Ovvero: usare i blog come pretesto per indagare l’avanguardia

Vi invito a leggere sul blog De Architectura questo post a valle del quale si è generata una piccola discussione alla quale anche io ho partecipato.
Sostanzialmente, il post commenta una trovata natalizia per la quale le vetrate del Duomo di Milano sono state illuminate dall’interno. In tal modo, si è creato un effetto inedito per la città, dato che la norma vuole che la luce attraversi quei vetri da fuori a dentro, e che solo chi è dentro possa percepirne l’effetto. Qui è possibile vedere le foto dell’intervento.
Nel citato blog, particolarmente attraverso i commenti, vengono – è il caso di dirlo – alla luce varie posizioni, ma in summa il giudizio è complessivamente negativo per tre ordini di motivi, che così possiamo riassumere:
economico-commerciale: l’intervento è finanziato/patrocinato dall’azienda di illuminazioni locale (l’AEM), dunque c’è sotto una ragione di interesse;
profano-consumistico: la curia si abbandona a stratagemmi di marketing poco spirutuali; «La luce artificiale che brilla nella notte meneghina dentro il duomo e lo fa risplendere come una grande luminaria natalizia visibile solo restando fuori nel profano, permette l’esperienza spirituale di elevazione della mente a Dio?» (commento di Paolo Gobbini);
filologico: le finestre sono fatte per essere viste dall’interno e dal basso, mentre dall’esterno l’immagine è speculare; si genera «la forzatura di voler “leggere” un’opera d’arte in condizioni differenti da quelle per cui è stata concepita e creata» (commento di Enrico Delfini).

Accettando come plausibile motivo di dissenso solo il primo dei tre ordini di argomenti, intendo confutare gli altri due e proporre una differente lettura dell’operazione.
Per brevità, riporto la parte centrale del mio commento alla questione:

Personalmente, infatti, ritengo che la reinterpretazione (purché non invasiva, e questa di certo non lo è) degli oggetti di architettura anche antica sia non solo diritto dei contemporanei, ma persino un loro dovere. Se l’architettura è, infatti, per eccellenza arte civile – e quindi sociale – essa è nata per essere utilizzata e per evolversi assieme agli usi stessi, che non sono fissi nel tempo.
Allora, un’operazione così “delicata” (nel senso della reversibilità) non deve essere condannata solo perché non filologica, perché la filologia, a ben guardare, ha ben poco a che spartire con l’arte.
E, per dirla tutta, a me l’operazione piace. Avrò una spiritualità poco filologica anch’io, probabilmente, ma se fossi più convintamente cattolica, direi che guardare le vetrate illuminate dalla piazza mi farebbe venire in mente, per prima cosa, che non occorre entrare in una chiesa per essere in una chiesa.

Il che è poi il massimo traguardo di un’operazione di architettura, non credete?

Ora, espandiamo un poco l’argomento e cerchiamo di capire perché può essere interessante per noi.

Dunque, studiare Zevi o Benevolo acquisendone il metodo significa, in primo luogo, dare alla storia dell’architettura (e in particolare a quella dell’architettura moderna) una lettura orientata, ovvero una sorta di teleologia, o più propriamente piuttosto di fenomenologia ermeneutica. Significa, in altre parole, interpretarla come il tentativo degli uomini di emanciparsi in una direzione. Per i due giganti della storiografia, si trattava di liberarsi dai gioghi dello storicismo e quel che viene dopo è storia nota – si potrebbe dire con un bisticcio di parole.
A mio avviso, un simile approccio può essere ancora utilizzato, se consideriamo che alle mutazioni continue del nostro modo di comprendere lo spazio dovrebbero corrispondere altrettante evoluzioni del nostro modo di progettarlo, occuparlo e manipolarlo.
Come ho avuto modo di dichiarare più volte anche solo all’interno di questo blog, è mia opinione che il ruolo del teorico dell’architettura sia per questo motivo inscindibile da quello del progettista e che l’obiettivo di questo Giano bifronte sia appunto quello di indicare come e perché si deve progettare. E quindi oggi la direzione che la storia sta seguendo è quella verso lo sdoganamento di una serie di concetti spaziali caratterizzati da gerarchie logiche e geometriche del tutto superate dai tempi.

Tra queste, mi pare chiarissimo che rientri anche l’antinomia dentro/fuori. Concavità e convessità sono oggi concetti del tutto ambigui grazie alla topologia e all’emergere di tipologie di soggetti progettuali “a volume zero” che trascendono la dimensione architettonica tradizionale.
Allora, un intervento come quello milanese, che – forse inconsapevolmente – permette la riflessione sulle potenzialità del fuori di possedere caratteristiche del dentro, non può che generare grandissimo interesse, spingendo anche il passante dotato di spirito critico a domandarsi: cosa effettivamente separa le navate del Duomo dal sagrato, dalla piazza?
Poco respiro, invece, hanno le vecchie critiche sulla coerenza con delle condizioni iniziali in genere solo grossolanamente supposte.
E tutto questo a prescindere, naturalmente, da un’idea di comunità ecclesiastica tanto più francamente indifendibile quanto più si arrocca persino su considerazioni di ordine geometrico, selezionando i suoi alleati tra le retroguardie di ogni settore. Ma questa è tutta un’altra questione.

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