Cose dette e cose non dette, una sera, a Milano

Oggi è possibile rivedere il filmato su domusweb, ma mi piacerebbe tracciare una specie di riassunto inesatto (per la limitatezza degli appunti che ho potuto prendere e per la mia imparzialità di partecipante) della serata, per poi trarre qualche considerazione di confronto con la puntata di Londra e qualche punto caldo. Ritengo possa essere utile a chi non c’era e non abbia un’ora e mezza da spendere per vedere la registrazione, nonché, nella versione inglese, per chi non parli italiano. Se non vi interessa il resoconto e volete passare direttamente alle osservazioni, cliccate qui.
Cominciamo.

[Bizzarro posto la Design Library. Inizia come (1) un lounge bar, continua come (2) una biblioteca, si scioglie in (3) una saletta studio per concludersi come (4) una camera oscura per congressi, ma funziona anche come (2)(3)(4)(3)(1). ]

Joseph Grima: vogliamo parlare del nuovo campo da gioco “livellato” della critica di architettura al tempo dei blog. Di come questo influenzi l’autonomia degli autori, di come la critica trasformi la professione attraverso la proliferazione delle voci, soprattutto in Italia, patria per antonomasia delle testate prestigiose di architettura. Professor de Michelis?

Marco de Michelis: quella del critico è una figura drammaticamente rilevante e in crisi oggi, che alle domande del nostro tempo non sa ormai che rispondere con l’agiografia o divagando. Citanto il Benjamin de L’autore come produttore, diciamo che il critico esamina il come degli oggetti per raggiungere il loro perché.
Oggi le immagini [come si è detto a Londra citando ArchDaily e la questione “pornografica”, N.d.R.] sono ovunque. Di conseguenza, non è più il dovere del critico scovare l’attualità, perché ci pensa la rete.
Ma la stampa non specializzata, quando si occupa di architettura, pubblica solo trionfi [fa il caso dell’adorazione incondizionata di cui gode Piano, N.d.R.]. Per questo il mondo ha bisogno di critica! Essa è narrazione e autonomia.

J. G.: Rossella, in che cosa quindi la rete può costituire novità nella funzione della critica?

Rossella Ferorelli: [non avendo appuntato ciò che ho detto, andrò a memoria, N.d.R.] Credo sia proprio nel ribaltamento del meccanismo citato dal professor de Michelis con Benjamin. Se il critico non può più essere il cercatore di novità, e se è vero come è vero che per la maggior parte i blog di architettura sono in mano agli stessi architetti che progettano, allora l’uso della rete non fa che spostare l’attività intellettuale di architettura dall’ambito della critica a quello più propriamente della teoria. Ovvero, da un’attività ex post, che esiste dopo l’oggetto prodotto, si passa piuttosto ad un’attività ex ante rispetto al progetto/prodotto. In altre parole, il lavoro di un blogger ha valore soprattutto se costituisce l’esplicitazione dei processi che lo portano a concepire il progetto, rispondendo prima alla domanda sul perché, e solo dopo ponendosi quella sul come. Progettare sottoponendo i propri tracciati teorico-critici ad un rapporto di feedback continuo con chi segue il blog è ciò che innoverà veramente il processo culturale dell’architettura nei prossimi anni.

J. G.: Un cloud [crowd? N.d.R.] sourcing progettuale, insomma?

R. F.: Esattamente. È proprio per facilitare questo processo di feedback che è nato NIBA, ovvero per superare il limite di integrabilità che affligge le piattaforme “blindate” dei blog. I blog somigliano ancora alle pagine cartacee nel fatto che [a meno di iscriversi ai feed RSS, N.d.R] vanno fondamentalmente “cercati” in rete. Con NIBA potremmo meglio trovarci, oltre naturalmente ad amplificare il confronto orizzontale.

J. G.: Salvatore, a Londra si è sollevato il problema della differenza radicale del trattamento economico di chi scrive online rispetto a chi scrive per testate riconosciute. Cosa cambia, in questo senso?

Salvatore D’Agostino: [in realtà illustra piuttosto il suo obiettivo di blogger per una narrazione della condizione reale italiana da “b-side”. Putroppo qui ho pochi appunti, N.d.R.] Lo spirito della critica online si potrebbe riassumere, citando il libro Città Latenti di Federico Zanfi, come appunto quello della presenza di “critici latenti”.

J. G.: Fabrizio, Abitare ha scelto la forma blog per l’uso commerciale. Il professor de Michelis ha affermato l’impossibilità di fare novità per il critico. Come si pone questo problema per una rivista come la tua?

