Cose dette e cose non dette, una sera, a Milano

Oggi è possibile rivedere il filmato su domusweb, ma mi piacerebbe tracciare una specie di riassunto inesatto (per la limitatezza degli appunti che ho potuto prendere e per la mia imparzialità di partecipante) della serata, per poi trarre qualche considerazione di confronto con la puntata di Londra e qualche punto caldo. Ritengo possa essere utile a chi non c’era e non abbia un’ora e mezza da spendere per vedere la registrazione, nonché, nella versione inglese, per chi non parli italiano. Se non vi interessa il resoconto e volete passare direttamente alle osservazioni, cliccate qui.
Cominciamo.

[Bizzarro posto la Design Library. Inizia come (1) un lounge bar, continua come (2) una biblioteca, si scioglie in (3) una saletta studio per concludersi come (4) una camera oscura per congressi, ma funziona anche come (2)(3)(4)(3)(1). ]

Joseph Grima: vogliamo parlare del nuovo campo da gioco “livellato” della critica di architettura al tempo dei blog. Di come questo influenzi l’autonomia degli autori, di come la critica trasformi la professione attraverso la proliferazione delle voci, soprattutto in Italia, patria per antonomasia delle testate prestigiose di architettura. Professor de Michelis?

Marco de Michelis: quella del critico è una figura drammaticamente rilevante e in crisi oggi, che alle domande del nostro tempo non sa ormai che rispondere con l’agiografia o divagando. Citanto il Benjamin de L’autore come produttore, diciamo che il critico esamina il come degli oggetti per raggiungere il loro perché.
Oggi le immagini [come si è detto a Londra citando ArchDaily e la questione “pornografica”, N.d.R.] sono ovunque. Di conseguenza, non è più il dovere del critico scovare l’attualità, perché ci pensa la rete.
Ma la stampa non specializzata, quando si occupa di architettura, pubblica solo trionfi [fa il caso dell’adorazione incondizionata di cui gode Piano, N.d.R.]. Per questo il mondo ha bisogno di critica! Essa è narrazione e autonomia.

J. G.: Rossella, in che cosa quindi la rete può costituire novità nella funzione della critica?

Rossella Ferorelli: [non avendo appuntato ciò che ho detto, andrò a memoria, N.d.R.] Credo sia proprio nel ribaltamento del meccanismo citato dal professor de Michelis con Benjamin. Se il critico non può più essere il cercatore di novità, e se è vero come è vero che per la maggior parte i blog di architettura sono in mano agli stessi architetti che progettano, allora l’uso della rete non fa che spostare l’attività intellettuale di architettura dall’ambito della critica a quello più propriamente della teoria. Ovvero, da un’attività ex post, che esiste dopo l’oggetto prodotto, si passa piuttosto ad un’attività ex ante rispetto al progetto/prodotto. In altre parole, il lavoro di un blogger ha valore soprattutto se costituisce l’esplicitazione dei processi che lo portano a concepire il progetto, rispondendo prima alla domanda sul perché, e solo dopo ponendosi quella sul come. Progettare sottoponendo i propri tracciati teorico-critici ad un rapporto di feedback continuo con chi segue il blog è ciò che innoverà veramente il processo culturale dell’architettura nei prossimi anni.

J. G.: Un cloud [crowd? N.d.R.] sourcing progettuale, insomma?

R. F.: Esattamente. È proprio per facilitare questo processo di feedback che è nato NIBA, ovvero per superare il limite di integrabilità che affligge le piattaforme “blindate” dei blog. I blog somigliano ancora alle pagine cartacee nel fatto che [a meno di iscriversi ai feed RSS, N.d.R] vanno fondamentalmente “cercati” in rete. Con NIBA potremmo meglio trovarci, oltre naturalmente ad amplificare il confronto orizzontale.

J. G.: Salvatore, a Londra si è sollevato il problema della differenza radicale del trattamento economico di chi scrive online rispetto a chi scrive per testate riconosciute. Cosa cambia, in questo senso?

Salvatore D’Agostino: [in realtà illustra piuttosto il suo obiettivo di blogger per una narrazione della condizione reale italiana da “b-side”. Putroppo qui ho pochi appunti, N.d.R.] Lo spirito della critica online si potrebbe riassumere, citando il libro Città Latenti di Federico Zanfi, come appunto quello della presenza di “critici latenti”.

J. G.: Fabrizio, Abitare ha scelto la forma blog per l’uso commerciale. Il professor de Michelis ha affermato l’impossibilità di fare novità per il critico. Come si pone questo problema per una rivista come la tua?

