In memoria di

15 giugno 2008

Zevi

«Se dovessi rivolgermi alle “nuove generazioni”, direi quanto segue:
1 Evitate di frequentare l’università, ormai istituzionalizzata e burocratizzata. L’architettura non può che essere fuori degli atenei.
2 Sospettate di chiunque parli di “cultura del progetto”. È un alibi evasivo di comodo. L’unica cultura valida è quella dell’architettura.
3 Diffidate non solo di dogmi e idoli, ma anche di filosofeggiamenti pseudo-super-strutturali, che caratterizzano la maggior parte dei discorsi a tempo perso che si fanno nei corsi di progettazione.
4 Puntate sul linguaggio, in alto, in basso e al centro. Per chiarezza: in alto, Frank Lloyd Wright; in basso, Frank O. Gehry; al centro, Günther Behnish. Comunicazione poetica, comunicazione in gergo e comunicazione letteraria moderna.
5 Confidate nel nuovo, nella modernità rischiosa, nella modernità “che fa della crisi un valore”. Pertanto smettete di sottolineare quanto di vecchio c’è nel nuovo, e riconoscete invece quanto c’è di autenticamente nuovo. La nostra cultura è gremita di valori “in sospeso”, virtuali, non sviluppati, da afferrare e far vivere.
6 Cercate di disegnare meno possibile. Lo spazio non si può disegnare, ed è l’unica cosa importante in architettura.
7 Rifiutate ogni metodologia deduttiva, quella su cui si basa la ricerca universitaria. Einstein e Popper hanno insegnato: senza dedurre, inventare e verificare. Magari per falsificare.
8 Punti di riferimento: William Morris e la teoria dell’elenco dei contenuti e delle funzioni; Art Nuoveau e Bauhaus per l’asimmetria e la dissonanza; Espressionismo (da Häring a Scharoun) per la tridimensionalità anti-prospettica; Theo van Doesburg e De Stijl, per la scomposizione quadridimensionale (ripresa oggi dai decostruttivisti); Fuller, Morandi, Musmeci per il coinvolgimento strutturale dell’architettura; Wright per lo spazio fluente; la paesaggistica più avanzata per il continuum fra edificio, città e territorio. Sette invarianti, o principi, o caratteri non solo del linguaggio dell’architettura moderna, ma del linguaggio moderno dell’architettura.
9 Bandite ogni discorso sull’“autonomia dell’architettura”. L’architettura è splendidamente libera perché è strutturalmente coinvolta.

È tutto. Mi auguro che la mia assenza vi renda felici.
Con ogni cordialità,

Bruno Zevi»

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