Fabrizio Gallanti: abbiamo in realtà scelto solo alcune cose del concetto di blog. Sicuramente non abbiamo abbracciato l’idea di blog come espressione pubblica di una singola voce che sceglie così di bypassare i mille ostacoli dell’editoria classica per arrivare direttamente al pubblico. Ci interessa invece esplorare la possibilità della sopravvivenza delle forme critiche rispetto al cambiamento del pubblico. Ci siamo dunque chiesti a quale pubblico ci volessimo rivolgere, e abbiamo scelto quello di chi non è soddisfatto mediamente delle rubriche di architettura dei quotidiani (che perdono vieppiù di credibilità). Inoltre abbiamo conservato la possibilità di commentare ogni post e operiamo una censura assolutamente minima.
Oggi quello che manca sono i blog monotematici, del singolo espertissimo in un argomento fino ad esserne un “nerd” [personalmente non credo sia vero, e la prima cosa che mi è venuta spontanea in quel momento è stato immaginare il fastidio di Emmanuele Pilia che da sempre sul suo blog si occupa precisamente di TransArchitettura!!, N.d.R.]

J. G.: Luca Molinari, Luigi Prestinenza Puglisi nella sua ultima newsletter parla dell’insostenibilità economica della figura del critico oggi. Che ne pensi?

Luca Molinari: occorre ridefinire gli strumenti politici della critica. Tra i valori più alti della critica online c’è il fatto di non avere scadenze. È un importantissimo valore di responsabilità, che rende un blog qualcosa di differente da una rivista, su cui ci sono obblighi, ma anche da diario, su cui si scrive quando capita. Al contrario, è un vero e proprio servizio pubblico.

J. G.: Si può affermare che la marginalizzazione della critica sia anche colpa dei critici? Potremmo azzardare che ciò derivi anche dall’eccesso di teorizzazione degli anni del postmoderno e del decostruttivismo?

L. M.: Può darsi, ma è anche questione di spazio culturale concesso. L’architettura è diventata un fenomeno di costume di massa, che raccoglie interesse, è alla moda. E allora perché nei grandi giornali non c’è mai un critico di riferimento? In Italia negli ultimi anni si è sviluppato un gran professionismo negli studi, per raggiungere i livelli internazionali. Ma si è persa del tutto per strada la teoria!

S. D’A.: Non dimentichiamo però che la storia italiana della critica online non è così giovane. Marco Brizzi è stato il primo “hacker”, creando arch’it. Sono vent’anni di storia di cui nessuno si occupa, ed è questo lo scopo di Wilfing Architettura.

J. G.: Elisa, qual è quindi la specificità italiana, oggi che sempre più italiani parlano inglese e si aprono a culture internazionali?

Elisa Poli: [intervento assennato e interessante, purtroppo ho anche qui pochi appunti. Aspetto la registrazione per aggiungere qualcosa, N.d.R.] La cosa fondamentalmente cambiata è l’assenza della prospettiva zenitale e autoriale della rivista, all’interno della quale un altro livello di autorialità, quello del critico, è a sua volta svanito. Anche per le immagini non è più così, è finito il tempo in cui erano le riviste a dettare le regole espressive dei progetti e delle fotografie.

J. G.: Chiudiamo con Luca Diffuse: qual è a tuo parere la differenza tra il riverbero delle questioni aperte online rispetto a quelle aperte sulle riviste?

Luca Diffuse: il web è un ambiente più “intimo”. Paradossalmente, se ricevo una critica feroce sul web, mi sento toccato più nel profondo, più vicino a me [Aggiunge alcune questioni su quanto sia noioso l’ambiente dell’architettura se non si apre alla scena culturale contemporanea nel suo complesso: musica, cinema, arti visive, ecc., N.d.R.]. Sarebbe un atto di estremo significato etico che anche le riviste accogliessero l’istanza di aperiodicità dei blog, o che per esempio non uscissero sempre in un numero simile di pagine, perché questo significa che la qualità degli articoli non può essere omogenea: le riviste non sono sincere!

M. d. M.: In sostanza, oggi il critico deve inventare di nuovo il suo mestiere.

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Questo per quanto riguarda la memoria storica dell’evento.
Passiamo dunque alle osservazioni in merito.