Fabrizio Gallanti: abbiamo in realtà scelto solo alcune cose del concetto di blog. Sicuramente non abbiamo abbracciato l’idea di blog come espressione pubblica di una singola voce che sceglie così di bypassare i mille ostacoli dell’editoria classica per arrivare direttamente al pubblico. Ci interessa invece esplorare la possibilità della sopravvivenza delle forme critiche rispetto al cambiamento del pubblico. Ci siamo dunque chiesti a quale pubblico ci volessimo rivolgere, e abbiamo scelto quello di chi non è soddisfatto mediamente delle rubriche di architettura dei quotidiani (che perdono vieppiù di credibilità). Inoltre abbiamo conservato la possibilità di commentare ogni post e operiamo una censura assolutamente minima.
Oggi quello che manca sono i blog monotematici, del singolo espertissimo in un argomento fino ad esserne un “nerd” [personalmente non credo sia vero, e la prima cosa che mi è venuta spontanea in quel momento è stato immaginare il fastidio di Emmanuele Pilia che da sempre sul suo blog si occupa precisamente di TransArchitettura!!, N.d.R.]

J. G.: Luca Molinari, Luigi Prestinenza Puglisi nella sua ultima newsletter parla dell’insostenibilità economica della figura del critico oggi. Che ne pensi?

Luca Molinari: occorre ridefinire gli strumenti politici della critica. Tra i valori più alti della critica online c’è il fatto di non avere scadenze. È un importantissimo valore di responsabilità, che rende un blog qualcosa di differente da una rivista, su cui ci sono obblighi, ma anche da diario, su cui si scrive quando capita. Al contrario, è un vero e proprio servizio pubblico.

J. G.: Si può affermare che la marginalizzazione della critica sia anche colpa dei critici? Potremmo azzardare che ciò derivi anche dall’eccesso di teorizzazione degli anni del postmoderno e del decostruttivismo?

L. M.: Può darsi, ma è anche questione di spazio culturale concesso. L’architettura è diventata un fenomeno di costume di massa, che raccoglie interesse, è alla moda. E allora perché nei grandi giornali non c’è mai un critico di riferimento? In Italia negli ultimi anni si è sviluppato un gran professionismo negli studi, per raggiungere i livelli internazionali. Ma si è persa del tutto per strada la teoria!

S. D’A.: Non dimentichiamo però che la storia italiana della critica online non è così giovane. Marco Brizzi è stato il primo “hacker”, creando arch’it. Sono vent’anni di storia di cui nessuno si occupa, ed è questo lo scopo di Wilfing Architettura.

J. G.: Elisa, qual è quindi la specificità italiana, oggi che sempre più italiani parlano inglese e si aprono a culture internazionali?

Elisa Poli: [intervento assennato e interessante, purtroppo ho anche qui pochi appunti. Aspetto la registrazione per aggiungere qualcosa, N.d.R.] La cosa fondamentalmente cambiata è l’assenza della prospettiva zenitale e autoriale della rivista, all’interno della quale un altro livello di autorialità, quello del critico, è a sua volta svanito. Anche per le immagini non è più così, è finito il tempo in cui erano le riviste a dettare le regole espressive dei progetti e delle fotografie.

J. G.: Chiudiamo con Luca Diffuse: qual è a tuo parere la differenza tra il riverbero delle questioni aperte online rispetto a quelle aperte sulle riviste?

Luca Diffuse: il web è un ambiente più “intimo”. Paradossalmente, se ricevo una critica feroce sul web, mi sento toccato più nel profondo, più vicino a me [Aggiunge alcune questioni su quanto sia noioso l’ambiente dell’architettura se non si apre alla scena culturale contemporanea nel suo complesso: musica, cinema, arti visive, ecc., N.d.R.]. Sarebbe un atto di estremo significato etico che anche le riviste accogliessero l’istanza di aperiodicità dei blog, o che per esempio non uscissero sempre in un numero simile di pagine, perché questo significa che la qualità degli articoli non può essere omogenea: le riviste non sono sincere!

M. d. M.: In sostanza, oggi il critico deve inventare di nuovo il suo mestiere.

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Questo per quanto riguarda la memoria storica dell’evento.
Passiamo dunque alle osservazioni in merito.

