenticare le loro scatole di cemento e decorazioni in stile Disneyland, e partecipare alla progettazione di tutto ciò che è invisibile e immateriale in una città, così devono capire che la pianificazione deve essere sviluppata in una matrice evolutiva spazio-tempo che non è semplicemente tridimensionale o limitata ad una mappatura continua di edifici, strade e monumenti. Invece la pianificazione e la progettazione devono applicare la connettività e l’interazione a quattro zone ben diverse: il sotterraneo, il livello della strada, il cielo/mare, e il cyberspazio. Invece dei discorsi del pianificatore su strade, vicoli, strade e viali, abbiamo bisogno di pensare a cunicoli spazio-temporali – per prendere in prestito un termine dalla fisica quantistica – creare tunnel tra realtà distinte, reali e virtuali, a diversi livelli, attraverso molti strati. Allo stesso modo i paradigmi e le scoperte della scienza della vita artificiale devono essere messi in gioco. Il nuovo compito dell’architetto è quello di fondere insieme le strutture materiali e gli organismi cybernetici in un nuovo continuum. L’architettura è la vera prova della nostra capacità di integrare in strutture e zone umanamente arricchenti le potenzialità del mondo materiale, la nuova coscienza, e le realtà virtuali. In questa impresa molte idee tradizionali devono essere abbandonate, idee le cui instabilità è sempre stata implicita nel dicotomie con cui venivano espresse: urbano/rurale, paese/città, artificiale/naturale, giorno/notte, lavoro/gioco, locale/globale. I confini di queste idee si sono spostati o completamente erosi.

La città come un amalgama di interfacce di sistemi e nodi di comunicazione è probabilmente molto più di supporto ad una vita creativa e alle soddisfazioni personali rispetto alle conurbazioni dell’era industriale, concepite grossolanamente e realizzate rigidamente. Al posto della loro materialità densa e intrattabile, possiamo aspettarci la fluidità ambientale di percorsi più veloci della luce, superfici e strutture intelligenti e abitazioni trasformabili. La fine della rappresentazione è vicina! La semiologia sta cessando di sostenere le nostre strutture. Gli edifici si comporteranno in modo coerente con la loro funzione annunciate, invece di raccontare il loro ruolo attraverso l’implicazione semiologica. L’aspetto sta cedendo il passo all’apparizione in arte, e le nozioni di dispiegamento, trasformazione e venuta-in-essere stanno pervadendo la nostra cultura. Sarà solo con la consapevolezza che gli edifici devono essere piantati e ‘cresciuti’ l’architettura si svilupperà. È necessaria una cultura da growbag, in cui la semina sostituisce la progettazione. La pratica dell’architettura deve trovare le sue metafore guida nell’orticoltura, piuttosto che nella guerra. In definitiva si può forse parlare di impollinazione e di innesto.

Gli edifici, come le città, dovrebbero crescere. Ma senza cybercezione, l’architetto e urbanista tradizionali non hanno la minima idea di ciò che stiamo proponendo. Accorgersi che la tecnologia cambia, che i metodi di costruzione, le economie, e i sistemi di pianificazione cambiano, ma non riuscire a riconoscere che anche gli esseri umani stanno cambiando radicalmente, è un grave errore. Forse lezioni di coscienza e giardinaggio dovrebbe sostituire lo studio degli ordini classici e i canoni storici di stile e di genere che vanificano l’educazione architettonica!

Dov’ è un edificio, o tanto meno una città, che supporta una cybercultura, che vede la cybercezione come centrale per il senso e la sensibilità dell’uomo? Dov’ è uno spazio urbano in cui si può pienamente celebrare la “Telenoia”? Dov’è una scuola di architettura, che è come insieme, un corpo unito, determinato a creare le condizioni per la corretta evoluzione di una vera città del 21esimo secolo? Dove, nell’architettura e nella pianificazione, la connettività e l’interazione vengono presi come principi primari del processo di progettazione? Il dibattito in architettura non dovrebbe essere una questione di esclusione. Classico o moderno, nuovo o vecchio, idealistico o pragmatico, funzionale o frivolo. Tra idealismo e pragmatismo, tra concezione del desiderato e percezione del possibile, si trovano le iniziative evolutive della cybercezione.
Come un programma HyperCard frustrato potrebbe dire, “Dov’è Casa?” Dove vivranno i cibernauti del nuovo millennio? Di che natura è la comunità e la convivenza in una cultura telematica? Come si soddisferà la transitorietà cyberspaziale? Dove sono le zone che possiamo cybercepire come belle e appaganti? Abitiamo forme materiali con dimensioni psichiche fissate nei confini senza limiti del cyberspazio. Siamo in rete con l’universo, i nostri sistemi nervosi stanno inondando il cosmo. Navigheremo dentro e fuori dallo spazio. Non abbiamo bisogno di edifici tanto quanto noi stessi abbiamo bisogno di essere costruiti, o ricostruiti dalle fondamenta genetiche che stiamo rapidamente ri-valutando e che potremmo presto ristrutturare.

Forse la sfida più radicale alle vecchie idee dell’architettura deriva dalle conseguenze della telepresenza, del sé diffuso. Quando la stessa identità umana è in fase di trasformazione, lo spirito di collaborazione e di collegamento stanno sostituendo la mente unitaria e la coscienza solitaria del vecchio ordine del pensiero occidentale, l’architettura deve guardare a nuove strategie, se vuole portare idee utili sulla vita e interagire nel mondo. La telepresenza è il territorio del sé distribuito, degli incontri a distanza nel cyberspazio, della vita online. La telepresenza significa interazione globale istantanea con un migliaio di comunità, essere in una qualsiasi di esse, o in tutte, praticamente nello stesso momento. La telepresenza definisce la nuova identità umana forse più di ogni altro aspetto del repertorio della cybercultura.

L’architettura contemporanea e lo shopping sono diventati più o meno la stessa cosa. L’architettura, dopo aver voltato le spalle alla necessità di dare risposte radicali alle realtà del tele – sé e della presenza distribuita, rappresenta poco più di un mondo di carrelli della spesa e pacchetti inscatolati, che si muove sulle sue ruote intorno alle zone sterili di una cultura da centro commerciale. Ogni edificio è un prodotto imballato e reso attraente, ogni componente ordinato da un catalogo via mail. L’ipocrita codice di buona pratica della costruzione ha preferito mettere la pacificazione della tradizione prima della collaborazione con il futuro. Ma la necessità di un’architettura di interfacce e nodi non svanirà. Vivremo sempre più in due mondi, il reale e il virtuale, e in molte realtà, sia culturali che spirituali, indipendentemente dall’indifferenza degli urbanisti. Questi molti mondi si interconnettono in molti punti. Siamo in continuo movimento tra di loro. Nella zona creativa, la transitorietà e la trasformazione identificano il nostro cammino. Lo hi-tech chic e il bluff del Bauhaus non ingannano la nostra acuta cybercezione. Il cambiamento deve essere radicale. La nuova città, sia nella sua immaterialità visibile che nella sua costruzione invisibile, si svilupperà in una realtà feconda solo se si è seminato con l’immaginazione e la visione. Sono gli artisti che possono diventare i seminatori di questi semi, che possono cogliere le occasioni necessarie per consentire le nuove forme e caratteristiche della nuova città da crescere. È la loro cybercezione che li dota della consapevolezza globale e della destrezza concettuale per rivedere, ripensare e ricostruire il nostro mondo.


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