Su NIBA sono già emerse alcune questioni abbastanza rilevanti riguardo il carattere di questa discussione. In sostanza l’esperimento è stato giudicato interessante e necessario nel contesto italiano. Solo pochi anni fa questo sarebbe stato inconcepibile. Tuttavia, la tecnica di moderazione a domanda diretta ha chiaramente limitato il dibattito e prestato il fianco all’emergere di personalismi e autobiografismi qua e là e c’è da registrare che si è anche tentato di svincolare spesso dal tema della critica (soprattutto Salvatore D’Agostino e Luca Diffuse). Personalmente però devo rilevare che a Londra il carattere delle argomentazioni non è stato molto diverso. O meglio, come dicevamo con Elisa Poli in serata, la discussione di Londra ha avuto forse più che a Milano la tendenza ad orientarsi sull’aneddotica degli aficionados. Si tratta naturalmente di un segno ben chiaro della differente maturità della blogosfera anglosassone che, essendo quasi un nuovo establishment culturale, possiede una letteratura già largamente condivisa, che fa storia solida a sè. In Italia, il ritardo della discussione produce paradossalmente una situazione più interessante, perché un’utenza “giovane” di uno strumento già “maturo” può forse produrre contenuti più originali, o quantomeno una discussione un pochino meno ovvia, con alcuni aspetti inconclusi, su cui è ancora interessante speculare.
Per esempio, sottolineerei che non abbiamo parlato mai esplicitamente di università. Certo l’auditorio non era neutrale, ma il fatto che si sia identificato il mondo della critica con il mondo delle riviste è una questione non da poco. Una riforma universitaria è necessaria da tempo, lo sappiamo tutti. Quindi in effetti mi sarei aspettata qualche proposta in merito.
A maggior ragione, ecco una questione che può essere posta all’interno del circuito NIBA e in generale a chiunque si senta lettore di architettura in rete: i blogger di architettura italiani hanno qualche proposta da fare, sullo stato dell’università? Perché non creare una rete di reti con le voci più autorevoli della blogosfera italiana di tutti i settori, per creare un dibattito grosso su questo argomento?

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Ovvero: usare i blog come pretesto per indagare l’avanguardia

Vi invito a leggere sul blog De Architectura questo post a valle del quale si è generata una piccola discussione alla quale anche io ho partecipato.
Sostanzialmente, il post commenta una trovata natalizia per la quale le vetrate del Duomo di Milano sono state illuminate dall’interno. In tal modo, si è creato un effetto inedito per la città, dato che la norma vuole che la luce attraversi quei vetri da fuori a dentro, e che solo chi è dentro possa percepirne l’effetto. Qui è possibile vedere le foto dell’intervento.
Nel citato blog, particolarmente attraverso i commenti, vengono – è il caso di dirlo – alla luce varie posizioni, ma in summa il giudizio è complessivamente negativo per tre ordini di motivi, che così possiamo riassumere:
economico-commerciale: l’intervento è finanziato/patrocinato dall’azienda di illuminazioni locale (l’AEM), dunque c’è sotto una ragione di interesse;
profano-consumistico: la curia si abbandona a stratagemmi di marketing poco spirutuali; «La luce artificiale che brilla nella notte meneghina dentro il duomo e lo fa risplendere come una grande luminaria natalizia visibile solo restando fuori nel profano, permette l’esperienza spirituale di elevazione della mente a Dio?» (commento di Paolo Gobbini);
filologico: le finestre sono fatte per essere viste dall’interno e dal basso, mentre dall’esterno l’immagine è speculare; si genera «la forzatura di voler “leggere” un’opera d’arte in condizioni differenti da quelle per cui è stata concepita e creata» (commento di Enrico Delfini).

Accettando come plausibile motivo di dissenso solo il primo dei tre ordini di argomenti, intendo confutare gli altri due e proporre una differente lettura dell’operazione.
Per brevità, riporto la parte centrale del mio commento alla questione:

Personalmente, infatti, ritengo che la reinterpretazione (purché non invasiva, e questa di certo non lo è) degli oggetti di architettura anche antica sia non solo diritto dei contemporanei, ma persino un loro dovere. Se l’architettura è, infatti, per eccellenza arte civile – e quindi sociale – essa è nata per essere utilizzata e per evolversi assieme agli usi stessi, che non sono fissi nel tempo.
Allora, un’operazione così “delicata” (nel senso della reversibilità) non deve essere condannata solo perché non filologica, perché la filologia, a ben guardare, ha ben poco a che spartire con l’arte.
E, per dirla tutta, a me l’operazione piace. Avrò una spiritualità poco filologica anch’io, probabilmente, ma se fossi più convintamente cattolica, direi che guardare le vetrate illuminate dalla piazza mi farebbe venire in mente, per prima cosa, che non occorre entrare in una chiesa per essere in una chiesa.