Su NIBA sono già emerse alcune questioni abbastanza rilevanti riguardo il carattere di questa discussione. In sostanza l’esperimento è stato giudicato interessante e necessario nel contesto italiano. Solo pochi anni fa questo sarebbe stato inconcepibile. Tuttavia, la tecnica di moderazione a domanda diretta ha chiaramente limitato il dibattito e prestato il fianco all’emergere di personalismi e autobiografismi qua e là e c’è da registrare che si è anche tentato di svincolare spesso dal tema della critica (soprattutto Salvatore D’Agostino e Luca Diffuse). Personalmente però devo rilevare che a Londra il carattere delle argomentazioni non è stato molto diverso. O meglio, come dicevamo con Elisa Poli in serata, la discussione di Londra ha avuto forse più che a Milano la tendenza ad orientarsi sull’aneddotica degli aficionados. Si tratta naturalmente di un segno ben chiaro della differente maturità della blogosfera anglosassone che, essendo quasi un nuovo establishment culturale, possiede una letteratura già largamente condivisa, che fa storia solida a sè. In Italia, il ritardo della discussione produce paradossalmente una situazione più interessante, perché un’utenza “giovane” di uno strumento già “maturo” può forse produrre contenuti più originali, o quantomeno una discussione un pochino meno ovvia, con alcuni aspetti inconclusi, su cui è ancora interessante speculare.
Per esempio, sottolineerei che non abbiamo parlato mai esplicitamente di università. Certo l’auditorio non era neutrale, ma il fatto che si sia identificato il mondo della critica con il mondo delle riviste è una questione non da poco. Una riforma universitaria è necessaria da tempo, lo sappiamo tutti. Quindi in effetti mi sarei aspettata qualche proposta in merito.
A maggior ragione, ecco una questione che può essere posta all’interno del circuito NIBA e in generale a chiunque si senta lettore di architettura in rete: i blogger di architettura italiani hanno qualche proposta da fare, sullo stato dell’università? Perché non creare una rete di reti con le voci più autorevoli della blogosfera italiana di tutti i settori, per creare un dibattito grosso su questo argomento?

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Il cattivo docente

30 dicembre 2010


Ogni realtà urbana ha quello che si merita, è quello che viene da dire quando un articolo del genere compare su su Il Giornale dell’Architettura (cercare per credere: a pagina 21 del numero 90, dicembre 2010-gennaio 2011). E se quindi le mirabolanti ambizioni di Bari possono arrivare all’assurdo di richiedere la candidatura a Capitale europea della Cultura per il 2019 (per gli scettici: qui, con tanto di foto patinate) pur non possedendo, ad oggi, nemmeno un museo presentabile a livello internazionale, allora non possiamo stupirci nemmeno del fatto che Nicola Signorile – noto nonché solo giornalista di architettura (sic) della città -, o chi per lui, abbia avuto la sfavillante idea di far comparire questa preziosa gemma sulla rivista nazionale.
Ora: che l’intento dell’articolo sia sarcastico, è chiaro come il sole. Ciò che mi lascia gravemente perplessa, tuttavia, è il fatto stesso che un articolo così fatto esista.
In altre parole, quello della nuova Facoltà di Architettura è uno scandalo alla luce del sole. In esso non solo è evidentissimo l’ossimoro tra la prefabbricazione massiccia e i tempi di costruzione assolutamente inaccettabili (pari a quelli della costruzione del Maxxi), ma c’è da mettere in discussione il progetto nel suo complesso, laddove le forme neoclassico-nauseabonde sono solo la punta di un iceberg di imbarazzante mancanza di qualità. Le due pachidermiche carcasse, che si aggirano ognuna intorno ai 50×50 m in pianta per una superficie complessiva che, a un calcolo sulle dita, supererà i 15.000 metri quadrati, non contengono infatti che aule rachitiche, mentre gli spazi espositivi sono ricavati da corridoi residuali, sconnessi e privi di identità. Il tutto per una clamorosa mancanza di respiro architettonico, proprio laddove avviene (dovrebbe avvenire) la formazione artistica e percettiva degli studenti. Studenti i quali, naturalmente, non possono che recepire la novità con blanda soddisfazione, abituati all’unica alternativa possibile a questo scempio: il nulla. E ciò anche quando, sin dal primo momento, è evidente che la struttura è rifinita a dir poco modestamente – naturale: qualsiasi disponibilità finanziaria si smaterializza dopo un decennio di cantierizzazione! – e manca anche delle più banali attrezzature atte a renderla utilizzabile dagli studenti: a partire dalle prese elettriche per i computer portatili.
Per questi motivi, la sottile ironia di Signorile in questo caso non vale poi molto più di una sottomissione completa al regime di Claudio D’Amato, il cui nome non dovrebbe mai comparire su una rubrica intitolata “Professione & formazione”, poiché il personaggio ha ormai ben poco da spartire con una e con l’altra cosa, essendo fondamentalmente incapace di redigere un progetto che non superi di 5 volte i budget disponibili, o anche solo che rispetti uno dei canoni cultural-estetici coi quali costantemente si ostina a limitare l’immaginario dei suoi malcapitati allievi.
Allora, quando i reportage della situazione barese tingono di toni pastello una tragedia sventolata con leggerezza – e un certo compiacimento per la propria acuta sagacia – di fronte alla nazione come se si trattasse dell’angolo del sedicente “esperto” cinico nel giornaletto di quartiere, abbiamo il dovere di scandalizzarci e di non accettare nessuna posizione che non sia un grido di rabbia o, se non altro, la dignità di un più intelligente silenzio.