Il che è poi il massimo traguardo di un’operazione di architettura, non credete?

Ora, espandiamo un poco l’argomento e cerchiamo di capire perché può essere interessante per noi.

Dunque, studiare Zevi o Benevolo acquisendone il metodo significa, in primo luogo, dare alla storia dell’architettura (e in particolare a quella dell’architettura moderna) una lettura orientata, ovvero una sorta di teleologia, o più propriamente piuttosto di fenomenologia ermeneutica. Significa, in altre parole, interpretarla come il tentativo degli uomini di emanciparsi in una direzione. Per i due giganti della storiografia, si trattava di liberarsi dai gioghi dello storicismo e quel che viene dopo è storia nota – si potrebbe dire con un bisticcio di parole.
A mio avviso, un simile approccio può essere ancora utilizzato, se consideriamo che alle mutazioni continue del nostro modo di comprendere lo spazio dovrebbero corrispondere altrettante evoluzioni del nostro modo di progettarlo, occuparlo e manipolarlo.
Come ho avuto modo di dichiarare più volte anche solo all’interno di questo blog, è mia opinione che il ruolo del teorico dell’architettura sia per questo motivo inscindibile da quello del progettista e che l’obiettivo di questo Giano bifronte sia appunto quello di indicare come e perché si deve progettare. E quindi oggi la direzione che la storia sta seguendo è quella verso lo sdoganamento di una serie di concetti spaziali caratterizzati da gerarchie logiche e geometriche del tutto superate dai tempi.

Tra queste, mi pare chiarissimo che rientri anche l’antinomia dentro/fuori. Concavità e convessità sono oggi concetti del tutto ambigui grazie alla topologia e all’emergere di tipologie di soggetti progettuali “a volume zero” che trascendono la dimensione architettonica tradizionale.
Allora, un intervento come quello milanese, che – forse inconsapevolmente – permette la riflessione sulle potenzialità del fuori di possedere caratteristiche del dentro, non può che generare grandissimo interesse, spingendo anche il passante dotato di spirito critico a domandarsi: cosa effettivamente separa le navate del Duomo dal sagrato, dalla piazza?
Poco respiro, invece, hanno le vecchie critiche sulla coerenza con delle condizioni iniziali in genere solo grossolanamente supposte.
E tutto questo a prescindere, naturalmente, da un’idea di comunità ecclesiastica tanto più francamente indifendibile quanto più si arrocca persino su considerazioni di ordine geometrico, selezionando i suoi alleati tra le retroguardie di ogni settore. Ma questa è tutta un’altra questione.

Ultime attività del blog

19 ottobre 2010

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti. È stata un’estate alquanto movimentata.
In primis, il testo Le parole e le case, che trovate nel post qui sotto, è andato in gara alla terza edizione Concorso Giovani Critici, indetto da presS/Tfactory_Associazione Italiana di Architettura e Critica, ed il 27 agosto ha ricevuto a Venezia il secondo premio (qui qualche dettaglio) in un evento collaterale della XII Biennale di Architettura.

Alla premiazione, su richiesta della giuria, è stato portato anche un breve video che, per il notevole impegno apportato a me (voce, testo e disegni) e ai pazientissimi Massimo Lastrucci (fotografia) e Daniele Mantellato (montaggio e aiuto concept), desidero pubblicare qui come testimonianza.
Vi prego in anticipo di perdonare l’insostenibile antipatia del mio timbro vocale, ma non disponevamo di nulla di meglio al momento! Per il resto, naturalmente si tratta di un tentativo di sdrammatizzare un testo teorico non leggerissimo – a cominciare dal calembour foucaultiano del titolo, che è molto piaciuto al professor Prestinenza Puglisi – che altrimenti sarebbe stato difficile riassumere in un video di soli due minuti.

Poi, dobbiamo segnalare ancora due episodi di collaborazione con Salvatore D’Agostino (Wilfing Architettura).
Nel primo, ho avuto occasione di rivolgere una domanda a Luca Molinari, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia di quest’anno. Riporto il botta e risposta:

Rossella Ferorelli: In occasione di una visita al Politecnico di Bari di Boris Podrecca di qualche tempo fa, ricordo di aver riesumato una intervista dell’architetto per Repubblica del maggio 2006 il cui epilogo mi aveva raggelato: «Rispetto ai giovani italiani che vengono nel mio atelier, i coetanei olandesi o svizzeri hanno più verve, ironia e immaginazione. Da voi ci sono tanti professorini, con pochi progetti realizzati ma molte chiacchiere e presenze alle mostre; vivono l’architettura attraverso le riviste, non ne conoscono a fondo le problematiche». Questa l’opinione dell’architetto austriaco, che individuava l’origine del problema «nel fatto d’aver perso due generazioni, dopo il ’68. Avete scritto libri, e sapete tutto sul Palladio o Giulio Romano, ma non come si mette una finestra».
Vorrei dunque proporle una riflessione sull’ambito teorico dell’architettura in generale, ed in particolare in Italia. Come è possibile, infatti, che il problema della generale depressione del settore sia quello individuato da Podrecca, se nemmeno nel campo della ricerca teorica (distinguendo nettamente questo dall’ambito storico) alcunché di memorabile viene effettivamente prodotto nel nostro paese da anni?
Personalmente le propongo, perché la possa mettere in discussione, una lettura del problema che individui un bagliore risolutivo nella necessità di un riaggancio tra vera teoria (cioè teoria “hardware”, delle basi filosofiche, scientifiche e politiche che stanno dietro alla funzione sociale dell’architetto), e progettazione, e vorrei a questo proposito chiederle che funzione possa ancora avere un’istituzione come la Biennale di Venezia nella spinta alla soluzione delle tare architetturali del pianeta Italia. In particolare, come studentessa, le chiedo inoltre di sbilanciarsi in una riflessione sull’ambito accademico e sui rapporti attuali e possibili tra questo e la Biennale nell’ottica di una più continua e costante tensione alla ricerca sul futuro, che non rincorra solo le vetrine dei vari festival che sono in preoccupante via di moltiplicazione.

Luca Molinari: Il problema della produzione teorica nell’ambito dell’architettura contemporanea è serio ma forse dovremmo cambiare prospettiva. Forse non è più tempo di grandi narrazioni teoriche, dei volumi decisivi che spostavano i baricentri tematici, forse il sistema carsico e frammentario dei blogger contemporanei sta modificando il nostro modo di produrre e scambiare teoria in architettura. Insieme credo che la cultura architettonica debba fare uno sforzo diverso, cercare in un mondo che sta cambiando radicalmente e drammaticamente le parole, gli stimoli e le risorse per ridefinire confini disciplinari e elementi per rielaborazioni teoriche. Per quanto riguarda l’università non ho alcun problema a dire che la maggior parte del sistema universitario italiano è inadatto ad affrontare la situazione attuale e soprattutto a portare al suo interno quegli elementi vitali, virali e critici di cui ci sarebbe molto bisogno per combattere un irrigidimento culturale e una sindrome d’accerchiamento che l’università deve abbandonare per non morire.

Per leggere tutte le domande rivolte a Molinari sul blog di Salvatore, cliccate qui.

La seconda collaborazione è stata costituita dalla redazione da parte mia di un breve testo introduttivo all’indagine [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] cui partecipai nell’agosto 2009. Potete trovare qui il testo.

Le parole e le case

22 aprile 2010


Nel 1986 Manfredo Tafuri rilasciò a Richard Ingersoll un’intervista, pubblicata nella primavera dello stesso anno su Design Book Review, che costituisce oggi un documento interessantissimo per la comprensione del periodo a cui fa capo. In risposta a domande decisamente piane sul ruolo della critica nello sviluppo dell’architettura, lo storico romano forniva una caustica e decisa distinzione tra la figura del critico e quella dello storico dell’architettura, attribuendo solo al secondo valide doti ermeneutiche e ritenendo il primo schiavo di un meccanismo ossessivo di ricerca del nuovo previa una conseguente, necessaria e continua immolazione di qualcosa da definirsi, di volta in volta, vecchio.
Liquidando poi con giudizio severo lo storicismo postmoderno di Jencks e Portoghesi, Tafuri laconicamente tacciava i suoi contemporanei di un utilizzo della memoria nostalgico anziché chiarificatore: è dunque in questa precisa direzione che l’intervista con Ingersoll va interpretata. Tuttavia, un passaggio di essa va forse letto con maggiore attenzione e merita ulteriori riflessioni. Vi si dice:

The study of history has indirect ways of influencing action. If an architect needs to read to understand where he is, he is without a doubt a bad architect! I frankly don’t see the importance of pushing theory into practice; instead, to me, it is the conflict of things that is important, that is productive. […] This is why I insist on the later work of Le Corbusier, which had no longer any message to impose on humanity. And as I have been trying to make clear in talking about historical context: no one can determine the future.[1]

Prescindendo dal tono lievemente iperbolico che pervade il passaggio, a chi scrive sembra quantomeno il caso di chiedersi  se questa posizione sia ancora difendibile a quasi venticinque anni dalla prima pubblicazione dell’intervista. A che punto è il dibattito critico sull’architettura?
Tentiamo di delineare un profilo analitico della questione.