Le parole e le case

22 aprile 2010


Nel 1986 Manfredo Tafuri rilasciò a Richard Ingersoll un’intervista, pubblicata nella primavera dello stesso anno su Design Book Review, che costituisce oggi un documento interessantissimo per la comprensione del periodo a cui fa capo. In risposta a domande decisamente piane sul ruolo della critica nello sviluppo dell’architettura, lo storico romano forniva una caustica e decisa distinzione tra la figura del critico e quella dello storico dell’architettura, attribuendo solo al secondo valide doti ermeneutiche e ritenendo il primo schiavo di un meccanismo ossessivo di ricerca del nuovo previa una conseguente, necessaria e continua immolazione di qualcosa da definirsi, di volta in volta, vecchio.
Liquidando poi con giudizio severo lo storicismo postmoderno di Jencks e Portoghesi, Tafuri laconicamente tacciava i suoi contemporanei di un utilizzo della memoria nostalgico anziché chiarificatore: è dunque in questa precisa direzione che l’intervista con Ingersoll va interpretata. Tuttavia, un passaggio di essa va forse letto con maggiore attenzione e merita ulteriori riflessioni. Vi si dice:

The study of history has indirect ways of influencing action. If an architect needs to read to understand where he is, he is without a doubt a bad architect! I frankly don’t see the importance of pushing theory into practice; instead, to me, it is the conflict of things that is important, that is productive. […] This is why I insist on the later work of Le Corbusier, which had no longer any message to impose on humanity. And as I have been trying to make clear in talking about historical context: no one can determine the future.[1]

Prescindendo dal tono lievemente iperbolico che pervade il passaggio, a chi scrive sembra quantomeno il caso di chiedersi  se questa posizione sia ancora difendibile a quasi venticinque anni dalla prima pubblicazione dell’intervista. A che punto è il dibattito critico sull’architettura?
Tentiamo di delineare un profilo analitico della questione.