Il quadro di riferimento

Non è un segreto che i grandi maestri non scrivono più. Si può dire con una certa sicurezza che dopo Delirious New York, testo che ha ormai trentadue anni suonati, nessun trattato o manifesto epocale ha più visto la luce sulla scena internazionale. Prova ne è, se non trionfale celebrazione, il curioso aborto teorico partorito dalla Biennale di Aaron Betsky del 2008, di cui si è detto molto, ma forse non tutto.
Partendo da intenzioni probabilmente corrette e da un approccio quantomeno interessante (benché vecchio di ben otto anni, perché ricalcato per intero su quanto detto dallo stesso curatore nel suo Architecture Must Burn, del 2000), Betsky è riuscito a generare un fallimento quasi completo e soprattutto a rendere lampante tale risultato col tentativo sbilenco di costringere ognuno degli studi presenti alla mostra a produrre un manifesto su commissione. Evidentemente, una produzione così feconda di dichiarazioni di intenti, a cui era palesemente richiesto un carattere di spinta sperimentalità, non poteva che risultare in un guazzabuglio verbale di qualità mediocre, con punte di notevole pretenziosità in alcuni casi; in tutti, con praticamente nessun esito registrabile.
Tra le varie possibili osservazioni che è dato fare a margine del fenomeno, la più diretta porta a concludere che molti grandi studi di architettura hanno perso l’abitudine a progettare sulla base di visioni interpretative della realtà del proprio tempo. La sostanziale incapacità di produrre materiali teorici di qualche utilità non può che denotare, infatti, una carenza netta nell’esercizio definitorio delle specificità necessarie all’architettura contemporanea proprio per il suo essere contemporanea. A cosa è dovuta questa deficienza?
Una necessaria parentesi, di cui dovrà perdonarsi la didascalicità: presso gli storici, coesistono due metodi di studio. Sostanzialmente, uno considera la storia come il susseguirsi di eventi puntuali che la fanno progredire per salti, mentre l’altro ritiene continuo e fluido il dispiegarsi degli avvenimenti e tende a valutare meno nitido il nesso causale tra di essi. Se il secondo è senz’altro più complesso e spesso più intelligente e meglio sfaccettato, le schematizzazioni del primo consentono a volte la costruzione di scenari esegetici più interessanti. È ad uno di questi quadri interpretativi che si deve l’opposizione tra avanguardia e manierismo, che è senza dubbio brutale, ma di cui ci serviremo per un attimo. Possiamo allora chiederci se ci troviamo in una fase o nell’altra, ma la risposta è quantomai difficile all’inizio degli anni ’10, sui quali incombe ancora vivissima l’ombra del decostruttivismo, a sua volta altra faccia della complessa medaglia postmoderna. Benché, infatti, si possano conservare dei legittimi dubbi sulla congerie filosofica montata intorno alla definizione di postmoderno in sé, è invece indiscutibile che effettivamente uno spettro si sia aggirato per l’America e l’Europa tra il ’67 e l’’88 (gli anni, cioè, tra le due mostre del MoMA intitolate rispettivamente Five Architects e Deconstructivist Architecture), e che non abbia portato questioni definibili d’avanguardia. In questo senso si intuisce il fastidio di Tafuri nella constatazione dell’abitudine degli architetti di quella schiatta di giustificare i pastiche storicistici con l’impegno teorico, ed il suo conseguente consiglio indirizzato loro di abbandonare gli studi. Nell’articolo già citato, risulta illuminante anche l’osservazione dello storico secondo il quale gli architetti a lui contemporanei, eredi dello sforzo di liberazione del moderno, avrebbero preferito che questo sforzo non fosse stato ancora compiuto per potersene impadronire di persona.
In sostanza, dunque, un legame edipico con la modernità di cui non ci si riusciva a liberare. Ma lo ha fatto, invece, il decostruttivismo? In una certa misura probabilmente sì, e cioè in quella per la quale non potremmo immaginare Derrida seduto allo stesso tavolo di Wright come è invece successo con Eisenman o Tschumi; nella stessa misura in cui, appunto, Koolhaas ha potuto scrivere il suo testo cardine e Madelon Vriesendorp ha potuto illustrarlo in Flagrant Délit (or Dream of Liberty).
Ma, come dicevamo, si tratta di esperienze lontane almeno un quarto di secolo, le cui tracce si perdono – e anche in questo caso non c’è da temere smentite – nelle pratiche di vetrina che sfociano con crescente frequenza in esercizi di formalismo che non solo non possono dirsi avanguardisti, ma rischiano di non potersi dire nemmeno manieristi perché privi di qualsiasi afflato dichiarativo, anche il più incerto.
È dunque questo il circolo vizioso: in un panorama formalista è scarso l’interesse per la ricerca teorica; un contesto carente in approfondimento speculativo non produce avanguardie e ricade nel formalismo.

Una proposta

A livello generale, ma soprattutto nel nostro paese, bisogna osservare che quella che si è andata perdendo negli ultimi decenni è la memoria della figura dell’architetto come intellettuale completo. La frammentazione settoriale è spinta dalla creazione di corsi di laurea sempre più (futilmente) variegati intorno ad una questione che invece andrebbe ricompattata per risanare le condizioni di costante sospetto con le quali si guardano i pianeti dell’architettura, dell’ingegneria e dell’urbanistica. La stessa formazione universitaria tende a scoraggiare l’approfondimento critico in fase progettuale per relegarlo in ambito storico. Errore di ciclopica gravità.
Ed ecco perché, nonostante nel periodo che ci separa da Delirious New York una delle innovazioni più radicali della storia dell’umanità (internet) sia venuta alla luce, si verifica che, nelle riviste e nei canali del settore, la mastodontica rivoluzione culturale che ciò ha portato trova ancora spazi ridottissimi e rari dibattiti in ogni caso viziati da un equivoco di fondo. Un equivoco che si basa sulla pigrizia filosofica degli architetti, che occorre si convincano che il loro compito è quello di distinguere le suggestioni intellettuali dalle suggestioni formali e basare il proprio lavoro sulle prime, utilizzando, al più, le seconde come complemento.
Non solo: anche per il verso formale, è indispensabile una progettazione di carattere decisamente antianalogico, sostenuta da una profonda preparazione multidisciplinare del designer, senza la quale progettare non è solo sbagliato (eticamente), ma è impossibile (storicamente), perché troppe e di troppo rilievo sono le questioni emerse negli ultimi anni.
Il possesso di un apparato culturale sufficiente a delineare interpretazioni ad ampio spettro della contemporaneità deve diventare (o tornare ad essere) la base essenziale della progettazione, nella consapevolezza che la produzione di oggetti necessita propedeuticamente delle competenze che permettono la produzione di concetti.
In conclusione, per evitare che il dibattito teorico – soprattutto in Italia – si incancrenisca intorno a testi di scarso profilo, votati ossessivamente all’attacco di uno star system per il resto in alcun modo combattuto dalla categoria, dobbiamo sperare che le università spingano verso l’obiettivo di creare progettisti dotati di grandi talenti compositivi e insieme grandi capacità speculative e riassuntive. In quest’ottica, si potrebbe ad esempio cominciare con il recupero di un autore che, senza dubbio almeno per il secondo dei due aspetti, costituisce un perfetto esempio di sintesi tra filosofia e mestiere: John Johansen.
Chiudiamo con una sua citazione:

I believe that no architect can produce buildings which are valid unless he is sensitive to the prevailing conditions and experiences of his time, and all but a few today, regardless of their talent, are out of touch.[2]


[1] Da There is no criticism, only history, in Design Book Review, primavera 1986. Anche in Casabella n. 619/620, gennaio/febbraio 1995.

[2] Da AA.VV., John Johansen – A Life in the Continuum of Modern Architecture, L’Arca Edizioni, Bergamo, 1995.

Povero vecchio futuro

19 marzo 2009

Diamo oggi inizio effettivo alla serie delle Strategies against architecture, post che, come scritto nell’ultimo, vogliono essere dedicati ad un’analisi critica del carattere deteriore della grande informazione che i media (più o meno) generalisti fanno in fatto di architettura ed ad una sorta di scioglimento in prima battuta di certi stereotipi ricorrenti che deformano in materia l’opinione comune.