Il quadro di riferimento

Non è un segreto che i grandi maestri non scrivono più. Si può dire con una certa sicurezza che dopo Delirious New York, testo che ha ormai trentadue anni suonati, nessun trattato o manifesto epocale ha più visto la luce sulla scena internazionale. Prova ne è, se non trionfale celebrazione, il curioso aborto teorico partorito dalla Biennale di Aaron Betsky del 2008, di cui si è detto molto, ma forse non tutto.
Partendo da intenzioni probabilmente corrette e da un approccio quantomeno interessante (benché vecchio di ben otto anni, perché ricalcato per intero su quanto detto dallo stesso curatore nel suo Architecture Must Burn, del 2000), Betsky è riuscito a generare un fallimento quasi completo e soprattutto a rendere lampante tale risultato col tentativo sbilenco di costringere ognuno degli studi presenti alla mostra a produrre un manifesto su commissione. Evidentemente, una produzione così feconda di dichiarazioni di intenti, a cui era palesemente richiesto un carattere di spinta sperimentalità, non poteva che risultare in un guazzabuglio verbale di qualità mediocre, con punte di notevole pretenziosità in alcuni casi; in tutti, con praticamente nessun esito registrabile.
Tra le varie possibili osservazioni che è dato fare a margine del fenomeno, la più diretta porta a concludere che molti grandi studi di architettura hanno perso l’abitudine a progettare sulla base di visioni interpretative della realtà del proprio tempo. La sostanziale incapacità di produrre materiali teorici di qualche utilità non può che denotare, infatti, una carenza netta nell’esercizio definitorio delle specificità necessarie all’architettura contemporanea proprio per il suo essere contemporanea. A cosa è dovuta questa deficienza?
Una necessaria parentesi, di cui dovrà perdonarsi la didascalicità: presso gli storici, coesistono due metodi di studio. Sostanzialmente, uno considera la storia come il susseguirsi di eventi puntuali che la fanno progredire per salti, mentre l’altro ritiene continuo e fluido il dispiegarsi degli avvenimenti e tende a valutare meno nitido il nesso causale tra di essi. Se il secondo è senz’altro più complesso e spesso più intelligente e meglio sfaccettato, le schematizzazioni del primo consentono a volte la costruzione di scenari esegetici più interessanti. È ad uno di questi quadri interpretativi che si deve l’opposizione tra avanguardia e manierismo, che è senza dubbio brutale, ma di cui ci serviremo per un attimo. Possiamo allora chiederci se ci troviamo in una fase o nell’altra, ma la risposta è quantomai difficile all’inizio degli anni ’10, sui quali incombe ancora vivissima l’ombra del decostruttivismo, a sua volta altra faccia della complessa medaglia postmoderna. Benché, infatti, si possano conservare dei legittimi dubbi sulla congerie filosofica montata intorno alla definizione di postmoderno in sé, è invece indiscutibile che effettivamente uno spettro si sia aggirato per l’America e l’Europa tra il ’67 e l’’88 (gli anni, cioè, tra le due mostre del MoMA intitolate rispettivamente Five Architects e Deconstructivist Architecture), e che non abbia portato questioni definibili d’avanguardia. In questo senso si intuisce il fastidio di Tafuri nella constatazione dell’abitudine degli architetti di quella schiatta di giustificare i pastiche storicistici con l’impegno teorico, ed il suo conseguente consiglio indirizzato loro di abbandonare gli studi. Nell’articolo già citato, risulta illuminante anche l’osservazione dello storico secondo il quale gli architetti a lui contemporanei, eredi dello sforzo di liberazione del moderno, avrebbero preferito che questo sforzo non fosse stato ancora compiuto per potersene impadronire di persona.
In sostanza, dunque, un legame edipico con la modernità di cui non ci si riusciva a liberare. Ma lo ha fatto, invece, il decostruttivismo? In una certa misura probabilmente sì, e cioè in quella per la quale non potremmo immaginare Derrida seduto allo stesso tavolo di Wright come è invece successo con Eisenman o Tschumi; nella stessa misura in cui, appunto, Koolhaas ha potuto scrivere il suo testo cardine e Madelon Vriesendorp ha potuto illustrarlo in Flagrant Délit (or Dream of Liberty).
Ma, come dicevamo, si tratta di esperienze lontane almeno un quarto di secolo, le cui tracce si perdono – e anche in questo caso non c’è da temere smentite – nelle pratiche di vetrina che sfociano con crescente frequenza in esercizi di formalismo che non solo non possono dirsi avanguardisti, ma rischiano di non potersi dire nemmeno manieristi perché privi di qualsiasi afflato dichiarativo, anche il più incerto.
È dunque questo il circolo vizioso: in un panorama formalista è scarso l’interesse per la ricerca teorica; un contesto carente in approfondimento speculativo non produce avanguardie e ricade nel formalismo.

Una proposta

A livello generale, ma soprattutto nel nostro paese, bisogna osservare che quella che si è andata perdendo negli ultimi decenni è la memoria della figura dell’architetto come intellettuale completo. La frammentazione settoriale è spinta dalla creazione di corsi di laurea sempre più (futilmente) variegati intorno ad una questione che invece andrebbe ricompattata per risanare le condizioni di costante sospetto con le quali si guardano i pianeti dell’architettura, dell’ingegneria e dell’urbanistica. La stessa formazione universitaria tende a scoraggiare l’approfondimento critico in fase progettuale per relegarlo in ambito storico. Errore di ciclopica gravità.
Ed ecco perché, nonostante nel periodo che ci separa da Delirious New York una delle innovazioni più radicali della storia dell’umanità (internet) sia venuta alla luce, si verifica che, nelle riviste e nei canali del settore, la mastodontica rivoluzione culturale che ciò ha portato trova ancora spazi ridottissimi e rari dibattiti in ogni caso viziati da un equivoco di fondo. Un equivoco che si basa sulla pigrizia filosofica degli architetti, che occorre si convincano che il loro compito è quello di distinguere le suggestioni intellettuali dalle suggestioni formali e basare il proprio lavoro sulle prime, utilizzando, al più, le seconde come complemento.
Non solo: anche per il verso formale, è indispensabile una progettazione di carattere decisamente antianalogico, sostenuta da una profonda preparazione multidisciplinare del designer, senza la quale progettare non è solo sbagliato (eticamente), ma è impossibile (storicamente), perché troppe e di troppo rilievo sono le questioni emerse negli ultimi anni.
Il possesso di un apparato culturale sufficiente a delineare interpretazioni ad ampio spettro della contemporaneità deve diventare (o tornare ad essere) la base essenziale della progettazione, nella consapevolezza che la produzione di oggetti necessita propedeuticamente delle competenze che permettono la produzione di concetti.
In conclusione, per evitare che il dibattito teorico – soprattutto in Italia – si incancrenisca intorno a testi di scarso profilo, votati ossessivamente all’attacco di uno star system per il resto in alcun modo combattuto dalla categoria, dobbiamo sperare che le università spingano verso l’obiettivo di creare progettisti dotati di grandi talenti compositivi e insieme grandi capacità speculative e riassuntive. In quest’ottica, si potrebbe ad esempio cominciare con il recupero di un autore che, senza dubbio almeno per il secondo dei due aspetti, costituisce un perfetto esempio di sintesi tra filosofia e mestiere: John Johansen.
Chiudiamo con una sua citazione:

I believe that no architect can produce buildings which are valid unless he is sensitive to the prevailing conditions and experiences of his time, and all but a few today, regardless of their talent, are out of touch.[2]


[1] Da There is no criticism, only history, in Design Book Review, primavera 1986. Anche in Casabella n. 619/620, gennaio/febbraio 1995.

[2] Da AA.VV., John Johansen – A Life in the Continuum of Modern Architecture, L’Arca Edizioni, Bergamo, 1995.

In memoria di

15 giugno 2008

Zevi

«Se dovessi rivolgermi alle “nuove generazioni”, direi quanto segue:
1 Evitate di frequentare l’università, ormai istituzionalizzata e burocratizzata. L’architettura non può che essere fuori degli atenei.
2 Sospettate di chiunque parli di “cultura del progetto”. È un alibi evasivo di comodo. L’unica cultura valida è quella dell’architettura.
3 Diffidate non solo di dogmi e idoli, ma anche di filosofeggiamenti pseudo-super-strutturali, che caratterizzano la maggior parte dei discorsi a tempo perso che si fanno nei corsi di progettazione.
4 Puntate sul linguaggio, in alto, in basso e al centro. Per chiarezza: in alto, Frank Lloyd Wright; in basso, Frank O. Gehry; al centro, Günther Behnish. Comunicazione poetica, comunicazione in gergo e comunicazione letteraria moderna.
5 Confidate nel nuovo, nella modernità rischiosa, nella modernità “che fa della crisi un valore”. Pertanto smettete di sottolineare quanto di vecchio c’è nel nuovo, e riconoscete invece quanto c’è di autenticamente nuovo. La nostra cultura è gremita di valori “in sospeso”, virtuali, non sviluppati, da afferrare e far vivere.
6 Cercate di disegnare meno possibile. Lo spazio non si può disegnare, ed è l’unica cosa importante in architettura.
7 Rifiutate ogni metodologia deduttiva, quella su cui si basa la ricerca universitaria. Einstein e Popper hanno insegnato: senza dedurre, inventare e verificare. Magari per falsificare.
8 Punti di riferimento: William Morris e la teoria dell’elenco dei contenuti e delle funzioni; Art Nuoveau e Bauhaus per l’asimmetria e la dissonanza; Espressionismo (da Häring a Scharoun) per la tridimensionalità anti-prospettica; Theo van Doesburg e De Stijl, per la scomposizione quadridimensionale (ripresa oggi dai decostruttivisti); Fuller, Morandi, Musmeci per il coinvolgimento strutturale dell’architettura; Wright per lo spazio fluente; la paesaggistica più avanzata per il continuum fra edificio, città e territorio. Sette invarianti, o principi, o caratteri non solo del linguaggio dell’architettura moderna, ma del linguaggio moderno dell’architettura.
9 Bandite ogni discorso sull’“autonomia dell’architettura”. L’architettura è splendidamente libera perché è strutturalmente coinvolta.

È tutto. Mi auguro che la mia assenza vi renda felici.
Con ogni cordialità,

Bruno Zevi»

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