Benché l’argomento sia ahimè vastissimo, da una parte bisogna pur cominciare e nella fattispecie lo faremo commentando una recente puntata de Le storie – diario italiano, bel programma culturale condotto da Corrado Augias in onda dal lunedì al venerdì su Rai3 dalle 12.45 circa.

In particolare, nella puntata del 6 marzo, il padrone di casa ha incontrato Vittorio Gregotti che, non pago di una ospitata a PassepARTout di qualche settimana prima, ha avuto la possibilità di presentare il suo ultimo Contro la fine dell’architettura, appunto, anche in casa Augias. Per capire di cosa parleremo, consiglio vivamente di dedicare una ventina di minuti alla visione della trasmissione, che mamma Rai rende disponibile cliccando qui (mi si perdonerà per il rimando, ma purtroppo l’embedding non è possibile da Rai.tv).

Per prima cosa, direi – tentando di sedare spontanei moti di irritazione che si generano in me all’udire simili commenti –, cominciare una trasmissione di carattere divulgativo con un attacco praticamente indiscriminato ai (presunti) peccati di una (presunta!) architettura contemporanea non è propriamente motivo di vanto da parte di un professionista con esperienza vastissima anche nel campo dello studio della storia della disciplina. Questa considerazione valga come un cappello che credo sarebbe d’uopo far indossare a qualsiasi speculazione di tipo paternalistico, ovverosia di qualsiasi riflessione tenuta in forma di lezione e rivolta quindi ad una platea di ascoltatori ritenuti per lo più ignoranti sull’intero ambito della medesima. L’utilizzo di una tale tecnica, infatti, non può che creare facile gioco al relatore privo di un contraddittorio alla pari (non se la prenda il buon Augias, persona assai colta ma non certo uno studioso di architettura), relatore per di più coinvolto nel conflitto di interessi di chi pubblicizza implicitamente il proprio lavoro già con la propria sola presenza; demolendo poi le intenzioni altrui, anche gli ultimi ostacoli all’affermazione della propria (ancora presunta!) superiorità intellettuale sono facilmente rimossi.

Questo tanto per speculare sul metodo; ma per entrare invece nel merito, giudico un colpo a vuoto anche l’arringa di Gregotti per bocca di Augias fatta per colpire il facile bersaglio David Fischer sul suo famoso grattacielo rotante. Le argomentazioni sono, per usare un eufemismo, decisamente carenti d’arguzia: il grattacielo è «una vera sciocchezza» ed «uno spreco insultante» (perché, se è tecnologicamente sensato al punto di risultare autosufficiente per il verso energetico? perché, se interpreta in modo formalmente assai semplice l’anelito non nuovo dell’architettura al movimento?); il grattacielo è grande – e giù a far propria la Bigness di Koolhas che però ne scriveva con tutt’altro intento la bellezza di quindici anni fa – e il grande è male, il che è senz’altro un’osservazione di indubbia freschezza; il grattacielo è «bizzarro», appellativo poco più che risorgimentale la cui opportunità è messa in dubbio dalle stesse argomentazioni degli stessi Gregotti (riguardo l’esistenza della Villa Girasole di Marcellise dal 1929) e Augias (che giustamente ricorda Brunelleschi).

E poi, l’apoteosi del deperimento critico. S’invertono le parti: Gregotti prende giustissimamente le difese della teoria dell’architettura ed accusa, forse ancora a ragione (ma qui ci sarebbe da discutere assai a lungo) lo scarso uso dello studio teorico alle spalle di tanta progettazione contemporanea; al che Augias si rifugia da buon (!) profano nel sillogismo bestiale: Le Corbusier ha fatto delle case dove non andrei mai ad abitare / Le Corbusier era «uno che teorizzava molto» / la teoria dà origine a mostri.

E si riduce così ancora una volta un tentativo di dibattito “colto” sull’architettura all’autodifesa del progettista dello Zen, alle accuse alla politica, alla descrizione dell’architetto come colui che fa le case belle ma scomode e in sostanza al solito nulla storico, artistico, estetico, filosofico, poetico e sociologico che è l’unico quadro che sono in grado di fare dello stato della prima arte tutti questi studiosi della domenica che s’improvvisano, ogni volta, nel riassumere le questioni d’architettura da Brunelleschi alla Fiera di Milano in quindici minuti.

Nessuna meraviglia che gli ascoltatori, vedendo intitolare queste aberrazioni “progettando il futuro”, cerchino mesta pace nel consueto anacronismo eclettico di ritorno.

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